Due donne si incontrano attraverso uno schermo, da una parte la regista iraniana Sepideh Farsi, esule a Parigi, dall’altra, la giovane fotoreporter palestinese Fatma Hassona, che vive con la sua famiglia nel nord della Striscia di Gaza, documentando con coraggio quotidiano l’assedio e la vita sotto le bombe. Il loro legame nasce e cresce attraverso mesi di videochiamate, pensate inizialmente come preparazione per un futuro documentario. Diventano invece l’anima stessa del film.

Francia/Iran/Palestina 2025 (110′)


“Se muoio, voglio una morte rumorosa, che sia sentita da tutto il mondo”

Attraverso conversazioni interrotte da blackout, segnale instabile, risate e dolori, prende forma il ritratto intimo e resistente di una donna e di un popolo. Fatma racconta ciò che vede e ciò che sogna. Gli attacchi aerei e il desiderio di un pezzo di cioccolato, la paura e la voglia di fotografare il mondo. Il film è costruito con queste chiamate, le sue fotografie della guerra, scorci di notiziari e immagini della vita quotidiana. Un giorno dopo l’annuncio della selezione del film a Cannes, Fatma viene uccisa in un attacco aereo israeliano. Il film, che doveva essere un progetto condiviso, diventa così una testimonianza, un atto di memoria e resistenza, un commosso omaggio a chi ha scelto di raccontare con la macchina fotografica invece che con le armi. Senza retorica, Sepideh Farsi trasforma il dialogo tra due donne che non si incontreranno mai in un gesto politico e umano, in cui la quotidianità spezzata diventa un racconto, e la connessione tra voci lontane diventa cinema. Le loro videochiamate, registrate giorno dopo giorno, sono diventate l’unico materiale possibile per un film che oggi si fa memoria viva, resistenza, atto d’amore.
comingsoon.it

Nessun applauso, nessun commento alla fine didi Put Your Soul on Your Hand and Walk. L’epilogo del documentario di Sepideh Farsi lascia attoniti. E la sensazione di immobilismo deriva dallo stordimento e dallo stupore che accomuna tutti i livelli di Put Your Soul on Your Hand and Walk. L’urgenza di Sepideh Farsi è quella di avvicinarsi all’assedio israeliano a Gaza. Scappare dall’immobilismo di chi guarda e non fa. La regista instaura un rapporto di amicizia e fiducia con Fatma Hassouna, fotografa e poetessa ventiquattrenne che abita a Gaza. Attraverso le registrazioni delle loro videochiamate crea un diario visivo che è insieme testimonianza e memoria, dinamismo e immobilismo, vita e morte.
Ricci Lucchi – sentieriselvaggi.it

Più si avvicina la morte, più si amplifica il senso di alienazione. E con esso quel pericoloso senso di assuefazione, per noi “spettatori”, di un qualcosa che non può, non deve, essere considerato la normalità. È forse questo il momento cruciale di Put Your Soul on Your Hand and Walk, il film della regista dissidente iraniana Sepideh Farsi, che racconta Gaza attraverso mesi di videochiamate con Fatma Hassouna, giovane scrittrice, fotografa e giornalista palestinese, poi uccisa insieme alla sua famiglia nella notte del 16 aprile 2025, in seguito ad un attacco aereo che ha colpito la sua casa nel quartiere di Al-Tuffah, esattamente un giorno dopo l’ultima conversazione avuta con la Farsi, che la informava del fatto che il film era stato selezionato al Festival di Cannes. In una delle ultime telefonate Fatma confida a Sepideh questa sensazione depressiva, questo svuotamento che la costringe a non desiderare più nulla, a rimanere ferma ad osservare tutto il dolore che la circonda. E proprio in quel momento è come se venissimo chiamati in causa anche noi, “spettatori” inermi di una tragedia che non può lasciare indifferenti. “Ogni secondo, quando cammini per strada, metti l’anima in mano e cammina”: così facendo Fatma ha potuto documentare l’orrore quotidiano vissuto dalla sua terra all’indomani del 7 ottobre 2023. E le sue foto riempiono il silenzio dell’orrore, tra una videochiamata e l’altra…
Valerio Sammarco – cinematografo.it

Il film si costruisce tutto sulla inquadratura di un cellulare; anche quando ad essere inquadrato è uno schermo televisivo o un monitor, si mantiene una soffocante vicinanza, così da poter richiamare coerenza emotiva. Questo crea un attrito visivo e mentale, fino a farci infastidire, soprattutto perché non riusciamo a cogliere i contorni nitidi di Fatima Hassouna, a darle una sembianza pulita e lucente come si meriterebbe. Invece, poiché si trova realmente sotto le bombe, tra la polvere e il fumo, è lì che fa eco lo schermo: la nitidezza è un lusso che non le è concesso. Quello che nasce come una contingenza, una necessità, diventa un taglio registico peculiare che Farsi cavalca consapevolmente e con acume. Vorremmo vedere oltre, spostare le macerie, ma quello che ci raggiunge con più chiarezza sono le sue fotografie: sono state per diverso tempo un documento imprescindibile per conoscere effettivamente quello che succedeva a Gaza. Fatima Hassouna ci ha fatto scoprire un popolo che malgrado i bombardamenti persistenti ha resistito nella mente e nel cuore, ricreando di continuo sopra le macerie, e pure sopra le macerie delle macerie, una nuova routine. In tutta questa distruzione e strazio, la ragazza non perde mai il sorriso, e quello stesso sorriso si mostra puntualmente contagioso, brillante e orgoglioso. Non è spiegabile a parole l’energia che scaturisce, la potenza comunicativa di quel suo approccio alla vita. Si può solo immaginare quanto questa straordinaria pulsazione possa essere percepita come un agente irritante per coloro che non ammettono l’esistenza di questo intero popolo. Ma su quello Fatima si dichiara stoica sin dal principio: non ci sconfiggeranno nell’animo, la nostra identità sarà per sempre.
Rita Andreetti – taxidrivers.it

In una vertigine di piccoli schermi, anche in split screen, dalla connessione instabile e dall’immagine che spesso si sgrana, si congela, per poi riprendere a scorrere, Sepideh dice che “gli occhi di Fatem diventano i miei su Gaza e io divento la sua finestra sul mondo”: la regista riprende il telefono con cui la videochiama, ma anche alcuni frammenti di servizi giornalistici da Gaza e intarsia tra le loro quindici conversazioni, avvenute tra aprile 2024 e aprile 2025, le fotografie che Fatem scatta ai suoi concittadini, tra macerie e ricerca di “normalità”. Perché è questo quello che Fatem vuole: documentare ciò che i civili stanno subendo. Perciò prende la sua anima in mano e si porta sulle strade con la sua macchina fotografica, nonostante il pericolo. “Non possono sconfiggerci perché non abbiamo niente da perdere”.
Raffaella Giancristofaro – mymovies.it