Monsieur Aznavour

Mehdi Idir, Grand Corps Malade

Figlio di rifugiati, minuto, povero, con una voce troppo acuta: di lui fu detto e ripetuto che non aveva nessuna carta vincente da giocare. Ma con il lavoro, la perseveranza e una forza di volontà eccezionale, Charles Aznavour è diventato un simbolo per tutta la cultura francese e un monumento della canzone internazionale.


Francia 2024 (133′)
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   Diretto da Mehdi Idir e Grand Corps Malade, Monsieur Aznavour ripercorre la costruzione di un monumento: la storia di un uomo dalla volontà di ferro, nato Aznavourian cento anni fa. Dal ragazzino figlio di profughi armeni agli esordi nella canzone in coppia con Pierre Roche, poi l’incontro con Edith Piaf fino ai primi successi e al decollo di un’incredibile carriera musicale che lo vedrà metter in fila più di 1.300 canzoni, molte delle quali destinate alla gloria. Ne esce fuori un sorprendente omaggio a una figura unica, il cui percorso artistico ed esistenziale merita ammirazione e rispetto perché disseminato di mille difficoltà, che non gli impediscono tuttavia di realizzare i suoi sogni più folli, nonostante l’accanimento feroce dei suoi detrattori, che fin dall’inizio della sua carriera non hanno mai smesso di mettere in croce «le petit Charles», questo figlio di profughi basso e brutto, senza grazia, con la voce nasale, velata e come arrugginita. Lui però ha capito che solo il lavoro poteva essere la chiave per arrivare laddove sognava di arrivare. Per cui non ha mai smesso di faticare: «17 ore al giorno» fino alla fine. La sua giovinezza se ne va via così in un soffio. Colui che diventerà il più internazionale dei «cantautori» francesi non ha avuto il tempo di frequentare nessuna scuola, se non quella della strada, e qualche veloce corso di teatro. Ogni capitolo prende il nome da una canzone: quasi a dimostrare quanto la vita dell’artista (le sue lotte, i suoi amori, i suoi incontri) abbia nutrito il suo lavoro: da Les deux guitares, scritta per ricordare la sua infanzia, a La Bohème, un brano degli anni ’60 che parla invece della sua giovinezza, e così via. Ma il successo straordinario del film è dovuto soprattutto all’imponente lavoro di identificazione fisica dell’attore franco-algerino Tahar Rahim con il suo modello canoro. Una scelta apparentemente inopportuna, visto che l’interprete del Profeta di Audiard somiglia poco e niente ad Aznavour. Invece guardando il film il risultato man mano viene fuori ed è impressionante. Rahim rende la messa in scena del suo personaggio non solo credibile, ma sempre più realistica attraverso i suoi gesti, gli sguardi, le intonazioni, fino a essere perfettamente Aznavour anche quando canta. È lui infatti a interpretare tutte le canzoni del film, tranne alcuni passaggi…

Giandomenico Curi – ilmanifesto.it    

    Suddiviso in cinque capitoli, ognuno intitolato a una canzone (Les deux guitares, Sa jeunesse, Je me voyais déjà, La bohème, Emmenez-moi), il film è una agiografica rappresentazione della vita di un gigante musicale dipinto nelle sue ossessioni e fragilità, difficoltà relazionali, temi ricorrenti, manie di grandezza mai placate (…) Charles canta nei club di spogliarello, imita Trenet, grande paroliere francese, incontra un cantante coetaneo con cui forma un duo, Pierre Roche. La voce di Charles è particolare, roca, tenorile, il suo aspetto curioso, piccolo di statura, naso ingombrante, più buffo che interessante. Ma è il carattere solido a renderlo unico: ambizioso, consapevole dei suoi limiti ma anche dei suoi punti di forza, capisce che nella musica serve disciplina, che deve mettersi alla prova, studiare, lavorare sull’estensione della voce. È concentrato su di sé, legato a filo stretto alla famiglia di origine stenta a costruirne una propria, sposa Micheline, ha una figlia ma è sempre altrove. L’incontro con Edith Piaf gli cambia la vita (è lei a pagargli l’intervento di chirurgia al naso): la cantante già famosissima in tutto il mondo lo porta con sé in tournée, prima in Francia e poi in America. Per anni il loro è un rapporto ambivalente che si muove tra crescita professionale per lui e opportunismo da parte di lei, geniale e pazza, possessiva e alcolizzata. Piaf lo incoraggia a lasciare il duo e anche la moglie, a intraprendere carriera di solista: lo sente vicino perché, come lei, ha cantato per strada, condividono origini umili. Quando Aznavour va via da casa sua per seguire il suo destino, la donna è dura, lo accusa di non avere abbastanza talento, non accetta di essere abbandonata. Ma la sua ascesa è inarrestabile: la sua determinazione è più forte delle difficoltà, la forza di volontà si sposa con l’ostinazione e supera le sale mezze vuote degli inizi e le critiche contrarie. Scrive di amore, delle sue origini, di povertà, di quello che ha vissuto. La radio comincia a trasmettere i suoi brani, la televisione e il cinema si accorgono di lui (anche come attore, protagonista in Tirez sur le pianiste di François Truffaut, 1960).  Arrivano successo, ricchezza, lusso, ville sul mare, champagne, concerti nei più grandi teatri del mondo. Aznavour alza sempre di più l’asticella: “In America voglio lo stesso compenso che riceve Franck Sinatra”, dice al suo manager quando “The Voice” va nel camerino a complimentarsi dopo un concerto americano. Nelle lunghe telefonate a distanza Aida, sua sorella, gli ripete la frase del padre che è diventata un mantra: “Guarda da dove veniamo e dove siamo arrivati”.

Fabiana Sargentini – close-up.info

 

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