Velluto blu

David Lynch

Aperto da un incipit memorabile, il film è ambientato nell’immaginaria cittadina di Lumberton, luogo-simbolo di quella provincia americana dove tutto è in apparenza perfetto: dai colori pastello delle abitazioni fino ai pompieri che salutano mentre passano. Qui il ritrovamento di un orecchio umano in un prato porta il giovane Jeffrey (Kyle MachLachlan) a indagare su un affare sporco che coinvolge una cantante di night-club (Isabella Rossellini) e un gruppo di criminali che hanno rapito suo figlio. Lo aiuterà la figlia di un detective (Laura Dern). Un film dai contorni onirici, di indubbio fascino e di grande suggestione visiva e sonora.


Blue Velvet
USA 1986 (120′)
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   Dopo il disastro commerciale di Dune (1984), David Lynch torna a realizzare un lungometraggio personale, inquietante e ricco di tematiche scomode e coraggiose. Aperto da un incipit memorabile, il film è ambientato nell’immaginaria cittadina di Lumberton, luogo-simbolo di quella provincia americana dove tutto è in apparenza perfetto: dai colori pastello delle abitazioni fino ai pompieri che salutano mentre passano. In realtà è proprio in questi spazi, come dimostrerà anche nella serie televisiva I segreti di Twin Peaks (1990-1991), che secondo David Lynch si nascondono i misteri più terribili, le perversioni e il sadismo: elementi tutti ben rappresentati dal personaggio interpretato da Dennis Hopper. È negli ambienti familiari, conosciuti e rassicuranti, che prende vita quel perturbante freudiano che Lynch ha spesso rappresentato in carriera. Sono orrori che si nascondono (il motivo ricorrente della tenda), si celano, ma che presto o tardi vengono a galla (l’orecchio in mezzo al prato). Velluto blu è un’opera esplosiva, che vive di guizzi importanti alternati a momenti più statici, totalmente incentrata sull’atto del vedere e sul piacere che questo può provocare. Fortemente voyeuristico, è anche un film dai contorni onirici, di indubbio fascino e di grande suggestione visiva e sonora. Lynch opta per due canzoni d’epoca come In Dreams di Roy Orbison (che tanto ha a che fare con l’atmosfera della pellicola) e Blue Velvet di Bobby Vinton, cantata da Isabella Rossellini, che dà il titolo al film..

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  …Alcuni dualismi: in primis quello fra la superficie, appunto, così felice, solare e tanto American Way of Life, da non far sorgere mai sospetti circa l’esistenza del sommerso, quell’umore nero che si agita sottotraccia, come gli insetti che si divorano a vicenda tra l’erba del prato. È un Male che Lynch inizia a codificare qui, attraverso le forme che poi diventeranno tipiche della sua filmografia noir, si pensi a Strade perdute, Mulholland Drive e, soprattutto, la saga di Twin Peaks, che da Velluto blu pescherà volti, ambienti, situazioni e l’uso ipnotico delle musiche di Angelo Badalamenti. Ma – e qui sta l’altro interessante dualismo – mentre forgia un immaginario che gli sarà riconosciuto come proprio, in realtà Lynch reinventa le forme e i codici del cinema classico e in questo si allinea ai colleghi che negli stessi anni stanno ricostruendo Hollywood: come il John Carpenter di Christine o il Robert Zemeckis di Ritorno al futuro, Lynch riallinea le forme dell’America degli anni Cinquanta a un presente che ha già conosciuto l’emersione del lato più nascosto e oscuro. Il regista plasma l’immagine sfruttando l’orizzontalità del formato Scope per solleticare sempre l’idea di un “alto” e di un “basso”, mentre la fotografia di Frederick Elmes ritaglia ombre sui muri, compone giochi cromatici raffinati e insieme virulenti, che aprono spazi onirici ed espressionisti nella realistica ambientazione suburbana. Ne viene fuori un’operazione teorica che modernizza l’estetica del noir classico, ponendo il giovane Jeffrey al centro del triangolo formato dalla classica brava ragazza e dalla dark lady che induce alla perdizione. Un dualismo riverberato dai registri narrativi contrapposti, quello, per l’appunto, nero, stretto fra gangster e poliziotti corrotti, e quello invece fiabesco dei pettirossi, in un gioco di rispecchiamenti dove Dorothy (nome che rimanda al Mago di Oz) è stavolta la vittima e non l’eroina della situazione. C’è infatti un nuovo corso che preme, simboleggiato da Frank, il cattivo in puro stile eighties, sboccato, violento, sopra le righe, una scheggia di modernità alla Tony Montana (si riveda Scarface di De Palma) in un contesto classico.

Davide Di Giorgio – sentieriselvaggi.it

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