Carlo e Doriano, due spiantati cinquantenni, trascorrono le notti a vagare per la pianura veneta alla ricerca di cibo, alcol e soprattutto di una bella bevuta. Una notte, vagando in macchina da un bar all’altro, s’imbattono per caso in Giulio, un timido studente di architettura: l’incontro con questi due improbabili mentori trasformerà profondamente il suo modo di vedere il mondo. Un road movie malinconico e minimalista che viaggia alla velocità con cui si smaltisce una sbronza…

Italia/Germania 2025 (100′)



Francesco Sossai, nato nelle Dolomiti bellunesi ma formatosi in Germania, dopo l’interessante esordio con Altri cannibali (2021), torna con un’opera seconda realmente indipendente. Pur radicata nel territorio, non somiglia al cinema dei giovani registi italiani, ma richiama piuttosto il minimalismo di certi autori nordeuropei, in particolare quello di Aki Kaurismäki: il risultato è un road movie in apparenza sgangherato, ma in realtà costruito con uno stile personale, ricercato e di forte impatto emotivo. Il cast funziona alla perfezione: Capovilla e Romano danno corpo a due figure sospese tra ironia e malinconia, mai ridotte a caricature, mentre Scotti incarna con sensibilità lo sguardo esterno, il “corpo estraneo” che mette in discussione la loro routine. Il film trova la sua forza anche nel modo in cui la pianura veneta diventa un personaggio silenzioso, spazio di memoria e smarrimento, tra ville in rovina e anonime zone industriali, tra bar semivuoti e strade trafficate. La narrazione procede per frammenti — dialoghi, incontri, ricordi — e più che un percorso verso un obiettivo è un viaggio interiore, fatto di attese e piccole rivelazioni. Non mancano alcune imperfezioni ma resta un film riuscito e toccante, un’opera sincera e sorprendente che racconta la provincia in modo semplice e diretto, fatta di silenzi e malinconie, ma anche di speranza.
longtake.it

Le città di pianura sono i posti che stanno tra la montagna e il mare e che forse nel film diventano un non-luogo (si parla di Cornio, una località inesistente) dove godersi la notte, come capita ai tre protagonisti del film, in cerca dell’ultimo bicchiere da bere, mentre tutt’intorno sta cambiando, in quel Nordest che per diverso tempo ha retto l’immagine di una terra privilegiata, che oggi, come si dice nel film, è diventata territorio. Francesco Sossai viene dalla montagna, dal bellunese. Le città di pianura è il suo secondo lungometraggio, dopo l’interessante Altri cannibali, di rara cupezza. Racconta storie di uomini: è un film che vive sulla strada, che ci ricorda come la vita vada spesa lì, con un bisogno quasi disperato di non perderla, come fanno i due amici (Doriano e Carlobianchi, tutto attaccato) ormai avanti con l’età (Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla), che raccolgono quel passeggero giovane (Filippo Scotti), studente di architettura, presenza che forse è anche un modo per ricordare la propria gioventù, magari per immaginare di poterla rivivere continuamente. E intanto si viaggia e il paesaggio scorre. Le storie si intrecciano: c’è quella di Primo Sossai (stesso cognome del regista) che sta andando in pensione e riceve un Rolex dal padrone della fabbrica per cui ha lavorato e c’è quella soprattutto di Eugenio, detto Genio (Andrea Pennacchi), amico dei due amici del bicchiere, che sta tornando dall’Argentina, dove era andato a vivere anni prima, per operazioni non proprio lecite, e che pare abbia da qualche parte nascosto un bel po’ di soldi.

È un film sul tempo che passa e il mondo che cambia, non certo in meglio: i locali chiudono, il tessuto sociale si sgretola. Qualcuno lo dice nel film: tutto questo un giorno non ci sarà più. È un film molto libero Le città di pianura. Colpisce perché il suo percorso non è altrettanto lineare, come quello dei suoi protagonisti. Gli incontri, i dialoghi si sganciano dal rettilineo, prendono curve, sorprendono nell’anarchia delle azioni, con quell’insaziabile voglia di vita che si porta dentro, nonostante il senso della finitezza sia evidente, di come la morte stia in un angolo del pensiero: non a caso si finisce al Memoriale Brion, in un cimitero. Desiderio della vita, sensazione della morte. È una storia di amicizia Le città di pianura, e a volte sembrerebbe perfino di più, c’è un’armonia quasi dissacrante nelle ore in cui i tre protagonisti stanno insieme. Un cinema country-alcolico, un po’ un Sorpasso, con un clima alla Mazzacurati (La lingua del santo), un piglio naïf della vita, nella sua epifanica scompostezza, a suo modo ribelle. Scritto dallo stesso Sossai con Adriano Candiago, passato a Cannes, in Un certain regard, è davvero qualcosa di insolito, di molto locale e al tempo stesso universale. Vale la pena vederlo.
Adriano De Grandis – il gazzettino.it