Un semplice incidente

Jafar Panahi

Iran. Durante un viaggio notturno, una famiglia investe un cane e l’auto si danneggia, costringendoli a fermarsi. Lì un uomo sembra riconosce nel padre l’agente dei servizi segreti che lo ha torturato anni prima. Deciso a vendicarsi, per fugare ogni dubbio, cerca conferme tra altre vittime di quella violenza.


A Simple Accident
Iran/Francia/Lussemburgo/2025 (101′)
CANNES 78° – Palma d’oro
Lux Padova Logo

  Come dice il titolo, è proprio un semplice incidente che dà il via alla storia. Quello che costringe un uomo a fermarsi dal meccanico e permette a Vahid di riconoscere chi l’aveva torturato e umiliato quando era in galera, non per ragioni politiche ma perché aveva manifestato contro il ritardo con cui veniva pagato.
Vahid vorrebbe vendicarsi ma non è sicuro che si tratti della persona giusta e allora chiede aiuto a un’altra ex detenuta, Shiva, per riconoscere chi ha stordito e chiuso nel baule del suo van. Un’identificazione che poi coinvolge anche una coppia di sposini (lei era stata in carcere) e un quinto ex prigioniero, Hamid, ognuno dei quali reagisce in maniera diversa, chi volendo passare subito a menar le mani, chi rifiutandosi di usare la stessa violenza che aveva subito. Nato dall’esperienza di Panahi in carcere, il film segna una svolta nello stile del regista, qui più libero e capace di fondere momenti quasi umoristici nella struttura drammatica (il telefonino del prigioniero che suona, i poliziotti con il Pos per le mazzette). Sino a un finale tesissimo e drammatico dove i dubbi sul riconoscimento trovano la loro soluzione, in un film che è una dolorosa e sincera riflessione su come la società civile dovrebbe (o potrebbe) reagire di fronte alla violenza del regime. In nome di una dignità che Panahi difende con forza.

Paolo Mereghetti – ilcorriere.it

   Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, Un semplice incidente non è il miglior film dell’iraniano Jafar Panahi, anche se si tratta di un lavoro efficace, persino divertente in certi momenti, sempre pronto a mettere sulla bilancia dilemmi morali inquietanti e risvolti politici drammatici. D’altronde Panahi, più volte arrestato dal regime degli ayatollah e condannato al carcere, infine scarcerato due anni fa, è riuscito finalmente, da uomo libero, a raggiungere di persona un festival che ospitava i suoi film, al posto di una sedia vuota che ogni volta veniva usata per ricordare la situazione. Forse la sua presenza a Cannes ha contribuito a creare un’attesa ancora più sentita e a trovare il consenso maggiore dalla giuria, ma sarebbe ingiusto pensare a un’opera premiata solo per questa circostanza emozionale, anche perché nella sua carriera le vittorie a Cannes, Venezia, Berlino e Locarno al regista non mancano. Tre anni dopo Gli orsi non esistono, premio speciale della Giuria a Venezia, Un semplice incidente parte da un episodio piuttosto ordinario, spiacevole senz’altro, ma come può capitare a tanti automobilisti. Una famiglia sta percorrendo una strada di notte in auto: il padre alla guida uccide involontariamente un animale, riprende la corsa, ma l’auto risulta danneggiata. Si fermano nell’unico posto aperto per chiedere aiuto, con lui ci sono anche la moglie incinta e un figlio. Ma tra i presenti c’è qualcuno che crede di rivedere in lui il proprio terribile torturatore che gli ha segnato la vita. Lo riconosce soprattutto per una protesi al posto della gamba, perduta in Siria, il cui rumore trasmetteva terrore agli imprigionati dal regime. Così per scacciare il dubbio rintraccia altre persone che subirono la stessa sorte, per capire se quello è davvero l’uomo che li aveva martoriati a lungo. Intanto scelgono di rapirlo, prima di decidere se perdonarlo o meno. Panahi si serve del road movie per raccontare una storia pessimista sulla determinazione del Potere e la sua pervicacia al Male, sulla responsabilità del singolo (il torturatore va ucciso o perdonato da parte del gruppo?), sulla moralità del perdono, sul ribaltamento dei ruoli (il probabile carceriere ora è incarcerato), sul campo/controcampo morale della storia. Un film durissimo, anche se meno complesso di altri dello stesso autore, ma che sa ritagliarsi lungo la strada per tutta la prima parte anche momenti di comicità surreale, e che partendo da Beckett, e da Polanski (La morte e la fanciulla) arriva ad attendere anch’esso il suo Godot, la liberazione dalla disumana dittatura. Ma, come spiega bene l’ultima agghiacciante sequenza, il Potere non si debella facilmente: basta soltanto un rumore riconoscibile per seminare il terrore.

Adriano De Grandis – ilgazzettino.it

 

Lascia un commento