Céline (Julia Piaton), Guy (Vincent Macaigne), Seb (Abraham Wapler) e Abdel (Zinedine Soualem), quattro cugini che non si sono mai conosciuti, sono riuniti dall’inaspettata eredità di una casa in Normandia che è rimasta chiusa dal 1944. Arrivati sul posto, ricostruiscono la vita della loro antenata Adèle Vermillard (Suzanne Lindon, figlia di Vincent e Sandrine Kiberlain), una ragazza di circa vent’anni che è vissuta lì nel 1895 prima di andare a Parigi alla ricerca della madre da cui, dopo la nascita, non ha più avuto notizie.

La venue de l’avenir
Francia 2025 (124′)



Nell’analisi del dipinto di valore I colori del tempo sembra andare inizialmente dalle parti di Il quadro rubato di Bonitzer, ma è solo uno squarcio momentaneo. Più che gli oggetti, e le epoche, a Klapisch interessa la storia dei suoi personaggi. Forse è il suo film sul cinema più diretto (il 1895 è un’ambientazione ben precisa), ma poi, per riempirlo di riferimenti e personaggi riconoscibili (la comparsata di Sarah Bernardt, il fotografo Nadar che diventauna figura centrale nello sviluppo della storia) si perde il fascino di un’epoca. Non ci piomba dentro come Woody Allen in Midnight in Paris ma la attraversa soltanto. Certo lo fa con leggerezza ed eleganza, ma poi finisce per sacrificare la parte contemporanea, tranne in un riconoscimento degli studenti ad Abdel che si dispongono in due file per salutarlo che mostra come tutti questi personaggi avrebbero potuto avere, ognuno di loro, una storia a parte.
Simone Emiliani –sentieriselvaggi.it
I colori del tempo (in originale La venue de l’avenir), è costruito (come l’alleniano Midnight in Paris) su un montaggio parallelo tra il tempo presente, in cui quattro lontani cugini, discendenti dei tre rami della famiglia di Adèle Meunier, morta nel 1944 forse nel bombardamento di Le Havre, sono chiamati a occuparsi della casa, piena di reliquie del passato, in cui è vissuta l’antenata, che una multinazionale vuole comperare per realizzarci il parcheggio (rigorosamente ecologico) di un ennesimo, grande centro commerciale, e il tempo passato, precisamente il 1895 (con passaggi nei primi anni ’70), il momento in cui Adèle, dalla campagna normanna, si reca a Parigi in cerca della madre che l’aveva affidata alla nonna, ora defunta, quando era piccolissima. Lei a casa ha un ragazzo che la ama ma sente che a Parigi ha delle cose da fare e da scoprire, e si mette in viaggio. Lungo la strada incontra due coetanei, un pittore e un fotografo, che ammirano con lei, dal battello che corre sulla Senna, la rive gauche e la recentissima Tour Eiffel, sgranando gli occhi come quando, più tardi, guarderanno dalla terrazza di Montmartre il viale dell’Opéra, e l’Opéra stessa, illuminati dalla luce elettrica, il giorno prima di recarsi in quel quartiere a vedere le “immagini in movimento” dei Lumière (…)
Adèle sta con gli amici a Montmartre, sopra al Rat Mort (locale realmente esistito, ma raffigurato qui come se fosse Le Chat Noir; e tutta “finta”, palesemente ricostruita e cartolinesca, è nel film la Parigi del tempo, un invito a considerare il carattere di finzione dell’arte e del cinema in primis), e la sua storia familiare la porta a incontrare artisti come Claude Monet e Félix Nadar, sempre per stare tra pittura e fotografia, con un’apparizione di Sarah Bernhardt. Artisti che avranno un ruolo anche nella storia ambientata nel tempo presente, che si apre con un servizio di moda davanti alle Ninfee di Monet all’Orangerie (ambientazione che si ripete, uguale ma diversa, nel finale) e che si chiude con la consapevolezza di aver ereditato un quadro dal valore inestimabile, uno schizzo dal valore analogo e due fotografie d’epoca altrettanto importanti, ma con consapevolezze anche diverse: in particolare per Seb, il vero protagonista di questa parte, quella dell’importanza, ogni tanto, di “guardare indietro” quando si tenderebbe piuttosto a guardare avanti, e per Céline quella della necessità di “rallentare”, e di “lasciar andare” per trovare qualcosa che vada meglio per sé, autenticamente. Perché il sé autentico non è quello che corre o che si affanna o che sta continuamente nell’ansia della prestazione, ma quello che può anche, se c’è la persona giusta vicino, ridere e sorridere della vita, delle sue contraddizioni come della bellezza che può portare, inaspettatamente, se ci si apre ad accoglierla. Come a dire: andare nel passato, riscoprire il proprio passato e le proprie origini anche familiari, senza escludere la possibilità di aprirsi agli incontri inaspettati e ai nuovi accadimenti, aiuta a vivere bene il futuro e, ancora prima, questo presente magari non esaltante (la società dei consumi, gli strumenti tecnologici, la velocità dei nostri tempi vengono qui osservati in chiave critica), ma che è pur sempre quello con cui dobbiamo confrontarci. Messaggi semplici, quindi; per un film che non ha guizzi di originalità cinefila (a Cannes è passato fuori concorso), ma che conquista proprio per questa semplicità che, a livello cinematografico, si evidenzia nella buona fattura, nella sceneggiatura forte e nell’ottimo cast…
Paola Brunetta – cineforum.it

