La storia di Frankenstein segue il noto percorso tracciato da Mary Shelley: Victor Frankenstein, scienziato giovane e ambizioso, sfida la natura ricreando la vita a partire da resti umani. Ne nasce una Creatura viva, senziente, tragica e l’incontro tra creatore e creatura scatena una spirale irreversibile di dolore, abbandono e vendetta.

USA 2025 (149′)
VENEZIA – Frankenstein appare come un approdo scontato nella filmografia di Guillermo delToro, quasi la conclusione di un ciclo iniziato con Cronos e proseguito con Il labirinto del fauno e La forma dell’acqua. Del resto i “mostri” come metafore di solitudine e vulnerabilità e la dinamica padre figlio, creatore e creatura, caratterizzata da abbandono, rifiuto, identità negate hanno sempre fatto parte dell’immaginario di Del Toro, fino al più recente Pinocchio.

Il cuore pulsante del film è infatti la relazione tra lo scienziato Victor Frankenstein e la Creatura, cui ha dato vita assemblando pezzi di cadaveri di soldati caduti nella guerra di Crimea. Il padre e il figlio, il carnefice e la vittima, i cui punti di vista si alternano nella prima e nella seconda parte del film. Victor, a cui Oscar Isaac dona un aspetto fragile e mostruoso insieme, non è uno scienziato pazzo, ma un uomo che crede profondamente nella scienza e sfida il sistema, cercando di creare l’uomo perfetto, immune alla morte. La Creatura è il risultato di un’anima spezzata, non è frutto dell’amore, ma dell’ossessione e della disperazione e Jacob Elordi non appare come il mostro che ispira repulsione, ma come una creatura ultraterrena, un angelo caduto. Il loro rapporto spezzato diventa metafora del trauma che attraversa generazioni, dei padri che non sanno amare e dei figli che cercano una guida. E su questo si concentra l’attenzione di Del Toro, sorvolando sugli altri temi che il romanzo suggeriva: i limiti della scienza, la possibilità per il mostro di avere una coscienza, la violenza come unica risorsa.
Del resto lo stesso regista ha dichiarato di aver sempre considerato il romanzo non come un horror, ma come un “melodramma sull’amore e sul perdono, sull’accettazione dell’imperfezione propria e altrui”. Abbandonando i toni cupi caratteristici degli adattamenti precedenti, la fotografia di Dan Laustsen alterna blu siderali e rossi sanguigni, luce artica e ombre gotiche capaci di dare alle scenografie monumentali un’illuminazione che sembra sprigionata dall’energia dei corpi stessi (magnifico l’incipit con la nave incagliata tra i ghiacci artici). Del Toro trasforma dunque il mito di Frankenstein in un poema gotico e visionario, che parla di imperfezione, desiderio di amore, ribellione, creando una visione spettacolare, alla quale lo spettatore, tornato bambino, si abbandona, mai sazio di riascoltare una vecchia storia, che conosce benissimo, ma che appare diversa ogni volta che viene raccontata.
Frankenstein, così come Dracula (di cui sta per uscire l’ultima versione di Besson), da personaggio di un romanzo è diventato un mito attraverso il gran numero di trasposizioni cinematografiche che ne sono state fatte: dalla prima muta del 1910 a quella più famosa del 1931 di James Whale con Boris Karloff, cui sono seguite otto versioni degli studi Universal (La moglie di Frankenstein…) e successivamente sette versioni a colori della Hammer negli anni 40-50 con Peter Cushing nei panni di Victor. Tra le più recenti ricordiamo Mary Shelley’s Frankenstein di Kenneth Branagh e la parodia Frankenstein Junior di Mel Brooks.
Cristina Menegolli – MCmagazine 105






