29 gennaio 2024. I volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata di emergenza. Hind Rajab, una bambina di sei anni, è intrappolata in un’auto sotto attacco a Gaza, e implora di essere salvata. Mentre cercano di tenerla al telefono fanno tutto il possibile per farle arrivare un’ambulanza.

The Voice of Hind Rajab
Film edito solo in Versione Originale Sottotitolata
Tunisia/Francia 2025 (89′)
VENEZIA 82°: Leone d’argento – Gran Premio della Giuria
VENEZIA – Già dalla conferenza stampa di presentazione dell’82^ Mostra del Cinema di Venezia, quando il direttore Alberto Barbera aveva mostrato commozione nell’introdurlo, The Voice of Hind RajabThe Voice of Hind Rajab si preannunciava come il film chiave del concorso..

La premessa del film firmato dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania è drammaticamente forte: a partire dalla registrazione di una richiesta di aiuto da parte di una bambina di sei anni intrappolata in un’auto crivellata di colpi da parte dell’esercito israeliano, è stata rimessa in scena la situazione del centralino della Mezzaluna Rossa Palestinese dove questa è stata ricevuta. Questo fatto di cronaca, avvenuto a gennaio 2024, fece il giro del mondo come episodio esemplificativo della violenza con cui Israele stava (e sta ancora, mentre scriviamo) invadendo la striscia di Gaza, attivò una importante reazione emotiva per l’estremità della situazione. Una bambina attorniata dai corpi dei familiari uccisi, intrappolata, che chiede aiuto e non lo trova perché, come ben spiega il film, le operazioni di salvataggio richiedono un tempo di coordinamento logorante. Questa impasse straziante viene dipinta nel film con equilibrio, eludendo le possibili accuse di strumentalizzazione o di pornografia del dolore.

Per noi spettatori sapere di star ascoltando la viva voce di una bambina ormai scomparsa e sapere che gli attori vi stanno interagendo mentre al tempo stesso interpretano personaggi di finzione (ispirati però ad alcuni operatori che hanno gestito questa emergenza) crea un esperimento di confronto collettivo, come se anche noi, mentre stiamo seduti al cinema, interpretando gli spettatori, fossimo chiamati a guardare la realtà, a prendere parte a una sfida e a un lutto collettivo. È una sfida alla quale per altro siamo stati preparati, sappiamo cosa stiamo per vedere. Il problema etico relativo all’uso del documento reale ai fini della narrazione drammatizzata è centrale, ma non è vincolante, poiché durante la visione siamo portati a comprendere anche i razionali meccanismi di funzionamento di una macchina che salva ogni giorno vite umane e lo fa proprio lavorando sulla demarcazione della distanza tra la propria esperienza e quella degli sfollati, dei feriti, delle vittime di questo sanguinoso conflitto, una demarcazione che è molto simile a quella che possiamo operare noi come spettatori rispetto alle immagini della violenza che ormai ci invadono quotidianamente e a cui spesso ci sentiamo anestetizzati.
Tecnicamente la regista ci pone molto vicini ai volti dei centralinisti, gli psicologi, gli infermieri che si avvicendano a microfoni e telefoni; ci colloca in una stanza pulita e isolata, invece che buttarci nell’inferno di cui possiamo solo percepire la dimensione, ancora, solo dalle parole di Hind Rajab. Solo brevemente veniamo condotti a vedere quell’auto e a vedere quella bambina, una libertà estrema della produzione, che sicuramente funge da catarsi, ma nuovamente ci interroga sulla posizione del nostro sguardo rispetto a un documento, a una storia, a una vita. 
The Voice of Hind Rajab ha meritato un Gran Premio della Giuria, che è stato generalmente riconosciuto come il minimo sindacale per un film di questo tipo in questo momento storico, all’interno di una edizione della Mostra del Cinema che non ha brillato per spazi dedicati ai conflitti in corso (non ultima la scelta di collocare questo film non in apertura del concorso, o nei primi giorni, bensì al sesto giorno, quando, si sa, parte della stampa lascia il Lido). È accaduto spesso che il cinema abbia lavorato sulle più traumatiche esperienze di dolore attraverso reenactment e rielaborazioni di documenti, e questo film si inserisce in quel tracciato trovando una sua voce originale, non strumentale e in cui il film è a completo servizio di una storia, della Storia.
Arianna Vietina – MCmagazine 105

