Nico, un bambino vivace, scontroso e impertinente, cresciuto in una famiglia laica, in un mondo moderno, tecnologico e iperconnesso, è costretto a passare l’estate in Sicilia, ospite di un’ anziana zia, signorina religiosissima e scorbutica che vive sola, in un antico palazzo pieno di leggende e superstizioni, senza nessun tipo di tecnologia, completamente fuori dal tempo. Lui è a disagio e la zia lo accoglie con fastidio, eppure pian piano, nasce un legame profondo di cui entrambi non sapevano di avere bisogno.

Italia 2025 (90′)



Gioia mia segna l’esordio al lungometraggio della sensibile e brillante regista Margherita Spampinato, capace di realizzare una storia in grado di estendere la trama incentrata sull’individualità di un bambino fino a divenire meccanismo narrativo dal respiro universale. Se quest’ultimo aspetto si basa sul fatto che moltissimi hanno vissuto le dinamiche raccontate nel film perché sbolognati in villeggiatura dai parenti anziani durante l’estate mentre i genitori dovevano rimanere in città a lavorare, l’individualità, invece, non si limita al racconto di Nico, ma riguarda anche le esperienze che la regista ha vissuto durante la propria infanzia, mentre passava le estati proprio in Sicilia e a casa delle parenti dei genitori, e che in seguito sono confluite nella sceneggiatura. Il film ricorda le opere più brillanti dedicate al mondo infantile realizzate dai più grandi maestri italiani, come De Sica e Comencini, grazie alla sensibilità delicatissima dimostrata dalla regista verso l’universo interiore dei bambini e le dinamiche affettive che li legano al mondo degli adulti. Questa raffinatezza emozionale si esplica a livello registico, in particolare tramite il frequente posizionamento della macchina da presa all’altezza dei fanciulli, insieme all’uso particolarmente insistito dei primissimi piani che ritraggono il volto o i suoi dettagli, tanto del protagonista che della zia. In tal modo, la regista realizza non solo uno studio sistematico dei corpi dei propri attori, individuando in essi il minimo cambiamento fisiognomico ed espressivo per poi correlarlo alle varie sfumature emotive del personaggio, ma creando anche delle magnifiche inquadrature da un punto di vista estetico. Ciò si verifica, in particolare, grazie ad una fotografia splendida, capace di esaltare l’illuminazione in penombra della casa siciliana di Gela in cui è ambientata la vicenda per comporre dei bellissimi ritratti caratterizzati da chiaroscuri delicati e, al contempo, incisivi.
Francesco Cianciarelli – cinematografo.it
Pur affrontando un tema già ampiamente esplorato dal cinema contemporaneo – il contrasto tra modernità e tradizione – Spampinato riesce a offrirne una rilettura intima e personale, lontana dai cliché e sorretta da una empatia narrativa. Le dinamiche familiari e affettive si sviluppano in modo naturale, senza forzature né intenti didascalici, ma attraverso piccoli gesti, sguardi e momenti della quotidianità. Ogni scena – che si tratti di una passeggiata o di un semplice gioco per strada – contribuisce in modo essenziale alla crescita interiore dei personaggi, grazie anche a una rara sensibilità nel rappresentare il mondo emotivo dell’infanzia. La regia si distingue per l’uso attento delle inquadrature strette, che valorizzano l’espressività dei volti e intensificano il coinvolgimento emotivo. Particolarmente efficace e interessante è l’utilizzo dello spazio domestico: la casa di Gela non è solo un ambiente, ma un vero e proprio personaggio, attraversato dalla vita e dai ricordi, che accompagna tutte le fasi della trasformazione del rapporto tra zia e nipote. Uno degli aspetti più rilevanti del film è la riflessione, tanto delicata quanto penetrante, sull’impatto della tecnologia nell’infanzia contemporanea (…)

Gioia Mia segna un debutto convincente per finezza e consapevolezza espressiva. Margherita Spampinato racconta con grazia e profondità un universo intessuto di legami famigliari, solitudini infantili e riconnessioni emotive. È un film che si affida ai gesti minimi, ai silenzi eloquenti, alla costruzione lenta ma autentica delle relazioni. Un’opera prima intensa e misurata, che rivela una regista già matura e una voce autoriale da seguire con attenzione. Maria Corrada Verardi – taxidrivers.it

