Clara

Marta Bergman

Sara e Adam, con la loro figlia di due anni, sono entrati illegalmente in Belgio e stanno cercando di raggiungere l’Inghilterra. Ammassati nel retro di un furgone insieme ad altri migranti, la paura comincia a prendere il posto della speranza. Redouane, poliziotto da vent’anni, passa le sue notti a inseguire trafficanti sulla rete autostradale belga. Quella notte, mentre la sua squadra tenta di fermare un furgone sospettato di trasportare migranti, tutto cambia.


L’enfant bélier
Belgio 2026 (94′)
film edito solo in versione originale sottotitolata
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    Notata nel 2019 con il suo primo lungometraggio di finzione, Sola al mio matrimonio, Marta Bergman vanta anche un consistente bagaglio documentaristico. Il suo nuovo film è un’opera di finzione, liberamente ispirata a una tragedia che ha sconvolto il Belgio nel 2018: il caso Mawda, che racconta la storia di una bambina curda di due anni morta per una ferita da arma da fuoco dopo essere stata colpita da un agente di polizia belga durante un inseguimento in auto. Sotto pressione, le forze dell’ordine hanno inizialmente insistito sul fatto che non erano stati sparati colpi d’arma da fuoco, per poi affermare che i trafficanti avevano usato il corpo della bambina come scudo umano. Sullo schermo, tutto inizia con un’inquadratura stretta e luminosa di una coppia bella, giovane, innamorata. E al contrario. In qualsiasi momento, i traumi possono riaffiorare. Sara (Zbeida Belhajamor) e Adam (Abdal Alsweha) sono nella loro tenda, impegnati a creare ricordi per la loro bambina, Clara, protetti dal mondo esterno ostile e pericoloso da una sottile tela arancione. Questa scena iniziale cede il passo a una situazione completamente diversa: la caccia della polizia a cui sono soggetti i migranti. Provenienti da Mosul o Aleppo, finiscono per essere inseguiti su un’autostrada belga. La sguardo della regia si divide, a questo punto, tra il furgone che trasporta la famiglia in esilio e l’auto della polizia, in una sequenza d’azione al cardiopalmo che si concluderà in tragedia.

Trattati come sospetti, ai genitori viene impedito di accompagnare la figlia e poi di elaborarne il lutto. Lo prospettiva cambia di nuovo e si concentra sia sul modo in cui polizia e giustizia gestiscono mediaticamente e ufficialmente la crisi con un cinismo spaventoso, sia sul poliziotto che ha sparato, attraversato da interrogativi morali ed esistenziali sulla propria colpa e responsabilità. Se è un poliziotto a premere il grilletto, è comunque il contesto,che genera un’atmosfera di paura e sospetto, ad armare il fucile, in balia di un sistema di cui Clara e la sua famiglia sono le prime vittime. Esplorando quasi tutti i possibili dettagli di questa tragedia, restituendo a queste vittime lo status di genitori che alla fine è stato loro negato, osservando i cinici meccanismi di difesa impiegati dalle forze dell’ordine e mettendo in discussione il ruolo svolto dallo stesso tiratore, Marta Bergman – supportata da un cospicuo materiale documentario – usa una finzione politicamente potente per cercare di capire come si è verificata la tragedia e aiuta ad andare oltre, senza soffocare alcuna emozione o rabbia, ma per comprendere la natura complessa di questo sistema che cerca di giustificare l’ingiustificabile.

Aurore Engelen – cineuropa.org

  Il film di Marta Bergman non si limita alla ricostruzione dei fatti ma esplora le implicazioni morali e politiche di quella notte. Con uno sguardo lucido e profondamente umano, la regista costruisce un racconto immersivo che rifiuta ogni semplificazione. Clara non è quindi solo un film sulla migrazione, ma una storia di persone: una giovane coppia innamorata, una bambina, un uomo in uniforme, tutti intrappolati in un sistema più grande di loro. Girato quasi interamente di notte, il film si distingue per una potente dimensione visiva e sensoriale: la macchina da presa si avvicina ai corpi, ai gesti, agli oggetti, restituendo una percezione intima e tangibile della paura, ma anche della speranza e dell’amore. Clara si inserisce così nel dibattito contemporaneo sulle politiche migratorie europee, interrogando il rapporto tra sicurezza e umanità, tra legge e responsabilità morale. Al centro del film resta però una storia intima: quella di Sara (Zbeida Belhajamor), Adam (Abdal Razak Alsweha) e della piccola Clara (Klara Toros). Una quotidianità fragile ma viva, fatta di gesti semplici, di tenerezza e resistenza. Un racconto che, pur attraversando il dolore, lascia spazio alla possibilità di ricostruzione.

Guglielmo Sforzi – taxidrivers.it

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