Grand Ciel

Akihiro Hata

Vincent lavora di notte nel cantiere di un quartiere futuristico. Quando un operaio scompare, Vincent e i suoi colleghi iniziano a sospettare che i loro superiori stiano insabbiando un incidente. Ma presto scompare un altro operaio… Mescolando realismo sociale ed elementi thriller, l’esordiente Akihiro Hata osserva le forme contemporanee del lavoro e le sue ricadute sull’esistenza individuale. Uno sguardo rigoroso che restituisce il volto di un sistema precario che consuma le vite mentre ne reclama il sacrificio, un capitalismo spietato che inghiotte corpi e relazioni.


Francia/Lussemburgo 2025 (91′)
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  Hata si è ispirato ad un fatto realmente accaduto in Francia pochi anni fa, con Grand Ciel esplora il tema della sicurezza dei lavoratori, mettendo in luce come, in una società socialmente e tecnologicamente avanzata come la nostra, la vita umana venga messa troppo spesso in secondo piano rispetto agli interessi economici e politici. Le condizioni di lavoro spesso disumane nei cantieri. Attraverso la storia di Vincent (Damien Bonnard) un operaio che lavora di notte in un cantiere di un quartiere futuristico e dei suoi colleghi, il film denuncia l’indifferenza degli imprenditori e delle istituzioni rispetto alle condizioni spesso disumane (turni notturni massacranti, protocolli di sicurezza non adeguati,…) della classe operaia e ai rischi che il silenzio e l’omertà creano. Nel film, un operaio scompare misteriosamente e Vincent e i suoi colleghi iniziano a sospettare che i propri superiori stiano cercando di insabbiare l’incidente. Ma presto scompare un altro operaio. Le vittime su lavoro in Italia: nel 2025, più di tre al giorno. Nel 2025, in Italia, le vittime sul lavoro sono state 1093, più di tre al giorno. A fotografare l’emergenza è l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, che registra anche un aumento delle denunce di infortunio. A questo drammatico bilancio si aggiungono le vittime del lavoro irregolare – gli operai e i lavoratori (spesso stranieri) senza contratto – veri e propri “schiavi del terzo millennio” che muoiono ogni giorno nel silenzio e nell’indifferenza.

repubblica.it

  C’è qualcosa, nel cantiere raccontato da Grand Ciel, che mi ha ricordato (in meglio) The Brutalist, o meglio il brutalismo. Tutto quel cemento, quel calcestruzzo, quei luoghi grigi e essenziali, illuminati da neon o strisce led che nella loro fisicità esibita diventano espressione metafisica, e non solo perché il film di Akihiro Hata (regista giapponese formatosi cinematograficamente in Francia) rende quel luogo il teatro di qualcosa di sovrannaturale e spaventoso, come se si fosse dentro un film gotico dove però l’architettura è, appunto, brutalista. Brutale, sebbene anche elegante, è poi il commento sociale che è implicito a questo film rarefatto e misterioso, tanto nitido nell’immagine e nel contenuto quanto pieno di ombre quando si tratta di personaggi e storia.

Il Grand Ciel è il futuristico grattacielo che è il cuore di un nuovo quartiere, uno “smart district” simile a tante analoghe utopie urbane contemporanee, il luogo dove persone come Vincent e gli altri protagonisti del film – gente appartenente alla classe operaia, gente che lavora attraverso agenzie interinali, sottopagata, sfruttata, a volte mobbizzata – sogna di abitare un giorno mentre trascorre le notti a costruirlo. Fuori tutto è rendering, uffici moderni, comunicazione (la stessa comunicazione per cui finirà a lavorare la compagna di Vincent) che promette un futuro migliore per tutti; dentro è fatica, turni, pressioni per lavorare di più e non per forza meglio, incidenti. E poco importa se al livello -6 una qualche misteriosa malattia del cemento spinga a rifare di continuo le solette attorno ai piloni delle fondamenta, se laggiù l’aria e le superfici si riempiono di una polvere misteriosa, e se alcuni operai sembrano svanire letteralmente nel nulla. Il modo in cui Akihiro Hata racconta questa misteriosa e invisibile (ma non impalbabile) minaccia è efficace, ma ancora di più è quello con cui tratteggia il suo protagonista, e le tensioni che man mano si vengono a creare tra lui e i suoi colleghi di lavoro quando da semplice operaio Vincent viene promosso capo squadra, e inizia a prendere più le parti dei padroni che non quelle dei suoi compagni di lavoro e di classe. Non è tanto che, come sta scritto nelle note di regia pubblicate sul sito della Biennale (Grand Ciel era nel concorso Orizzonti di Venezia 2025), Vincent abbia paura del declassamento sociale: è più il terrore di non poter più arrivare a quanto tutti e tutto quello che è attorno a lui sembra avergli promesso, e imposto di desiderare. La paura di non potersi più permettere, un giorno, l’appartamento in quel quartiere che lui e gli altri hanno costruito e stanno costruendo. La paura di rinunciare a un sogno indotto da altri. È ovvio che Grand Ciel parla di tutto ciò di cui troppo poco si parla oggi: di precarietà, di lavoro, morte sul posto di lavoro, alienazione, massificazione, perdita della coscienza di classe. Ma non è un film comunista, o marxista: è semplicemente un film che vuole rimettere l’uomo, l’elemento umano, davanti al profitto e ai miraggi cui spinge la gente a credere. Perché in fondo a tantissimi di noi sarà accaduto nella vita di essere un po’ come Vincent, e di rovinare quanto di buono si ha già, e la propria integrità, nel nome di qualcosa che qualcuno ci vuol far credere si possa un giorno avere, e che forse non vogliamo nemmeno. Basta vedere Vincent, felice al barbecue coi suoi amici operai, rigido e a disagio quando si trova a partecipare alla festa dei “creativi”, di gente che è di un mondo che non è il suo, e non è detto affatto che se lo fosse sarebbe meglio.

Federico Gironi – comingsoon.it

«Come possono la precarietà lavorativa e la pressione sociale deformare insidiosamente il corpo e la mente di una persona, al punto da distruggere ogni senso di solidarietà, fiducia e cameratismo? Questa domanda è al centro di Grand Ciel. Attraverso Vincent, un operaio edile temporaneo, terrorizzato dal declassamento sociale, il film esplora come l’interesse personale prenda lentamente il posto del bene comune. Gran parte del cambiamento inizia a contaminare anche la sua vita familiare. Le relazioni si sfrangiano, logorate dalla sua paura di fallire. Vincent vive sotto una minaccia costante, reale, quasi palpabile: in un sistema economico spietato, in una guerra silenziosa, ogni lavoratore deve combattere per proteggere il proprio pezzetto di vita. E poi c’è la minaccia più silenziosa, come un’eco nelle viscere del cantiere: un labirinto di cemento dove le luci al neon scavano volti cadaverici, dove il silenzio stringe la gola e asfissia la mente. Quel cemento onnipresente, freddo e minerale, la cui polvere fluttuante, come una nebbia tossica inarrestabile, s’insinua in ogni fessura, minacciando di inghiottirti, mentre il gigantesco cantiere continua a crescere e crescere, a qualunque costo.» – Akihiro Hata

 

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