Uno sguardo inedito sulla rivolta studentesca partita con un accampamento di solidarietà con Gaza alla Columbia University di New York e diventata epicentro di un movimento. L’ondata di proteste, tra sgomberi e arresti di massa, ha attraversato i campus americani e le università europee portando alla luce come molti atenei investano in fondi legati a industrie belliche coinvolte nei conflitti. Al grido di: «Denuncia, disinvesti, non ci fermeremo, non ci calmeremo» sono proprio le menti più brillanti formate dall’università a ribellarsi contro l’università stessa!

USA/Palestina 2025 (80’)


«Perché pensi che questi accampamenti provochino una risposta così intensa da alcune delle persone più potenti del mondo?». Si apre con questa domanda a Sueda Polat, una delle studentesse che hanno animato gli accampamenti di solidarietà con Gaza dell’aprile 2024 alla Columbia University di New York, il pregevole The Encampments, documentario di Michael T. Workman e Kei Pritsker che racconta, appunto, i dodici giorni dell’occupazione del campus universitario più importante d’America, che ne ha poi coinvolti una sessantina d’altri negli Stati Uniti, tra cui l’UCLA, e trecento nel mondo, proseguendo una tradizione che ha avuto, in passato, il suo apice nelle proteste studentesche dell’aprile ’68, sempre alla Columbia, contro la guerra del Vietnam (e il reclutamento effettuato, da un certo punto in poi, all’interno del campus) e contro l’espansione incontrollata dell’area universitaria, a discapito degli abitanti del quartiere di Harlem; ma anche contro i rapporti tra università e politica, in termini di investimenti per scopi bellici.
«Dovevamo fare qualcosa», affermano i manifestanti; qualcosa che non potesse essere ignorato dall’amministrazione dell’università. La quale infatti, nei giorni degli accampamenti che sono, nel film, mostrati uno per uno, propone due accordi di mediazione che per gli studenti sono inaccettabili, tanto che il campus, nel quale la Polizia era già entrata il secondo giorno effettuando una prima serie di arresti, viene al dodicesimo fatto sgomberare con la forza, a New York come a Los Angeles e in altre sedi universitarie degli States, dopo che era intervenuto il sindaco per dire, con il capo della Polizia di New York, che quell’occupazione doveva finire al più presto. Sgombero che ha portato a 3.100 arresti di studenti e docenti, all’espulsione di uno degli attivisti che vediamo anche nel film, Grant Miner, e di altre ventidue persone (sospese dalla frequenza, espulse dall’ateneo o private del titolo di laurea già conseguito) e, soprattutto, all’arresto del principale tra gli attivisti newyorkesi, Mahmoud Khalil, che è stato poi in carcere per più di cento giorni per motivi pretestuosi legati all’immigrazione e sul cui capo pende tuttora un provvedimento di espulsione, nonostante sia regolarmente residente negli USA.
Il film illustra quindi nel dettaglio, con un montaggio serrato ed emotivamente coinvolgente, e ovviamente dall’interno, attraverso la viva voce dei suoi rappresentanti, la protesta degli studenti della Columbia nelle sue varie fasi, che culminano, com’era accaduto nel 1968, con l’occupazione della Hamilton Hall, soprannominata Hind’s Hall in ricordo della bambina uccisa dai soldati israeliani insieme ai suoi parenti, con trecentocinquanta colpi sparati sull’auto ormai ferma e sull’ambulanza che avrebbe dovuto soccorrerla, riportandone la registrazione della voce su fondo nero (come accade nell’ormai celebre La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia); mostra spezzoni di filmati di repertorio sulla contestazione del ’68, riprese della Palestina di oggi e di un tempo e brani dei telegiornali dei giorni della protesta; ed evidenzia, poi, la repressione del movimento e le cause di questa. Dai primissimi giorni, infatti, l’accampamento della Columbia, che fondamentalmente chiedeva la fine del conflitto a Gaza (quello che qualche mese dopo è stato definito un genocidio) e la sospensione degli investimenti dell’università nell’industria bellica anche israeliana, è stato bollato con l’accusa di antisemitismo (…) che è la stessa che i produttori del coevo October 8 (Wendy Sachs, 2025) rivolgono a quegli stessi manifestanti, usando le espressioni “filo palestinese” e “filo Hamas” in modo intercambiabile, come se chiunque esprima solidarietà agli abitanti di Gaza sostenga implicitamente anche il terrorismo….
Paola Brunetta – cineforum.it


