Due ragazzi uniti dall’amicizia e divisi dall’ambizione e dal sangue. Una storia fra epica e melodramma su due talenti del teatro giapponese kabuki nel corso dei decenni, dove sempre più tendono a sovrapporsi arte e vita, persona e personaggio.

Giappone 2025 (174′)


UDINE – Risale al 1629, come avvisa la didascalia iniziale del film, la proibizione per le donne di esibirsi nel teatro kabuki, che ebbe come conseguenza l’affermazione degli onnagata, attori maschi vestiti e pesantemente truccati per un personaggio femminile, che agiscono in scena con movimenti e pantomime stilizzati e codificati in rappresentazioni lontane dal voler creare l’illusione di realtà nel pubblico. Presentato in proiezione speciale al 28° Far East Film Festival, dopo l’anteprima alla Quinzane 2025, Kokuho di Lee Sang-il è un grande affresco sul teatro kabuki e sul mondo degli onnagata..

Leggere il film soltanto come un omaggio al fascino di una delle tradizioni più imperiture del Giappone sarebbe riduttivo, in quanto ciò che al regista nippo-coreano Lee Sang-il sembra interessare maggiormente è il rapporto tra gli anacronismi che stanno alla base di un’arte che si tramanda sempre uguale dal XVII secolo, mantenendo un ruolo di primo piano nella cultura giapponese e le coordinate culturali della società odierna. Un rapporto che non può non essere conflittuale e che rischia costantemente di frantumare l’esistenza dei due protagonisti, eredi e al tempo stesso portavoce moderni di un simile retaggio artistico. Non a caso il film inizia proprio con uno scontro, in una città simbolo di una frattura tragica nella storia del Giappone, Nagasaki, dove bande di yakuza rivali si fronteggiano durante una festa, in cui il figlio adolescente del boss, Kunio, si stava esibendo in uno spettacolo kabuki di fronte al più celebre onnabata del momento Hanjiro Hanai (Ken Watanabe). Costui, avendone ammirato le doti di bravura, dopo l’uccisione del padre, decide di portarlo con sé a Osaka, dove verrà addestrato ai rigidi canoni del kabuki, che totalizzeranno la sua esistenza e quella di Shunsuke, il suo amico-fraterno (nonché primogenito di Hanai), con cui Kunio si dovrà dividere il favore del maestro.
Il teatro kabuki assorbe l’intera vita di Kunio e Shunsuke, dalla dura formazione presso la casa di Hanjiro, al debutto in palcoscenico, alla alterna carriera artistica, frantumandone le esistenze private, soprattutto nei momenti in cui devono coniugare la vita scenica con le esperienze di una quotidianità che risponde a regole completamente diverse.
Se il fascino che il teatro kabuki tuttora esercita agli occhi del pubblico è forse legato proprio al suo essere nello stesso tempo anacronistico ed “eterno”, e quindi atemporale, chi lo pratica, sembra volerci dire il regista, viene proiettato in uno spazio “fuori del tempo”, che difficilmente potrà conciliarsi con la quotidianità. La parte più riuscita del film è quella dedicata al teatro, Lee Sang-il esibisce una serie di scene di famosi testi kabuki in un tripudio estetico di scenografie, costumi, pantomime, non per farne una stucchevole passerella, ma per sottolineare, anche attraverso la presenza esibita della macchina da presa, l’estrema artificiosità di quell’arte, che, contrariamente alla tradizione occidentale, non occulta momenti che nel nostro teatro sarebbero fuori scena, basti pensare al cambio di abito degli attori, che avviene sul palco, con l’aiuto dei servi di scena incapucciati.

Più faticoso risulta il legame tra i due momenti di vita: sulla scena e nella quotidianità, dei protagonisti. I continui balzi temporali nella narrazione non permettono agli spettatori di comprendere appieno le varie svolte che portano, attraverso scelte sofferte, a dei cambiamenti fondamentali sia per il percorso artistico, sia per le relazioni personali tra i due e le loro famiglie. Se non in alcuni momenti magici del film, come nella ripetizione della scena del piede, ormai in cancrena, di Shunsuke, che affiora tra le vesti, durante la rappresentazione di Doppio Suicidio, dove il gesto teatrale, in cui la tradizione continua a vivere, rimane, anche quando il corpo è deteriorato. La neve nel teatro kabuki rappresenta il tipico scenario in cui si compie un destino inevitabile: il film si apre con il paesaggio urbano innevato di Nagasaki e si conclude con una maestosa nevicata di fogliettini di carta sul palcoscenico, portandoci a una chiusura circolare tra teatro, vita e cinema.
Cristina Menegolli – MCmagazine 111

