La mia famiglia a Taipei

Shih-Ching Tsou

La famiglia della piccola I-Jing torna a Taipei dopo diversi anni. Mentre la madre single fronteggia i debiti gestendo un chiosco in un vivace mercato notturno e la sorella maggiore contribuisce con un lavoretto part-time, la bambina esplora con meraviglia la nuova vita cittadina: le strade, le bancarelle, le luci della metropoli. Ma perché disegna con la mano sinistra? Il nonno non vuole, dice che quella è una mano malvagia. Questo singolare divieto darà il via a una serie di vicende incredibili e inaspettate: con quella mano, I-Jing arriverà a ribaltare le sorti della sua famiglia e a sfiorare un segreto ben custodito.


Left-Handed Girl

Taiwan/Francia/USA/GB 2025 (108′)
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      Taipei ad altezza di bambina è una città che scintilla e morde. In Left-Handed Girl di Shih-Ching Tsou, lo sguardo si allinea a I-Jing, mancina a cui un nonno superstizioso ha insegnato che la sinistra (la mano, ça va sans dire) è del diavolo. Un tabù antropologico che diventa licenza per rubare braccialetti al mercato – “solo” con la mano maledetta – e soprattutto filtro ottico con cui Tsou ricompone lo spazio urbano. Quando la camera scivola bassa dietro I-Jing tra bancarelle e néon, Taipei si fa caleidoscopio; quando risale all’altezza di I-Ann, sorella maggiore, il vento in scooter apre la città in corridoi di fuga e precarietà. La parentela estetica con Sean Baker – qui non a caso montatore e co-sceneggiatore – è evidente. Come in The Florida Project, il realismo con gli occhi dell’infanzia non addolcisce il mondo, lo riallinea. Il montaggio è lo strumento che percuote e aggiusta: scatti, tagli, micro-azioni che diventano esperienza sensoriale. Lo scatto di I-Jing verso la bancarella, il cuore che accelera, la faccia stravolta da quella rivelazione che la realtà può – e spesso è – un’altra cosa rispetto alla trasognata e ingenua visione dei bambini. E come in Tangerine, la città è organismo economico che macina vite ai margini: la madre Chu-Fen stringe i denti tra spese impreviste (il funerale del marito) e scadenze improrogabili (l’affitto del bancone di noodles); I-Ann diventa “betel nut beauty” (sono le giovani donne che, vestite in modo appariscente e seducente, vendono noci di betel da chioschi illuminati al neon lungo le strade) in un teatro al neon di desideri tristi e contratti impliciti. Rispetto a Baker, Tsou cerca meno attrito e trova più tenerezza osservativa. Il suo cinema non cerca la “grana” della sopravvivenza ma la luce nascosta dei legami. Senza rinunciare ad affondare il bisturi: l’umanità dei vicini di banco fa da contraltare alla falsa coscienza dei familiari stretti, dove affetto, debito e rancore si barattano a tasso variabile. L’affresco sociale è in miniatura ma netto: tre generazioni – nonna, madre, figlie – che contrattano capitale emotivo ed economico passando di mano.

Fino al gran finale, quando nascosto e apparente confliggono nella più classica reunion familiare (la festa per i 60 anni della matriarca) e tutto deflagra nel visibile, irresistibile momento da Segreti e bugie, con picchi di umorismo e di ferocia. Il melodramma arriva e squassa l’equilibrio in una delle scene-madri più belle dell’anno. I fili si annodano: protezione e colpa, denaro e fragilità, affetto e rancore. Tsou non ama il virtuosismo, segue le traiettorie del modo che qui e ora accede al visibile, lasciando emergere il non detto nello spazio tra i corpi. Il teatro è sociale, il cuore in camera. Resta da dire ancora della voracità delle immagini- grandangoli che “divorano” il notturno di Taipei, l’iPhone non più strumento di rottura, ma parte integrante della sintassi visiva del nuovo realismo urbano – e una fiducia rara nell’ironia come anticorpo. Se qualcosa scricchiola è il tempo, non lo sguardo. Le rivelazioni si condensano troppo, le conseguenze non hanno il tempo di respirare. Lo sguardo però è chiarissimo: dignità dei margini, infanzia come misura del mondo, città come specchio incrinato in cui, a lampi, l’amore ritrova profilo. Tsou non imita Baker: dialoga con lui da pari, anche in scrittura. E la città risponde.

Gianluca Arnone – cinematografo.it

     Esordio in solitaria di Shih-Ching Tsou, abituale produttrice dei film di Sean Baker, con cui aveva diretto in coppia il film Take Out (2004). Il regista di Anora (2024) ha co-scritto, montato e co-prodotto questa opera prima dell’amica e collaboratrice e si sente indubbiamente anche il suo tocco in un film girato con gli iPhone (come il bel Tangerine) e in cui il ritmo richiama alcune sue pellicole. Allo stesso modo, però, si sente comunque l’urgenza e il tocco di una neoregista che firma un prodotto intimo e personale, capace di raccontare una famiglia con la giusta delicatezza e attenzione drammaturgica. La visione di Taiwan e alcune dinamiche narrative sanno troppo di già visto, ma il disegno d’insieme del film è comunque efficace e capace di regalare sane emozioni allo spettatore. La forza della pellicola sta nella sua capacità di trasformare Taipei in uno spazio mentale prima ancora che geografico: una città vissuta attraverso interni, passaggi e tempi morti, che riflettono l’instabilità dei legami e delle identità dei personaggi. La regia di Tsou adotta uno sguardo discreto ma preciso, che osserva senza invadere, lasciando emergere il conflitto non nei dialoghi espliciti ma nei dettagli, nei gesti interrotti, nelle presenze trattenute. Il valore aggiunto della pellicola passa proprio da questa scelta di misura: La mia famiglia a Taipei rifiuta il melodramma e ogni tentazione risolutiva, restituendo un’idea di famiglia come spazio irrisolto, fragile, ma autentico. È un lungometraggio sincero, La mia famiglia a Taipei, un prodotto caratterizzato da una bella colonna sonora e da personaggi costruiti in maniera spontanea e totalmente credibile. Non c’è niente di memorabile, forse, ma è comunque un esordio da ricordare, apprezzabile tanto nella forma, quanto nei contenuti.

longtake.it

 

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