Toni, mio padre

Anna Negri

Quando Anna aveva quattordici anni, suo padre è stato arrestato e accusato di essere il capo occulto del terrorismo italiano, accuse da cui anni dopo è stato prosciolto. Dopo quattro anni di prigione e quindici di esilio, Toni Negri è diventato un pensatore di fama mondiale, e il suo arresto solo un capitolo di una vita fuori dal comune. Ma per Anna, questa storia ha lasciato un’impronta indelebile. Il film diventa così il racconto delle ferite di due generazioni, insieme intime e collettive. Anna e Toni si ritrovano a Venezia, entrambi di fronte alla macchina da presa, filmati da un amico. Toni sa che vedrà questa città per l’ultima volta, morirà sei mesi dopo, e Anna, che non ha mai vissuto con lui da quando è stato arrestato, lo accompagna cercando di recuperare il tempo perduto. È in questa nuova dimensione di viaggio e di reciproca scoperta, che ridotti a pochi gesti e a parole essenziali vediamo sciogliersi gli ultimi nodi, i dubbi, i significati di due vite tanto complesse. 


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     Toni Negri è stato molte cose: un accademico, un docente universitario, un politologo, un filosofo e uno studioso del pensiero filosofico, di Spinoza in particolare dedicando gran parte dei suoi studi all’approfondimento del suo pensiero. È stato anche un ideologo della sinistra nella quale ha militato spostando progressivamente la sua posizione politica verso un estremismo che trovava la sua derivazione in quell’estremismo operaista che vede nella repressione anche tecnologica del capitalismo una reazione verso la lotta di classe. È in questa ottica che l’ideologo Negri è stato uno dei fondatori negli anni ’60 di Potere operaio e successivamente di Autonomia operaia. Per questi suoi trascorsi il 7 aprile del 1979 è stato arrestato, insieme ad altri docenti universitari italiani che condividevano quelle posizioni, con l’accusa di essere a capo delle Brigate Rosse, che l’anno precedente, tra gli altri crimini commessi, avevano anche rapito e ucciso Aldo Moro. Da qui una lunga serie di vicende giudiziarie che hanno colpito Negri, che si è rifugiato in Francia, e in Italia fu considerato libero per avere scontato la pena solo nel 2003. Vent’anni dopo sarebbe morto a Parigi.

La regista Anna Negri, una delle figlie, coadiuvata per la fotografia da Stefano Savona, ha presentato nella sezione Giornate degli Autori Toni, mio padre. Un film sospeso tra confessioni e risentimenti, incomprensioni dette e mai dette, spiegazioni paterne e amore filiale. Un film che nell’apparente disordine della sua composizione traccia un ragionamento che a volte resta invisibile. Esiste invece un ordine delle cose interiore, non sempre visibile a cominciare dall’avvertimento allo spettatore meno informato su chi fosse questo personaggio paterno, che nel film, in una Venezia che sembra affacciarsi all’estate, gira per la città in carrozzella spinto dalla figlia.
Toni Negri è stato considerato un cattivo maestro come chi in quegli anni ha assunto, solo ideologicamente e non praticamente, posizioni estremiste, extraparlamentari e oltranziste in un pensiero di rivoluzione che accompagnò questi studiosi, Negri compreso, fino alla fine della loro vita. Ma nonostante tutto questo è stata chiara la sua presa di distanza dalle Brigate Rosse (…)

“Avrei voluto cambiare nome” dice ad un certo punto la stessa Negri conversando animatamente con il padre, ormai anziano e il cui respiro è legato ai tubicini che portano l’ossigeno al suo naso. E il padre lì a spiegare le cose, a rispiegare l’esigenza della lotta politica. Nonostante l’alto livello culturale della famiglia, il tema del contrasto generazionale esce a tutto tondo da questo film nel quale la figlia, nonostante la vita infantile e giovanile, come lei stessa racconta, sia avvenuta in una famiglia allargata e quindi abbia avuto varie sollecitazioni che indubbiamente la hanno aiutata verso scelte più consapevoli, non ha mai compreso e perfino accettato la complessa storia paterna. Non ha mai accettato di essere stata esclusa – o quella che oggi sente come una esclusione – costantemente dal pensiero di suo padre interessato ad altre vicende. Il confronto è duro e non vi è, come è giusto, una posizione prevalente (…)

Toni, mio padre, dunque, pur restando un atto d’amore verso il padre, diventa un film protettivo per la stessa autrice, utile a risanare ferite e a ricomporre il dissidio con il passato. Il cinema diventa terapia, Venezia il luogo della ricomposizione dei sentimenti verso il padre.