Lo spunto? Nella Parigi odierna alcuni sconosciuti, che scopriranno essere imparentati, sono convocati da un avvocato per discutere di una curiosa eredità: una casupola nelle campagne della Normandia chiusa dal 1944. L’abitazione sembra fatiscente, invece custodisce ancora oggetti, fotografie, lettere, anche un quadro non proprio brutto. Tutti sono discendenti di un’unica donna: Adèle Meunier. Analfabeta, già fidanzata e appena ventenne, nel 1895 decise di partire da sola alla volta di Parigi col suo vestitino rosso, per cercare notizie sulla madre scomparsa nel nulla. Klapisch immagina che quattro esponenti di quella folta e inconsapevole “famiglia” siano delegati dagli altri a seguire le pratiche burocratiche della successione, ma noi sappiamo che non andrà così: il videoartista Seb, la manager Céline, l’apicultore Guy e il prof quasi pensionando Abdelkrim presto s’appassionano a quella specie di indagine sul loro passato remoto, mentre il film comincia a intrecciare le due epoche, mostrando l’arrivo nella Ville Lumière della svelta e determinata fanciulla. «Ho sempre guardato avanti, ma ho fatto bene, stavolta, a guardare indietro» confesserà in sottofinale il giovane Seb cresciuto dal nonno affettuoso e discreto. Così la genealogia si trasforma in una molla emotiva destinata a scardinare le vite di tutti e quattro, s’intende in un girotondo di coincidenze, rivelazioni, agnizioni e sorprese che hanno a che fare con la trasmissione della memoria, anche della bellezza. Non vorrei svelare troppo perché I colori del tempo è un omaggio alla grande cultura francese di fine Ottocento e insieme un marchingegno narrativo destinato a sorprendere lo spettatore, passo dopo passo. Tutto gira intorno a un piccolo quadro trovato in quella casa colonica, e solo alla fine scopriremo come e perché Adèle ricevette in regalo “Impression, soleil levant”, realizzato dal giovane Claude Monet nel 1872, osservando all’alba il porto di Le Havre. Dagli storici dell’arte è considerato l’inizio dell’Impressionismo. Sul filo del divertimento, proprio come nella commedia di Woody Allen, personalità storiche come Sarah Bernhardt, Victor Hugo, Félix Nadar e appunto Monet si materializzano nell’affresco di Klapisch; il tutto tra omaggi a Courbet, Baudelaire, Toulouse-Lautrec e Boudin, sedute spiritiche piuttosto lisergiche e riflessioni estetiche non peregrine sulla fotografia e la pittura. Naturalmente via via ci si appassiona alle svolte emotive di tutti i personaggi: i quattro di oggi felici di sentirsi finalmente parte di una vicenda che viene da lontano; l’impavida Adèle che con tenera audacia vive la sua frastornante esperienza parigina, tra bohémienne e formativa, come un viaggio dentro sé stessa, oltre i non detti e i pregiudizi morali.
Michele Anselmi – cinemonitor.it



