Lilian Steiner è una psicanalista di origini americane, perfettamente integrata nell’ambiente della borghesia parigina, separata dal marito Gabriel e in difficoltà anche con il figlio Julien, appena diventato papà a sua volta. Rigida, nervosa, chiaramente bloccata, non ascolta più veramente i suoi pazienti. Se ne accorge il giorno in cui muore una di loro, Paula, e lei comincia a lacrimare copiosamente, incapace di tenere a bada un sintomo che non sa spiegare e che nemmeno l’ex marito oculista è in grado di curare. La scettica dottoressa finisce così da un’ipnotista, che la guida dentro una storia segreta, che la riguarda e la lega alla donna scomparsa. Convintasi che Paula sia stata assassinata, con l’aiuto di Gabriel, Lilian si mette a investigare.

Private Life
Francia 2025 (105′)


Sono i Talking Heads con Psycho Killer sui titoli di testa che accolgono lo spettatore: e quello più smaliziato capirà subito dove vuole andare a parare Rebecca Zlotowski. Vita Privata, presentato a Cannes 2025, ha preliminarmente un enorme merito, ovvero quello di ridare un ruolo finalmente complesso e degno a quella Jodie Foster che il grande cinema sembra aver dimenticato (cosa che non ha fatto la televisione, dove ha saputo giganteggiare in True Detective: Night Country qualche anno fa). Colpevolmente, di sicuro, perché la sua dottoressa Lilian Steiner è il perno intorno a cui gira una storia che scivola continuamente da un piano all’altro, da un genere all’altro. Proprio come i Talking Heads, perché Viè Privèe cambia registro ad ogni sequenza, modulando le sue corde sia sul dramma che sul giallo/horror psicologico tenendo però tutto insieme con una sorte di spirito iconoclasta declinato in forma di commedia. Un continuo sgusciare una cosa dentro l’altra che a tratti potrebbe anche infastidire, tanto bene la Zlotowski riesce a tenere ogni genere; ma che alla fine sembra essere perfettamente in linea con lo spirito intimo di un film che vuole mostrare la realtà per il circo grottesco che è, dove non c‘è un senso e dove ognuno si crea la propria verità. Tanto più che la regista, alla sua sesta prova, sembra aver trovato la sua ispirazione più autentica dopo qualche prova abbastanza disastrata (Planetarium o Une Fille Facile): sembra girare intorno al Woody Allen di Misterioso Omicidio a Manhattan, ma poi prende una strada tutta sua, gustosa e divertente, consapevole, e finisce per ragionare sulla morte e sulla incapacità umana di capire, usando al meglio non solo la Foster ma tutti i suoi attori, fino ad uno splendido Daniel Auteuil.
Gianlorenzo Franzì – cinecriticaweb.it

…Zlotowski non ha alcun interesse a muoversi davvero nel campo del giallo, o della detection. La sua stella polare semmai sembra il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan, con lo svolgersi dell’inchiesta privata – come la vita del titolo, a ben vedere – che viene ben presto soppiantato dallo studio della psicologia della protagonista; il tono non è mai davvero umbratile o inquietante, ma si muove nelle timbriche della commedia borghese. Dopotutto gli elementi principali scelti da Zlotowski, anche autrice della sceneggiatura insieme a Anne Berest e Gaëlle Macé, sono primariamente alleniani: la spoliazione della psicologia, e della sua pretesa “scientifica”, il gioco con il misterico (in questo caso l’ipnosi, come ad esempio ne La maledizione dello scorpione di giada), la cultura ebraica, la presenza di un partner che aiuta nelle indagini pur non avendo a sua volta alcuna cognizione del mestiere dell’investigatore, e via discorrendo. La scrittura evita però di travalicare completamente il campo del ridicolo e di tramutarsi in pochade, preferendo poco per volta e in modo sottile indagare a sua volta questa donna trapiantata in Francia dagli Stati Uniti – parla bene la lingua, eppure deve ricorrere al traduttore automatico quando i vicini di casa la insultano perché per l’ennesima volta ha chiesto di abbassare il volume dello stereo che sta sparando a tutto volume, repetita iuvant, la canzone dei Talking Heads –, severa e austera al punto che quando per motivi inspiegabili inizia a lacrimare in modo ininterrotto l’ex coniuge si stupisce, affermando di non averla mai vista piangere nel corso degli anni.

Certo, la trama non brilla per autenticità e non ha spiccati connotati originali, ma la regia di Zlotowski appare più ispirata del solito e sa come condurre in porto un prodotto commerciale di buon gusto, divertente, consapevole di reggersi sulle spalle solide della sua splendida interprete ma anche in grado di sostenere questa prova con un nugolo di attori in forma, pratichi della sottile linea di demarcazione che solo sulla carta divide il trauma/sogno dalla commedia, l’ipotesi comica da quella tragica. Così Zlotowski, alla sua sesta regia e in questo alla sua prova più convincente (lontani paiono i tempi dei disastrosi Planetarium e Une fille facile), si permette anche di ragionare sulla morte liberando la visuale da ogni punto di vista, e ponendo al centro del discorso la tenerezza della fallacia umana, anche quando si ostina disperatamente a scoprire il vero, senza rendersi conto che è esso stesso privato, e dunque inestricabilmente falso.
Raffaele Meale – quinlan.it