L’agente segreto

Kleber Mendonça Filho

Brasile, 1977, in piena dittatura militare. Marcelo, un esperto di tecnologia sulla quarantina, è in fuga. Arriva nella sua Recife durante la settimana del carnevale, sperando di riunirsi con suo figlio e poter stare sempre con lui. Presto però realizzerà che la città non è di certo il rifugio sicuro e non violento che si aspettava.

 
O agente secreto
Brasile/Francia/Paesi Bassi/Germania (160′)
CANNES 78°: premio miglior regia e miglior attore (Wagner Moura)
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     Nel Brasile sotto dittatura (siamo nel 1977), un professore, sotto falso nome (il bravissimo Wagner Moura), raggiunge Recife assieme al figlio, per avere notizie della madre e attendendo la possibilità di espatriare. Ma sulla sua strada lo stanno rincorrendo anche due killer, assoldati da un imprenditore italiano, diventato importante grazie alla corruzione. Un film talmente articolato da rendere a tratti tortuoso il racconto, ramificato e continuamente distolto, per raccontare, come il regista brasiliano ama fare, anche un Paese così gigantesco. Tra identità modificate, tra intermezzi di “genere”, tra flash sulla vita sociale delle persone, Mendonça Filho mette in mostra un’abilità non comune: per capirlo, basterebbe la tensione con la quale la lunga sequenza iniziale al distributore di benzina svolge in nuce le coordinate di tutto il film che verrà. La brillante regia ricodifica elementi disomogenei con la forza delle immagini, catturando l’essenza di una vita in fuga, mentre il Carnevale impazza e fa un numero allarmante di morti, gli stessi che si sommano nella risoluzione finale, con la quale veniamo poi catapultati ai giorni nostri. Un’opera complessa, affascinante, misteriosa e potente.

Adriano De Grandis – ilgazzettino.it

   Dopo il bellissimo documentario Retratos fantasmas (2023), un viaggio intimo e personale nella storia di Recife, Kleber Mendonça Filho rende ancora una volta protagonista la sua città, tornando però a quel cinema di finzione che l’aveva fatto conoscere nel mondo dei festival con film come Aquarius (2016) e Bacurau (2019). In The Secret Agent sceglie nuovamente di tornare al passato, ma per fare anche un potente collegamento con il presente, confermando come il suo sia un cinema estremamente politico (Bacurau si poteva leggere come una pellicola su Bolsonaro e le sue scelte controverse). Si prende i suoi tempi, saggiamente, L’agente segreto, soprattutto in una prima parte piuttosto statica, spiazzante, come se fosse solo una sensazione di una pace impossibile da raggiungere. Attraverso una struttura drammaturgica di grande potenza formale e contenutistica, ricca di cambi di registro e colpi di scena, il film dà vita a una visione profondamente destabilizzante, brillante nel copione e capace di avvolgere lo spettatore in una spirale di insicurezze che dureranno fino alla fine. Notevoli i dialoghi, scritti con grande cura, e la costruzione dei personaggi in un’opera che sfiora davvero una portata monumentale, forse non raggiunta del tutto per qualche scena di troppo, ma il cui disegno d’insieme è davvero di quelli da ricordare. Basta la prima sequenza per capire come L’agente segreto sia un film sulla morte come minaccia che aleggia completamente all’interno della visione: c’è infatti una sensazione costante della fine, resa magnificamente dalla messinscena di Kleber Mendonça Filho, all’interno di questo lungometraggio che rappresenta uno dei punti più alti del cinema brasiliano del nuovo millennio e una delle più intense e inquietanti pellicole mai fatte sui temi delle dittature sudamericane.

longtake.it

    Come in I’m Still Here di Walter Salles anche in L’agente segreto siamo – con la regia stavolta però di Kleber Mendonça Filho, di una generazione di cineasti successiva a quella di Salles – nel Brasile degli anni bui della dittatura. Più precisamente nel 1977. Ma l’approccio del regista di Aquarius e Bacurau, entrambi presentati a Cannes qualche edizione fa (il primo nel 2016, il sesecondo nel 2019), il modo di raccontare il “regime dei gorilla” e restituirlo in cinema, è assai lontano da quello, intimo e privato, e solidamente tradizionale, adottato da Salles. Mendonça Filho è più contempraneo, nel senso di allineato a stili e gusti correnti, nel suo ibridare cinema colto, alto e “politico” con quello di genere, soprattutto horror (un vezzo ormai dilagante). Rifugge dalla linearità narrativa per muoversi su più livelli di racconto e temporali, con ampie digressioni e divagazioni che vanno a complessificare il già non così leggibile plot principale. E però che potere evocativo, che fantasmagoria visiva e capacità di creare forme e immagini! L’ambizione è quella, mi pare, più che di realizzare un affresco preciso e di taglio militante degli anni della dittatura, di ricreare e trasmettere il clima cupo di minaccia, la violenza diffusa, il terrore come veleno quotidiano che tutto pervade e intossica.

nuovocinemalocatelli.com

Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo Paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife per ricongiungersi con il figlio. Sono i giorni del carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.

 

 

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