Tonino De Pace – sentieriselvaggi.it

2 commenti su “Toni, mio padre”

  1. Il vero titolo del film doveva essere “la disgrazia che può essere una figlia”. Di solito non faccio recensioni, men che meno negative.

    Sono perfino uscito dalla sala a pochi minuti dalla fine per la pura pena di guardare ed ascoltare.

    Durante il film la regista, Anna Negri, tenta pure di inquadrare gli autori delle recensioni negative del suo libro (in cui gia tentò di parlare del padre) come “vecchi comunisti patriarcali”: beh, ecco la recensione di un ben poco vecchio, ben poco comunista, persona moderna e molto progressista:

    Questo film è il maldestro tentativo di una figlia tremendamente narcissista di screditare il padre per far carriera. In una scena c’è pure la confessione, in un dolorosamente vergognoso detto non detto, in cui lo ammette quasi apertamente. Dando perfino la colpa di una fantomatica carriera interrotta dalla vergogna di un cognome infausto.

    Si può essere totalmente in disaccordo con le idee di Toni Negri e della sua stirpe politica, ma tutti ammetteranno che sono persone che hanno vissuto intensamente le vicende della loro epoca, che hanno portato con vigore e forza le loro idee ed hanno subito ogni grammo del peso della storia: Toni è perfino sopravvissuto (per un pelo) per raccontarlo. E questo film è un isterico dissacramento da parte di una figlia, un individualista totalmente auto assorbita, che non riesce nemmeno ad afferare che il padre possa aver vissuto per idee(per quanto sbagliate) piu grandi di se stesso e di lei.

    La mia scena preferita rimane quel tavolo in cui le tre generazioni (nonno, mamma e nipote) mangiano al tavolo ed il nipote, con un evidente rispetto per il nonno, a sua volta molto compiaciuto, cerca di parlare di filosofia politica. Interrotti soltanto dalla madre che cerca di affondare ogni discorso vagamente interessante e profondo in litigi inutili ed isterici, probabilmente per gelosia e odio represso.

    Ciò nonostante sono felice di aver visto la pellicola, perché mi diede da pensare su quanto amore può avere un padre per una figlia per sottoporsi ad un film simile. Molto istruttivo sul rapporto di generazioni che smisero di capirsi, e del fatto, spesso dimenticato, che purtroppo le persone che appaiono in libri di storia e giornali avevano una vita e persone care, che possono essere state ferite e spezzate dagli eventi.

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    • Caro recensore anonimo, mi chiedo perché non hai approfittato del dibattito per rendere pubbliche le tue idee davanti a tutti, mi avresti esposto al pubblico in maniera ancora più efficace. Credo di averti incrociato sulla porta del cinema, mentre uscivi a mezz’ora dalla fine, capelli e barba chiari, giovane. Avresti avuto anche l’occasione di parlarmi in privato ma niente. Evidentemente c’è qualcosa nel film che ti ha molto irritato.Però giusto per chiarire a chi altro leggerà il tuo commento, nel film non parlo dei ‘recensori del mio libro come di vecchi comunisti patriarcal’, ma dei compagni di Toni che gliene avrebbero parlato male, perché come dico nel film ´non si sfida l’autorità paterna’. E nel tuo commento c’è altrettanto maschilismo, un tentativo di ridurmi a una figlia incompetente e invidiosa che usa la fama del padre per farsi notare. Il mio primo film, fatto con tuttte le difficoltà del caso, é andato a Belino, il mio secondo a Sundance, ne ho fatti altri 5 per la televisione pubblica e due serie, ho scritto un libro e insegno, non é che sono un’esordiente che ha bisogno di emergere attraverso il padre. E se ho messo in discussione il santino rivoluzionario di Toni, cosa che a certi compagni dà così fastidio, l’ho fatto solo per darne una visione più completa, di un uomo del suo tempo pieno di contraddizioni umane. scagli la prima pietra chi ne è esente.

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