2019. Vadim Baranov (Paul Dano), ormai ritiratosi dall’attività politica, racconta la propria storia a un gionalista americano (Jeffrey Wright): dalla sua irrequieta giovinezza alle prime opportunità offerte dalla Russia post comunista degli anni Novanta, dalle esperienze televisive alla collaborazione con “lo zar” Vladimir Putin (Jude Law), tra cinismo, crudeltà e fake-news. Una parentesi politica cruciale in un Paese segnato da un profondo cambiamento.
Le mage du Kremlin/ The Wizard of Kremlin
Francia 2025 (156‘)
VENEZIA – “Da voi conta il denaro, da noi conta la vicinanza al potere”. Non è forse tutta in questa frase la chiave interpretativa di Il mago del Cremlino, ma le parole messe in bocca al protagonista, Baranov, aiutano a districarsi nelle dinamiche che agitano la Russia postsovietica descritta da Olivier Assayas.
L’espediente narrativo adottato dal settantenne regista francese (Sils Maria, Personal Shopper, la miniserie Carlos!) è quello di immaginare che uno scrittore americano, di passaggio in Russia, abbia l’occasione di un colloquio, molto privato e molto rivelatore, con Vadim Baranov, ex consigliere di Vladimir Putin, ora ritiratosi nella campagna moscovita. Con la voce narrante a tenere il filo del racconto il film si immerge in un articolato flashback che parte dai primi anni novanta quando il giovane Baranov, coinvolto nelle vivacità del nuovo ambiente culturale e nella sperimentazione del teatro d’avanguardia, conosce e si innamora di Kenia, un’artista trasgressiva alla quale resterà intimamente legato, anche se le loro strade divergeranno radicalmente. Sì perché il passo successivo della carriera di Vadim è nell’ambito dei media, producendo reality show grazie all’appoggio di Boris Berezovsky, messo da Eltsin a capo della televisione di stato. È la Russia degli oligarchi, un paese che nei sondaggi rimpiange Stalin e che non sembra saper rinunciare alla verticalità del potere. Baranov attraverso Berezovsky arriva a conoscere Vladimir Vladimirovič Putin, il capo del FSB (ex-KGB), e in quel “biondo pallido dai lineamenti sbiaditi” intravede l’uomo giusto su cui puntare per la successione a Boris Eltsin.

Ne diventa così il celebrato spin-doctor e sarà al suo fianco gestendone la figura pubblica e le scelte politiche in oltre un decennio che inanella gli attentati di Mosca, la tragedia del sottomarino Kusk 2000, la seconda guerra in Cecenia, la svolta arancione in Ucraina e l’annessione della Crimea, la cerimonia delle olimpiadi invernali di Soci (“È kitsch, e il kitsch è l’unico linguaggio che abbiamo”)… Baranov è un vero Rasputin nell’elargire preziosi consigli, nel prestare attenzione al consenso popolare e nel dimostrarsi implacabile verso le velleità degli oligarchi; e se Vladimir dimostra per lungo tempo di apprezzarne la versatilità (“Sei il più artista dei politici e il più politico degli artisti”) lo sguardo di Assayas non può che evidenziare lo stridore tra la fertilità dell’ideazione politica e l’amorale concretezza di un disegno assoggettato al lato oscuro del potere. Il mago del Cremlino vive di questa cinica complessità strategica che la sceneggiatura, firmata dal regista assieme a Emmanuel Carrère, ha saputo estrapolare cinematograficamente dall’omonimo best seller di Giuliano da Empoli (la figura di Baranov rimanda esplicitamente al reale consigliere di Putin, Vladislav Surkov).

Al film si può contestare la scelta di una produzione rigidamente in lingua inglese e un’eccessiva verbosità, ma la mano di Assayas sa rendere appassionante il dilungarsi di una storia fatta di intrighi, manipolazioni e menzogne con cui continuiamo oggi a convivere e che sullo schermo brilla per le magistrali interpretazioni di Paul Dano, Jude Law e Alicia Vikander. Nell’immaginario di noi spettatori come si porta a conclusione Il mago del Cremlino? Con la svolta thriller del finale o con l’insinuante presenza di Ksenia, figura femminile che sembra rappresentare l’unico spirito libero nel soffocante regno dell’oscurità democratica?
Ezio Leoni – MCmagazine 105
