François e Colette sono sposati e vivono a Parigi. Lui scrive romanzi gialli di ambientazione ottocentesca, in cui si immagina detective perspicace accanto all’aiutante con le sembianze della moglie; lei insegna cinema alla Sorbona ed è specializzata nell’opera di Alfred Hitchcock. Quando il loro nuovo vicino attore li invita alla prima del suo spettacolo teatrale, i due non immaginano che diventeranno i protagonisti di una storia gialla che ricalca le storie di Hitchcock e offrirà a lui nuove idee. Di mezzo c’è un possibile omicidio, una messinscena ingegnosa e l’istinto di Colette per spiare la vita degli altri.
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Bazaar – Murder in the Building
Francia 2026 (106′)



Il delitto del 3°piano più che una ripresa di elementi hitchcockiani (come nella storia del cinema hanno fatto in tanti, da De Palma e Polanski in giù), o una lezione sul cinema di Hitchcock, è una sorta di insistita, anche divertente ricostruzione di La finestra sul cortile, con ovviamente immagini del film stesso, spiegazioni del suo senso più o meno nascosto (Hitchcock, dice Colette, soffriva nell’essere considerato il maestro del brivido e non invece della coppia), ripresa nella trama gialla di elementi del racconto originale (l’anello rubato da Grace Kelly nella casa dell’assassino), ribaltamento dei ruoli (in Hitchcock è la donna che s’intrufola nell’appartamento incriminato, qui l’uomo) e citazioni da altri film (le chiavi di Notorious, l’acconciatura di Vertigo, il cammeo di Hitchcock col contrabbasso, come in L’altro uomo). La scelta originale di Bezançon, che del suo film è anche sceneggiatore, consiste nell’inserire una trama onirica che fin dalla prima sequenza mette in scena i romanzi dello scrittore François: avventure alla Agatha Christie che complicano ulteriormente i piani di rappresentazione e rimandano alla tradizione letteraria ottocentesca che precede Hitchcock stesso e che trova un terreno d’incontro con l’opera del regista nella scenetta che spiega il significato del famigerato espediente narrativo McGuffin.

Il delitto del 3°piano è godibile e divertente e funziona grazie alla bravura dei due protagonisti: lui, Lellouche, inizialmente riluttante, si fa trascinare dalla moglie nell’indagine sul presunto omicidio e passa così dalla finzione alla vita; lei, Casta, insoddisfatta di essere solamente colei che i film li analizza (lo dice pure, nel caso qualcuno non lo capisse), individua nella realtà, come James Stewart in La finestra sul cortile, una trama alla Hitchcock (e dunque passa dalla vita alla finzione), diventando il tramite nemmeno troppo nascosto delle velleità dello stesso Bezançon. La loro dinamica di coppia, che dall’iniziale distanza li porta al ricongiungimento e al ritrovato amore, ricorda quella tra Woody Allen e Diane Keaton in Misterioso omicidio a Manhattan, che a conti fatti – a proposito di rimandi e citazioni e riprese e calchi e ripetizioni… – è forse il vero modello di questa commedia con binocolo e delitto.
Roberto Manassero – mymovies.it

Il delitto del 3° piano dichiara la sua ispirazione fin dai titoli di testa: è un grande omaggio al cinema di Alfred Hitchcock. Proprio da quei titoli fiorisce una gemmazione di riferimenti grafici al maestro, tra finestre sui cortili e immagini di docce stilizzate, saldando tra loro i vari classici da La finestra sul cortile a Psyco. Ma c’è di più: la protagonista Colette (Laetitia Casta) è una docente di cinema che studia proprio Hitchcock, anzi ne è la maggiore esperta, e lo insegna ai suoi studenti in lunghe e approfondite lezioni universitarie. Il marito François, col volto di Gilles Lellouche, fa lo scrittore di gialli in costume; il film principia proprio dentro un suo racconto, ossia con la finzione nella finzione, per poi precipitare nella realtà della storia (…) Il mistero si innesca quando il nuovo vicino di casa, Yann raffigurato in Guillaume Gallienne, invita la coppia alla sua rappresentazione dell’Amleto in teatro. Tra insofferenza e sbadigli di François, avverso allo spettacolo troppo autoriale – un po’ come questo film -, sostengono a fatica la pièce; da lì a poco Colette crede di vedere un omicidio alla finestra, nello specifico proprio Yann che uccide la compagna, una bella ragazza sordomuta (…) Da questo punto il film frulla tutto un immaginario e dimostra come il cinema oggi possa vivere come installazione di sé stesso, come passeggiata dentro la sua Storia. Certo, una volta comprese le regole del gioco anche il giallo-comico mostra la corda e sappiamo dove va a parare, ma il più è fatto.
Emanuele Di Nicola – cinematografo.it