Peeping Tom – L’occhio che uccide

Michael Powell

Vittima fin da bambino dei bizzarri esperimenti del padre – scienziato ossessionato dagli effetti della paura sul sistema nervoso – Mark è un giovane timido e riservato. Di giorno lavora come cineoperatore in una casa di produzione londinese; di notte sempre più schiacciato dalle proprie ossessioni e in preda a una lucida follia, Mark diventa un serial killer che filma giovani donne per immortalare il loro volto straziato l’istante prima di morire. Un capolavoro visionario, metafora del voyeurismo del cinema.

UK 1960 (101′)
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     Capolavoro imprescindibile e titolo di culto assoluto, L’occhio che uccide (il titolo originale, Peeping Tom, in gergo significa “guardone”) rimane uno dei lungometraggi più controversi e deviati della storia del cinema, che all’uscita fece gridare allo scandalo non solo per i contenuti di inusitata morbosità, ma anche perché dietro la macchina da presa (qui strumento di morte e prolungamento fisico delle pulsioni violente e sessuali dell’uomo) c’è il distinto e “insospettabile” Michael Powell, maestro del cinema britannico che ha segnato la settima arte insieme al sodale Emeric Pressburger. E rimane incredibile come il regista inglese abbia ucciso il cinema dell’epoca (e non solo) proiettando tutto se stesso all’interno del film, ritagliandosi addirittura la piccolissima (e sfocata) parte del padre aguzzino di Mark. Saggio metafilmico che unisce voyeurismo, riflessione sul cinema, trattato sui traumi infantili, necrofilia, indagine del subconscio, repressione, morbosità del desiderio carnale e, soprattutto, una sconvolgente provocazione allo spettatore, costretto a veder emergere le proprie perversioni in un disturbante processo di identificazione con il protagonista. Powell rimarca ancora una volta la sua ossessione per la rappresentazione e l’artificio, sottolineando come la vicenda viva in un metaforico palcoscenico dai colori irreali e dall’atmosfera opprimente. Un’opera capitale respinta, non incompresa, troppo coraggiosa per poter ottenere consensi da un pubblico con ancora negli occhi i mélo anni ’50 e da una critica bigotta e ben poco propensa a esporsi sui temi trattati della pellicola. Ancora più radicale del coevo Psycho (1960) di Alfred Hitchcock, altro epocale esempio di cinema puro che però ha goduto fin dall’uscita di ben altra accoglienza. Scritto da Leo Marks, crittografo durante la Seconda guerra mondiale. Fotografia di Otto Heller, musiche di Brian Easdale, scene di Arthur Lawson.

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   Peeping Tom faceva parte di una serie di film horror a basso costo finanziati dalla Anglo-Amalgamated sulla scia del successo ottenuto dalla Hammer con i suoi Quatermass, Frankenstein e Dracula usciti tra il 1957 e il 1960. Questi avevano già scatenato le proteste dei custodi della moralità pubblica che tendevano a collegarli alla minaccia dei fumetti horror americani e del rock and roll, lamentando la scomparsa della cultura popolare inglese tradizionale. […]
Pare che Powell fosse sinceramente spiazzato dall’accoglienza riservata a Peeping Tom. Probabilmente pensava che l’umorismo del film e la scelta di evitare eccessi pruriginosi potessero distrarre il pubblico dalla premessa profondamente scioccante o addirittura giustificarla. I molti riferimenti e la vena umoristica del film passarono però inosservati nella tempesta di indignazione che esso scatenò, con accuse di atteggiamenti “malsani”, “morbosi” e “perversi” che accomunarono tutte le recensioni (nelle sezioni “Arte e spettacolo”, ovviamente; i commenti della stampa specializzata furono quasi uniformemente favorevoli). Gran parte delle reazioni scandalizzate va indubbiamente attribuita alla disturbante verosimiglianza del film. A differenza dei suoi immediati predecessori nel ciclo della Anglo-Amalgamated, Horrors of the Black Museum e Circus of Horrors, Peeping Tom è ambientato in luoghi riconoscibili della Londra contemporanea. Il giornalaio che paga Mark perché realizzi “foto artistiche” destinate a clienti rispettabili come Miles Malleson è il volto accettabile di una vasta e inconfessabile industria che soddisfa la ‘scopofilia’, perversione della nostra società. In modo analogo Powell infranse le regole non scritte quando scelse l’affascinante e mite Carl Boehm (figlio del celebre direttore d’orchestra Karl Boehm) per il ruolo di Mark, il timido psicopatico che alterna il lavoro di assistente operatore in uno studio cinematografico alla perversa passione extracurriculare che consiste nel filmare la mortale paura delle sue vittime. Il legame tra ‘cinema normale’, spietatamente beffeggiato nelle scene in cui Mark lavora a un thriller di routine, The Walls Are Closing In, e il suo ‘cinema segreto’ diventa sin troppo evidente: davanti allo schermo siamo tutti voyeur.

Ian Christie – Filmoteca Española

 

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