Il frastuono e il silenzio

Giampaolo Penco

Un uomo anziano, a Parigi, chiuso nella sua casa, torna a riflettere sull’etica delle proprie azioni: Toni Negri negli anni Settanta ha criticato duramente il capitalismo ed è stato accusato di aver rovinato un’intera generazione che seguendo il suo pensiero ha intrapreso la strada della violenza, fino al terrorismo. Qui, quasi novantenne e malato ma ancora molto lucido, racconta le sue tante vite. Una delle quali è iniziata quando, rifugiatosi in Francia a seguito della sua condanna per diversi reati, ha portato avanti il suo pensiero fino a gettare le basi per il futuro della filosofia politica europea. Nel bene e nel male, nella sua storia c’è anche la storia del Novecento.


Italia/Francia 2024 (112′)
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    Il punto di vista principale nel lavoro di Giampaolo Penco è la ricerca di uno sguardo da entomologo, curioso di comprendere chi è Toni Negri al di là di tutte le personificazioni che di lui sono state fatte, e quelle che lui stesso ha costruito. Il film, che sicuramente non è un’agiografia, segue un uomo anziano che riflette sulla propria vita, sui suoi ideali e su quelli di una generazione, che non è stata capace di trovare unità, e si è spesa in una serie di divisioni, sottodivisioni, deviazioni, il deragliamento degli anni di piombo, che ha impedito il raggiungimento degli ideali che si prefiggeva.
Il regista in merito al film ha dichiarato: “Io non ho mai avuto una tessera di partito, e mai mi sono sentito affiliato a dei movimenti politici, però gli anni Settanta e Ottanta li ho vissuti. Faccio parte della generazione dei testimoni diretti, e penso che sia un dovere raccontare la storia nelle sue contraddizioni, nelle sue parti scomode, come il rapporto fra movimenti di protesta e strategia terrorista, proprio perché non rimangano indigeste e possano essere metabolizzate. Lo scopo è anche fornire una chiave per leggere gli anni successivi, quando la storia ha progressivamente spazzato via ogni forma di pensiero divergente e sta forzando per affermare un pensiero univoco.”

fattitaliani.it 

  Un lungo tubicino trasparente attraversa il pavimento di un appartamento di Parigi. Dentro scorre e stantuffa l’ossigeno che si infila con una cannula nel naso di Toni Negri. Il frastuono e il silenzio di Giampaolo Penco inizia, e si conclude, con un ellissi che è anelito di vita, sottile, tenue, come una fiammella umana e della storia che si sta definitivamente spegnendo. Negri, morto a 90 anni il 16 dicembre del 2023, è una delle figure politiche ed intellettuali italiani più discusse, controverse, amate/odiate dell’ultimo scorcio di Novecento. Il leader di Potere Operaio, il “cattivo maestro” o, come per diversi magistrati inquirenti e tre quarti di sistema partitico di fine anni settanta, l’ispiratore del brigatismo rosso, venne condannato a 12 anni per associazione sovversiva, partecipazione a banda armata, concorso morale in rapina. Decine di reati ipotizzati dal magistrato Calogero, come 17 omicidi e l’essere il mandante dell’omicidio di Aldo Moro e il telefonista che avvisò la famiglia del leader DC della sua uccisione, caddero durante il processo. Negri, che si è sempre dichiarato innocente e ha definito le accuse delle invenzioni (“innocente non mi sono mai sentito, ho invece avuto la responsabilità di pensiero e di scrittura che però non ha nulla a che fare con il codice penale”), ha vissuto da fuggitivo e “sans papier” a Parigi nei primi anni Ottanta, dopo che la Camera aveva votato a favore dell’autorizzazione a procedere verso quel neo deputato sui generis del Partito Radicale. Poi tornato in Italia, e in galera per altri anni (in tutto saranno 11 e 14 quelli di “esilio”). Nella capitale francese ci tornò negli anni duemila, oramai vecchio, di nuovo da mezzo cittadino (“non ho nazione o patria, sono un euronomane”) e Penco ne raccoglie gli ultimi istanti di esistenza, ne osserva l’ancora arcigna determinazione, ne scruta frontalmente una tonalità brusca e autunnale. “In quella casa a riprenderlo sono rimasto una volta sola per due giorni interi. Altre sequenze meno recenti sono state riprese dal mio collega Benoit Peytavin. In mezzo c’è stato il Covid e non abbiamo voluto rischiare la salute di Toni che intanto faceva avanti e indietro in ospedale per problemi ai polmoni”.

Penco costruisce certo un vis a vis esclusivo e vibrante con Negri, ma è capace di dare vigore ad una doppia pulsazione narrativa: una ricostruzione storico-politica densa, talvolta inedita, dell’entourage di lotta e pensiero attorno al filosofo patavino, e di una memoria di avvenimenti quotidiani di quegli anni che ancora stupisce (pensate agli “espropri proletari” che facevano tutti, mica solo gli antagonisti); come ad una sorta di cronaca familiare che coinvolge non proprio in un clima disteso sia l’ultima moglie, Judith Revel, sia le due figlie: Nina e soprattutto Anna, ora regista, che è la primogenita e quella che più ha sofferto, in chiave di depressione e distanza, il claudicante rapporto con il padre (“non è stata mai pietosa verso di me”, la elogia quasi burbero Negri nel film). Eppure in questa cavalcata di oltre mezzo secolo, dalle origini contadine del protagonista, poi studente adolescente che scala Azione Cattolica, infine diventa socialista, operaista e marxista, c’è qualcosa che salta all’occhio oltre le immagini. Quel titolo – Il frastuono e il silenzio – che esemplifica la contrapposizione tra il rumore che fece il caso Negri tra gli anni settanta e ottanta e il silenzio, tutto italiano, che si creò attorno a lui all’inizio del nuovo secolo mentre nel mondo vendeva un milione di copie di Impero, primo volume di una tetralogia scritta con Michael Hardt dove peraltro la globalizzazione supera in importanza qualsivoglia sovranità nazionale. Nel lavoro di Penco non c’è quell’inseguire pedante un giudizio morale o valoriale verso una figura ideologicamente lontana, ma allo stesso tempo filosoficamente alquanto vicina…

Davide Turrini – ilfattoquotidiano.it

 

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