Ogni famiglia è infelice a modo suo, soprattutto quelle che si odiano perché costrette a vivere nella stessa palazzina di uno sperduto borgo calabrese. Infelice è Luisa, 50 anni, ribelle, precaria, madre affettuosa ma in guerra con tutti. Soprattutto con Imma, la cognata: più giovane, più bella, più inserita… Mentre le due donne si sfidano tra denunce e insulti, tre zie anziane cercano disperatamente di riportare la pace.La drammaturgia della vita domestica nella visione “autobiografica” di Gianluca Matarrese diventa così assimilabile alla tragedia greca, fatta degli stessi archetipi che sono propri della condizione umana.

Italia/Svizzera 2025 (87′)



L’incipit del film è enunciativo: una citazione dall’Antigone di Sofocle e una ripresa dall’alto di un anfiteatro greco, secondo un punto di vista demiurgico, dove la struttura teatrale appare come una mappa, con i suoi contorni, come uno spazio mentale. La rappresentazione iniziale consiste in quelle stesse schermaglie che poi vedremo nel corso del film, tra le due cognate che si combatteranno senza esclusione di colpi, assistite da un coro greco fatto di donne veraci della famiglia(…) La tragedia greca, così come del resto Shakespeare, ha una dimensione eterna, viene ancora rappresentata dopo 2500 anni e verrà sempre messa in scena anche in un futuro molto lontano. E questo perché i classici hanno saputo cogliere e mettere in scena gli archetipi stessi dell’umanità, delle dinamiche ancestrali che governano i rapporti interpersonali, i conflitti della nostra vita, che siano combattere per il trono di Tebe o litigare per il cane che sporca il pianerottolo o per come si sbattono i tappetini. Nulla di strano quindi che la tragedia greca riviva tra le mura domestiche della famiglia di Matarrese, con tanto di coro impersonato dalle zie, con i personaggi indaffarati con l’aspirapolvere o i prodotti dimagranti stile Wanna Marchi, o a cantare Ti lascerò di Anna Oxa e Fausto Leali al karaoke. Non c’è un grande scarto quindi tra i classici testi e i verbali di un’assemblea condominiale, ci dice Il quieto vivere.
Giampiero Raganelli – quinlan.it

“Non c’è male peggiore di una famiglia divisa”. Richiama in esergo il cuore dell’Antigone di Sofocle, Gianluca Matarrese, per aprire il suo nuovo lavoro dopo l’acclamato GEN_, documentario e unico italiano in concorso allo scorso Sundance. Il quieto vivere, evento speciale fuori concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 82, nasce da una storia vera, vissuta tra le mura della famiglia stessa del regista, che nel prologo si affida ad ambientazioni da tragedia greca (con tanto di coro) e mette subito una dinnanzi all’altra le due contendenti, Imma Capalbo e Maria Luisa Magno, tra loro cognate ed entrambe cugine di Matarrese. Che ancora una volta, dopo Fuori tutto nel 2019, mette al centro di un suo documentario vicissitudini familiari. Ci troviamo in uno sperduto borgo calabrese, Contrada Viscigliette, un piccolo agglomerato di abitazioni situate in cima al colle che lì tutti chiamano il Cozzo: in una di queste palazzine vive Maria Luisa Magno, cinquantenne da sempre in guerra con il mondo. Al piano di sotto l’appartamento del fratello, sposato con Imma. Legate da un rancore reciproco che si perde nella notte dei tempi, le due donne si sfidano tra denunce e insulti, mentre intorno – soprattutto tre anziane zie – cercano disperatamente e senza fortuna di riportare la pace.

In poco più di 80 minuti Matarrese (che scrive il film insieme a Nico Morabito) costruisce un’anomala docufiction (possono tornare alla mente operazioni come Pranzo di ferragosto o il più recente Vittoria) che abbraccia il tragicomico, dove ironia e crudeltà si amalgamano anche grazie all’innegabile fascino dato dalla “verità” di gesti, linguaggio, volti, tradizioni (la preparazione dei cibi fatti in casa, le tavolate delle feste) che alimentano la semplicità di un quotidiano capace di farsi racconto. Che sa affidarsi tanto alla tradizione orale (i ricordi delle tre zie, naturalmente nostalgiche dei bei tempi, quando in famiglia vigeva l’armonia) quanto all’immediatezza degli innumerevoli resoconti che le due contendenti forniscono di volta in volta: lo scotch sul contatore della luce, la tovaglia stesa e tagliuzzata, il cane che va a fare i bisogni sul pianerottolo. “Tu passaci sopra”, si sente dire Luisa, che tra le due, capiremo poco a poco, sembrerebbe essere quella più fumantina e per nulla disposta ad indietreggiare di un millimetro in questa faida dove ogni esternazione diventa performance e dove si ha sempre la sensazione che prima o poi la tragedia del reale possa compiersi. Non a caso, infatti, a parte quel confronto nel succitato prologo, le due donne nel film non si incontreranno mai più…
“Dove finisce il sangue comincia la pace, dove finisce la pace comincia il sangue”.
Valerio Sammarco – cinematografo.it