Dopo quello che sembrava un banale litigio, Marta e Antonio si lasciano. Marta reagisce alla rottura chiudendosi in sé stessa. L’unico sintomo che non può ignorare è la sua improvvisa mancanza di appetito. Antonio, chef in rampa di lancio, si butta sul lavoro. Ma sebbene sia stato lui a lasciare Marta, non riesce a dimenticarla. Quando Marta scopre che la mancanza di appetito ha più a che fare con la propria salute che con il dolore della separazione, tutto cambia: il sapore del cibo, la musica, il desiderio, la certezza delle scelte fatte.

Italia/Spagna 2025 (120′)



Tre ciotole, come sa bene chi conosce la storia personale di Murgia e il libro, è una parabola sulla riscoperta di sé in seguito all’irruzione della malattia nella propria vita e nel proprio fisico. Marta si orienta presto all’interno delle nebbie dello spaesamento che pensa dovuto al dolore della separazione per distinguere sempre più chiaramente i contorni di un passato di scelte e priorità che non la rappresentano più. Si apre al quartiere e al mondo, ai desideri e a una vita che non sia solo rappresentata da Antonio, ormai definitivamente ex lontano dalla quotidianità. Si fa coraggio e capisce il valore di cucinare, per sé e per gli altri, di dare oltre che di ricevere. Lo fa nelle tre ciotole finite da tempo nascoste in uno scaffale della cucina, ottenute con Antonio da una raccolta punti in un supermercato. La metafora parte dal cibo e si allarga alla vita tutta, oltre all’amore, e gli ingredienti diventano stati d’animo e parti diversamente composte in una necessità di rigenerarsi di tipo spirituale, diremmo quasi animistico. In questo, Coixet applica il suo stile di regia personale al percorso di Marta, fra inquadrature deformate ed esplosioni sensoriali che rischiano di sviare con un linguaggio abusato da indie di maniera, ma vengono ricondotte alla credibilità dall’intensa interpretazione dei protagonisti e da una sceneggiatura capace di equilibrare ragione e sentimento, dosando drammatico e inattesi momenti ironici. Qui la malattia impone a Marta una rinnovata consapevolezza di come ci sia altro oltre alla timidezza, al non dire e al non fare, le permette di riconsiderare l’io e non solo il noi della coppia, per una sportiva la cui vita agonistica molto breve le ha già imposto una sorta di pensione prematura da giovane. Il tutto sullo sfondo di una Trastevere sfacciata e poco turistica, confortevole e quotidiana.
Mauro Donzelli – comingsoon.it

Coixet si smarca dalla rappresentazione cartolinesca e turistica e dipinge con sguardo inedito e poetica urbana scorci e ponti, strade e anfratti. Alba Rohrwacher presta il suo corpo sottile e diafano e il volto liliale da madonna fiamminga ad un personaggio dolente e sfaccettato, che poco alla volta si apre alla vita e alle sue sorprendenti e inaspettate seconde possibilità. La regia minimalista, ma non spuria o disadorna, riesce e far vibrare ogni corda dell’interiorità e del viaggio intimo della protagonista. Un viaggio alla scoperta di sé, quando è ormai troppo tardi e non ci sono più voli di stormi in cielo da guardare. Il sipario si chiude su una festa d’addio. Dove passato e presente si mescolano e le tracce di ciò che siamo stati convivono con i ricordi di chi resta. Ciò che di noi sopravvive e ciò che scolora. Tre ciotole è un film pudico che parla di morte per celebrare la vita. Marta, nel momento più tragico e delicato, si libera delle insicurezze e timidezze e si abbandona al flusso degli eventi. La malattia la costringe ad accelerare il passo, ad assaporare nuovi brividi, anche la più piccola e insignificante delle consuetudini, aggiungendo giorni alla vita più che la conta dei giorni che restano. Un gelato che cola, un nuovo amore che nasce, una lingua straniera da imparare, una colomba da seppellire, una finestra da cui far entrare ed esperire il mondo.
Mario Tudisco – spietati.it