Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli

1912: Giovanni Pascoli è morto e un treno parte da Bologna per le sue esequie con studenti, autorità e parenti, tra cui la sorella Maria, chiamata Mariù. Il viaggio riflette il lutto del paese, dove persone di tutte le classi sociali rendono omaggio al poeta. È attraverso i ricordi di Mariù, conosciamo la vita di Giovanni: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico e il rapporto complicato con Giosuè Carducci…


Italia 2025 (110′)
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     1912: Giovanni Pascoli è morto e un treno parte da Bologna per le sue esequie con studenti, autorità e parenti, tra cui la sorella Maria, chiamata Mariù. Il viaggio riflette il lutto del paese, dove persone di tutte le classi sociali rendono omaggio al poeta. Attraverso i ricordi di Mariù, conosciamo la vita di Giovanni: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico e il rapporto complicato con Giosuè Carducci. Nonostante difficoltà personali e politiche, si laurea e riabbraccia le sorelle dopo anni. Vivono insieme, ma le dinamiche familiari sono tese: Ida, più indipendente, lascia il fratello per cercare una vita propria. Giovanni, famoso ma infelice, si ritira con Mariù a Castelvecchio, dove il treno che lo porta alla sepoltura attraversa uno spazio surreale, con apparizioni misteriose, come nelle sue poesie.

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  Un treno si appresta a partire dalla stazione per riportare la salma del poeta Giovanni Pascoli verso i suoi luoghi natii, un convoglio i cui passeggeri sono le tante persone che hanno gravitato nella sua vita, dalla giovinezza fino all’età matura. Tra questi anche alcuni suoi studenti, uno in particolare, Enrico, dovrà scrivere del vissuto del professore per il giornale con cui collabora. Inizia così il racconto della vita di Pascoli dalla traumatica perdita del padre all’impegno politico giovanile, fino al momento in cui fama e riconoscimenti ne hanno decretato ufficialmente il valore artistico e letterario. Il film si concentra poi sul rapporto molto stretto e a tratti morboso di Pascoli con le sorelle Ida e Mariù, che lui ha voluto con sé una volta raggiunta la stabilità economica.

Zvanì è un film nel quale le parole, come è giusto che sia, hanno un enorme peso nella costruzione dell’opera. Nel raccontare la vita del poeta, infatti, lo sceneggiatore Sandro Petraglia prende la consapevole scelta di adottare un registro linguistico più aulico e formale, dove i versi delle poesie più celebri possono fondersi e compenetrare la storia nei suoi momenti salienti. È così quindi che la forma epistolare si alterna a poesia e dialoghi per tratteggiare la figura di un uomo fragile che la società vuole saldo e che esprime i suoi dolori principalmente attraverso le parole che scrive per dare forma ad un dolore e ad un disagio che non lo abbandoneranno per il resto della sua vita. Una figura malinconica quindi, tormentata dal passato e da sentimenti ai quali ha quasi timore a dare un nome, alla continua ricerca di un equilibrio famigliare che gli sfugge insieme a momenti di fugace felicità. Nonostante i lunghi flashback che fondono passato e presente dei personaggi la regia rimane totalmente a servizio della storia e senza troppi guizzi, con immagini curate e semplici quasi a cercare di non adombrare il parlato che in questo caso assume, come già accennato, una maggiore rilevanza. Zvanì è quindi quello che definiremmo un film biografico da manuale, senza virtuosismi ma comunque efficace nel suo intento: quello di raccontare una figura particolare della letteratura italiana, un uomo fatto di luci e ombre fittissime che ha compiuto scelte insolite e talvolta discutibili, un personaggio complesso perfettamente reso dall’interpretazione di Cesari che, seppur nella fisicità non ricordi Pascoli, riesce a dare corpo e spirito a colui che interpreta rendendolo tangibile e reale.

