Vincitori e vinti

A Norimberga, nel 1948, un modesto magistrato americano deve giudicare quattro “colleghi” tedeschi accusati di aver applicato, oltre la lettera, leggi palesemente inique al punto da aver consentito aberranti sperimentazioni mediche su prigionieri e favorito la persecuzione del popolo ebreo. Le prove d’accusa sono schiaccianti, ma ragioni politiche legate alla contrapposizione dei blocchi vorrebbero che la sentenza fosse “accomodata” alla ragion di stato…


Judgment at Nuremberg
USA 1961 (178′)
2 OSCAR: miglior attore (Maximilian Schell) e miglior sceneggiatura (Abby Mann)
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Tra gli imputati c’è il giudice ed ex ministro della giustizia del Reich (Burt Lancaster), uomo probo ma irrimediabilmente compromesso con il regime. Kramer riusce a rendere appassionante tre ore ininterrotte di arringhe e deposizioni sull’Olocausto grazie anche alle interpretazioni di un cast eccezionale: Spencer Tracy è il saggio presidente della corte penale,  Maximilian Shell è il cinico avvocato difensore, Richard Widmark l’inflessibile pubblico ministero, Montgomery Clift il tedesco sterilizzato perché idiota (secondo la difesa), perché figlio di un comunista (secondo l’accusa), Judy Garland è una donna condannata in un processo farsa, Marlene Dietrich una vedova aristocratica che ancora sostiene la tesi dell’obbedienza (e spiega a Tracy il testo della canzone Lili Marleen). Un contributo indimenticabile alla massima tragedia del XX secolo e un grande modello di courtroom-movie con due momenti da brivido: la testimonianza dello sconvolto Clift e la deammatica proiezione dei filmati (autentici) sui campi di concentramento.

il Mereghetti – Dizionario dei film



     Costruito sullo schema di un dibattito, il film dimostra la sua tesi mediante una soluzione narrativa ed espressiva incentrata sui primi piani e sull’incisività interpretativa di attori di altissimo livello, dove i volti, i gesti e le parole assumono un ruolo di protagonisti dell’azione filmica pur raccolta nell’ambito di un’aula giudiziaria. Alcune ridondanze, la fragilità di alcuni personaggi collaterali, talune notevoli lacune dell’impostazione ideologica sono riscattate da un linguaggio cinematografico felice e vigoroso. Mirabile appare l’interpretazione di Spencer Tracy e Montgomery Clift.

Segnalazioni Cinematografiche

     Lo scenario del film è qualcosa di più di una fedele cronistoria del secondo processo di Norimberga. Disegnato, tagliato, costruito secondo le esigenze di un processo penale, il film non si limita alla rievocazione di un’azione processuale contro quattro giudici e funzionari del Terzo Reich, colpevoli di avere assoggettato l’ordinamento giudiziario tedesco al potere politico, e perciò va al di là della rappresentazione dello scontro in aula tra un pubblico ministero che vuole gli imputati condannati perciò colpevoli, e un avvocato difensore che tiene testa alle arringhe, chiamando in causa le attenuanti generiche e le stesse corresponsabilità politiche dei vincitori. Infatti, l’analisi strutturale del film porta alla ribalta, parallelamente all’azione giudiziaria, la tensione individuale del giudice Haywood, che non si accontenta di ascoltare arringhe e di esaminare documenti, ma vorrebbe entrare nella psicologia individuale e collettiva dei tedeschi, per capire come un popolo intero si sia gettato nella spaventosa avventura hitleriana e come uomini di cultura e di dignità si siano lasciati andare senza reazioni verso la propria perdizione dello spirito. Ma i due motivi, benché abbiano uguale sviluppo narrativo e uguale respiro tematico, non portano a soluzioni analoghe. Haywood, condannando Janning e gli altri imputati, salva la sua coscienza individuale, placa la voce interiore dello spirito, ma non risolve, né per sé né per gli altri, la questione politica delle responsabilità del popolo tedesco e della connivenza di certi ambienti americani con la rinascita dello spirito nazista. Tuttavia, Kramer non si rifugia nel compromesso, lascia insoluti certi aspetti del problema proprio per deficienza di più chiare prospettive storiche, ma non li mistifica, sfiora appena senza approfondire certe incrinature democratiche ma non tenta di rappattumare il tutto in una paciosità da “happy end”. Sia pure arroccandosi dietro l’intangibile imparzialità di Haywood, Kramer ha modo di insinuare dubbi, perplessità, sfiducie, e di mantenere l’evidenza di certe accuse, nonostante che l’interesse morale del processo sembri a volte debordare romanzescamente verso un gioco processuale, di interesse accademico, ricco di sospensione e di curiosità. Il film dura tre ore, ma non ha una sola sbavatura sul piano strutturale; misura determinante ne è l’equilibrio instabile ma fermo dei personaggi, che si controbilanciano e portano innanzi il nodo drammatico del film, senza preoccuparsi di inventare svolte narrative o di rovesciare addosso allo spettatore inediti risvolti psicologici, ma solo lavorando con la propria presenza attiva e con l’estrinsecazione delle impressioni e dei sentimenti. La ricomposizione dei fatti secondo una regola di verità ha forse, in qualche immagine non marginale, una tale compiacenza virtuosa che il film sembra in qualche rarissima scena librarsi nelle sfere di un dibattito elegante, orchestrato da una mano sapiente. Ma gli orrori di Buchenwald proiettati in aula o le scabrose testimonianze di Petersen sterilizzato perché avverso al regime o di Irene Hoffman martoriata negli affetti perché ignara del Rassenschande del 1935, richiamano di colpo un clima storico ben determinato, la pagina più terribile della storia contemporanea, e costringono alla meditazione storica e morale. Vincitori e vinti infatti non si risolve in commossa rievocazione del passato. È un film che fa storia, è cronaca attuale, è testimonianza di una paura, è segno di un brivido; è la confessione di un uomo che, interpretando le più sensibili antenne dell’opinione pubblica mondiale, ha rinfrescato la lezione di Norimberga perché la cronaca troppo svelta non ne debba sradicare il ricordo dalla coscienza degli uomini.

Alberto Pesce – cineforum.it

 

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