Colin Smith, un ragazzo con una vita familiare balorda, compie un furto quasi per scherzo e finisce al riformatorio; il direttore, cha ha la mania dello sport, scopre in lui un buon corridore di fondo e lo induce ad allenarsi per l’annuale gara campestre contro i giovani di un college elegante. Vincere per Colin vorrebbe dire rimettersi in pace con il mondo, con il direttore del riformatorio e con se stesso….
The Loneliness of the Long Distance Runner
Gran Bretagna 1962 – 1h 43’
Mostra del Cinema di Venezia: Leone di bronzo
Il contrasto è perfettamente a fuoco, le tesi esposte senza faziosità, il quadro d’ambiente vivo e inquietante: un film amaro e intelligente che analizza a fondo i contrasti sociali e generazionali dell’Inghilterra degli anni ’60. Uno dei capolavori del Free Cinema.
Ezio Leoni – movieconnection.it (cinecena)

Tratto da un racconto di Alan Sillitoe, anche sceneggiatore e già autore di Sabato sera, domenica mattina (Karel Reisz, 1960), Gioventù, amore e rabbia, didascalica traduzione del più ispirato titolo originale The Loneliness of the Long Distance Runner (“la solitudine del maratoneta”), rappresenta uno dei massimi esempi del Free cinema, la Nouvelle Vague britannica che all’inizio degli anni Sessanta aveva riportato l’attenzione dei registi sul realismo sociale – certamente influenzati anche dal neorealismo italiano – e sulla coscienza della classe operaia nel dopoguerra. La corsa campestre è qui metafora della riflessione sulla propria condizione e posizione esistenziale, laddove Tony Richarson raccorda i momenti di allenamento solitario ai flashback prima del riformatorio, nella precarietà di una casa di provincia illusa dalla politica della produttività e della prosperità, oltre che corrotta dal consumismo inaugurato dall’arrivo della televisione. Il giovane arrabbiato Colin (un Tom Courtenay al suo brillante esordio) è il simbolo del distacco generazionale dal vecchio patriarcato, nella (rinnovata) consapevolezza di sé e del proprio posto nel mondo, lontano dai padroni e dalle autorità, pur nella sconfitta predestinata dal potere repressivo. Vivo e disperato cuore pulsante di una nuova libertà individuale e cinematografica…
longtake.it





Anche questo The loneliness of the long distance runner (stupidamente tradotto in italiano con Gioventù amore e rabbia che poco c’entra con il film) è un capolavoro, uno dei grandi manifesti del free cinema inglese degli anni 60 che si inserisce nella parabola ascendente della prima parte della carriera di Richardson iniziata con I giovani arrabbiati nel 1958 e che avrà il suo apice proprio con Tom Jones. Il cinema di questi anni è un cinema di forte contestazione sociale e politica, ma non per questo è un cinema didascalico o retorico; Richardson è brillante nello stemperare i temi pesanti che va trattando con dosi ora di ironia crudele e buffonesca da cartone animato (la scena del discorso patriottico in tv, la perquisizione della polizia), ora con tocchi di leggerezza poetica (la gita al mare), il tutto raccontato attraverso il polso energico del regista: macchina a mano, luci naturali, montaggio frenetico, carrelli… Questo stile irruento rende forte e urgente il grido del film: le istituzioni non sono realmente interessate all’uomo. Chi dirige il riformatorio e dovrebbe educare i ragazzi non è realmente interessato a loro, al massimo è impietosito, ma non di più; ciò che al direttore (il grande Michael Redgrave, padre dell’attrice Vanessa) interessa è vincere la gara perché cambierebbe la situazione delle istruzioni di riformatorio. Un intento buono, ma non teso principalmente al bene del ragazzo. Il film racconta di un’Inghilterra dove le istituzioni vogliono solo se stesse e i propri ideali e a cui non interessa dei singoli. Perciò nel finale si assiste a uno dei più clamorosi gesti di ribellione della storia del cinema (da non svelare). Un finale che fece rumore, e che rimane memorabile.
Riccardo Copreni – sentieridelcinema.it

Il film del Free cinema che regge meglio di tutti è ancora Sabato sera, domenica mattina, ma Gioventù, amore e rabbia lo segue a ruota. Entrambi adattano testi di Alan Sillitoe, riproposti da poco da minimum fax, e parlano di giovani proletari lontani da Londra. Entrambi sono storie di normale resistenza alle attrattive borghesi. Nel secondo, la scena è a Nottingham, polverosa città operaia, e nel carcere minorile del Borstal, reso celebre in letteratura da Brendan Behan che ne fu ospite. Il protagonista è il giovane Colin Smith, poco più che adolescente. Nei flashback che guardano al suo recente passato vede la madre che tradisce il padre che va morendo di una malattia da fabbrica, vive la prima avventura amorosa, compie con un amico i primi atti di delinquenza. Nel presente del riformatorio si scopre ottimo corridore di fondo, lasciando sperare al direttore (Michael Redgrave, un grande che veniva dal cinema e dal teatro tradizionali) che possa vincere una gara con i ragazzi di un collegio perbene. Colin ci sta, ma alla fine, tra la fedeltà alla sua classe e l’ingresso nel mondo dello sport (e del denaro), fa la scelta giusta e, quando sta per tagliare il traguardo, si ferma pochi metri prima e lascia vincere un ragazzo del gruppo borghese. Come nel romanzo di Sillitoe, è la precisione nella descrizione degli ambienti e dei linguaggi a convincere, e la giustezza dei volti, il modo di pensare e di reagire del protagonista. La fotografia di Walter Lassally colpì per il modo in cui colse il grigiore che circonda la vita di Colin, la musica di John Addison per la sua tonalità jazz, ma quel che conta è Tom Courtenay, una faccia che non è facile dimenticare, già segnata e di una introversione sofferta e un poco, sotto, beffarda. Ha una morale, questo film. Rivisto oggi non ci sembra più il capolavoro che ci sembrò a suo tempo, ma si vorrebbe avesse dei corrispettivi nel cinema dei nostri giorni.
Goffredo Fofi – internazionale.it






