L’amico americano

Wim Wenders

Tom Ripley (Dennis Hopper), enigmatico cowboy/trafficante d’arte che vende i quadri di un pittore spacciandolo per morto, presenta all’amico Minot un corniciaio di Amburgo, Jonathan Zimmermann(Bruno Ganz). Minot convince Jonathan, a cui viene comunicato di avere una malattia terminale, di compiere un omicidio dietro compenso.


Der Amerikanische Freund
Germania Ovest/Francia 1977 (128′)
Lux Padova Logo

    Adattamento del romanzo di Patricia Highsmith Ripley’s Game, è stato il film che per primo ha consacrato sulla scena internazionale il talento di Wim Wenders. Anima cinefila mitteleuropea, imbevuta di amore per il cinema statunitense e diffidenza verso la macchina produttiva hollywoodiana, Wenders, con questo film girato tra Amburgo, Parigi e New York ha realizzato una delle sue opere più riuscite. Abbastanza diverso nella trama rispetto al romanzo, è un thriller psicologico in cui la tensione si costruisce attraverso un’ eccellente caratterizzazione dei due personaggi principali. Bruno Ganz è perfetto nel dare corpo a un uomo ontologicamente impossibilitato al male che, nella debolezza della malattia, cede alla fascinazione fatale verso il suo amico americano. Dennis Hopper è il suo ideale contraltare: subdolo, sfuggente trafficante di falsi d’autore, cerca nell’amicizia virile una redenzione che gli viene negata dalla sua stessa natura. A completare il cast, un nutrito gruppo di cineasti in ruoli chiave della vicenda. Su tutti Nicholas Ray e Samuel Fuller, rispettivamente nei panni di un falsario di quadri e di un gangster. Splendida la fotografia di Robby Muller, ispirata alle vedute metropolitane di Edward Hopper e giocata sui cromatismi del verde e dell’arancio delle luci a neon.

longtake.it

  Dopo la trilogia della strada, Wim Wenders imbastisce una robusta trama noir ispirandosi al romanzo Ripley’s Game di Patricia Highsmith e rende più ingarbugliati i suoi quesiti esistenziali. Le storie di Tom e Jonathan sono destinate inevitabilmente ad intrecciarsi un po’ come quelle di Orson Welles e Joseph Cotten ne Il terzo uomo. Dopo un primo incontro in cui Jonathan si mostra molto freddo (giudica Tom non un amante dell’arte ma un avido falsorio), nasce tra i due una progressiva attrazione che li porta ad essere prima amici e poi complici. Ispirato dai quadri di Edward Hopper, Wenders chiede dei colori caldi, febbrili, avvolgenti e il direttore della fotografia Robby Müller si inventa i kino-fows, luci fluorescenti dal forte potenziale evocativo. Molto suggestiva le scene di Parigi con l’evidente influenza della luce di Storaro per Ultimo tango a Parigi, con un medesimo movimento di macchina che dall’alto si porta verso il basso a inquadrare Marlon Brando/Bruno Ganz.

Il dividere l’azione tra New York, Amburgo e Parigi consente un continuo cambio di sfondo che amplifica la distanza tra i due protagonisti e il mondo circostante. Terra e acqua (di mare o di fiume), sempre separati da una striscia invisibile, inafferrabile. In questi vuoti, in questi silenzi viaggia il cinema di Wenders. Sguardi smarriti fuori dalla finestra, confusioni, solitudini, problemi di vista (il pittore Derwatt si chiude un occhio per provare ad accogliere): pur cambiando il continente di riferimento la ricerca di senso rimane la stessa. L’occhio con cui viene guardata l’America è quello di un europeo che prova ad uscire dalla sua cornice di riferimento: vi è un misto di attrazione e repulsione; da una parte il mito (Nick Ray, Samuel Fuller che interpretano rispettivamente il ruolo del pittore Derwatt e del gangster l’Americano) dall’altra la mancanza di un confine, di un limite, la ipertrofia spaziale che si tramuta in spaesamento temporale (“ so sempre di meno chi sono io e chi sono gli altri …”). Il fronteggiarsi di Jonathan e Tom è anche un duello di canzoni masticate tra i denti, quasi con la paura di rivelare e rivelarsi: Too much on my mind dei the Kinks (dall’album Face to Face del 1966) per il malato senza speranza e I Pity the Poor Immigrant di Bob Dylan per l’ultimo buscadero che vede nell’amico morente quel sussulto di pietà che lo fa sentire per un istante vivo immigrato le cui forze sono spese invano… Uno lo specchio dell’altro, simmetrici anche nei piccoli regali, cercando nella magia di un effetto speciale (sul modello della lanterna magica) di ritrovare il rapporto ormai perduto con la realtà visibile Il treno è una metafora ricorrente nel film: compare nei quadri del pittore Derwatt, nella lanterna magica del figlio dei Zimmermann, nelle stazioni di Amburgo o nella metropolitana di Parigi.

A differenza di Falso movimento e Nel corso del tempo, Wim Wenders regala il meglio di sé proprio nelle scene d’azione: la prima si svolge nella stazione metropolitana La Défense ed è un lungo inseguimento costellato di errori, imbarazzi, cadute, addormentamenti che colorano il noir di grottesco; la seconda si sviluppa all’interno del treno Monaco-Amburgo e sembra anticipare di vent’anni i killer imbranati delle opere dei fratelli Coen. Si può fingere di essere un’altra persona e indossare una maschera ma alla fine si rischia di perdere la strada e dimenticare il senso del viaggio. Zimmerman inizia una lunga fuga sul maggiolino rosso attraverso il bagnasciuga per scoprire la zona d’ombra tra terra e mare. Un Travis Bickle che ha abbandonato il suo taxi e che ha una maggiore consapevolezza del proprio fallimento esistente. Tom è un cowboy disarcionato da cavallo che ritorna nel bozzolo di seta del suo pensiero alienato. Quo vadis cowboy? Quale è il tuo posto nel mondo?

Fabio Fulfaro – sentieriselvaggi.it

   Traendo spunto da Il Gioco di Ripley di Patricia Highsmith (ma l’idea dei quadri di un pittore morto viene da ‘Il Sepolto Vivo’), Wim Wenders si riappropria del cinema narrativo e inaugura quello di stampo internazionale (una co-produzione recitata in più lingue e girata ad Amburgo, Monaco, Parigi, New York e sul Mare del Nord) dopo le sperimentazioni senza sceneggiatura di Nel corso del tempo, di cui reitera il tema principe dell’amicizia virile. Innamorato dei personaggi piccoli e meschini della scrittrice, le cui azioni concatenate danno vita a crimini più grandi di loro e restituiscono un’idea di umanità mortifera, il regista tedesco apre le danze del suo cinema a Bruno Ganz e scrittura i suoi idoli Nicholas Ray (nel ruolo del pittore Derwatt) e Samuel Fuller, dichiarando tutto il suo amore per il cinema americano e le sue icone pop (anche la colonna sonora di Jürgen Knieper richiama le musiche di Bernard Herrmann per Alfred Hitchcock).

Il suo Ripley si discosta da quello della Highsmith, trasformato in un vagabondo criminale e solitario (che canta I Pity the Poor Immigrant di Bob Dylan). Straordinario il lavoro di Robby Müller sui colori tenui alla Edward Hopper, spesso monocromatici in alcune scene e, senz’altro, reminiscenti di quelli espressivi nel cinema di Nicholas Ray. Wenders avrebbe voluto John Cassavetes ma Dennis Hopper è immenso.

Martino Breve – spietati.it

Lascia un commento