Erika Sciamanna – movieplayer.it 

  Si apre con un treno pronto a lasciare la stazione di Bologna Zvanì – Il Romanzo Famigliare di Giovanni Pascoli, un treno a vapore “speciale” che condurrà a Barga, in Toscana, il feretro di Giovanni Pascoli. A bordo ci sono i familiari del poeta, qualche amico e molti studenti, desiderosi di rendergli omaggio e di fare in modo che vengano rispettate le sue ultime volontà: nessuna cerimonia religiosa e soltanto una croce sulla bara, in altre parole semplicità e poco clamore, perché Pascoli amava dire di sé: “Io sono sempre stato con i miseri e sono misero”. Questo incipit, che prefigura un biopic che però biopic non è, sembra annunciare a quanti vedranno il film di Giuseppe Piccioni che lo sceneggiatore Sandro Petraglia ha compiuto la coraggiosa scelta di ritrarre l’inventore della Poetica del Fanciullino non come il poeta delle piccole cose o l’uomo depresso e alcolizzato innamorato di sua sorella Ida, ma come uno spirito vibrante, un letterato e filologo che visse anche momenti gioiosi o, come le chiamava lui, giornate in cui perfino la sua esistenza poteva apparire bella. L’autore del copione ha voluto inoltre stringere ulteriormente il campo soffermandosi sulla vita familiare di Pascoli: sulla sua speranza di ricreare il nido distrutto dalla morte di suo padre, sua madre, di una sorella e di due fratelli, e sulla sua delusione di fronte alla certezza di non poter dimenticare un’infanzia dolorosa. Nel suo racconto Petraglia preferisce a un andamento lineare l’alternarsi di presente e passato, e il presente è un viaggio attraverso uno spazio surreale, dove il ricordo convive con i fantasmi di persone care che salutano il convoglio e personaggi che guardano in macchina, un po’ come in alcuni film di François Truffaut. Pascoli, però, non era Antoine Doinel ma un artista irrequieto sopravvissuto grazie alla poesia. E la poesia di cui era autore ha sempre affascinato Piccioni, che ha saputo dilatare il tragitto in treno immergendolo in una specie di dormiveglia nel quale i componimenti in versi diventano litanie, i vivi sembrano morti e i morti parlano e sorridono come se fossero vivi, ricordandoci le anime che Dante incontra nelle tre cantiche della Divina Commedia.

Giuseppe Piccioni è anche un regista di attori e, per merito suo ma non solo, Federico Cesari, Benedetta Porcaroli e Liliana Bottone recitano in stato di grazia, aderendo completamente ai loro personaggi e rendendo giustizia alla complessità del cuore umano e al male di vivere di un individuo che ha sempre avuto scarpe strette. Pascoli è stato spesso preda di una malinconia legata alla consapevolezza della caducità della vita. Per questo amava citare Orazio, che biasimava gli anni che ci abbandonano, e Seneca, che scrive “Il tempo scorrerà senza fare rumore”, e se il periodo a Matera viene paragonato dal poeta a un tedio doloroso legato all’imperversare dello scirocco, gli anni in Toscana insieme alle sorelle diventano pian piano irti di difficoltà. Con la sua regia Giuseppe Piccioni sa caricarli di angoscia, sorprendendo sguardi furtivi, gelosie o più in generale ombre, mentre fuori è nebbia, pioggia e freddo. Il regista non giudica, piuttosto osserva con rispetto e dà corpo all’inspiegabile e all’oscuro, oltre che alla falsa speranza che il dolore non porti altro dolore. Attenzione, però, Zvanì non è ricattatorio, non indugia sulla sofferenza, su quell’atomo opaco del male con cui si chiude la struggente poesia intitolata “X agosto”. No, il film è attraversato da profonda dolcezza e dal desiderio di far conoscere Giovanni Pascoli alle giovani generazioni, che forse si riconosceranno nelle sue poesie e lo sentiranno vicino, e sentendolo vicino, forse diventeranno più autoconsapevoli e coraggiose. o forse ribelli, dal momento che il poeta fu, in gioventù, seguace dell’internazionalista Andrea Costa, che lo spronò a educare il popolo e a prepararlo alla rivoluzione.

Carola Proto – comingsoon.it


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