Le città di pianura

Francesco Sossai

Carlo e Doriano, due spiantati cinquantenni, trascorrono le notti a vagare per la pianura veneta alla ricerca di cibo, alcol e soprattutto di una bella bevuta. Una notte, vagando in macchina da un bar all’altro, s’imbattono per caso in Giulio, un timido studente di architettura: l’incontro con questi due improbabili mentori trasformerà profondamente il suo modo di vedere il mondo. Un road movie malinconico e minimalista che viaggia alla velocità con cui si smaltisce una sbronza…


Italia/Germania 2025 (100′)
Lux Padova Logo

   Un incrocio in Veneto immerso nella notte. Un lembo di periferia dove il tempo sembra fermarsi e l’asfalto trattiene i silenzi di un’Italia minore. Sullo sfondo un casale che cade a pezzi. Una fabbrica. Una serie di case che non parlano. Le immagini, rigorosamente catturate da una telecamera fissa, sono attraversate soltanto da una luce rossa di straordinaria potenza emotiva, che richiama le suggestioni visive di Suspiria di Dario Argento: una luce capace di scolpire lo spazio e di imprimere al racconto una tensione visiva tipica del miglior cinema. È in questo silenzio tratteggiato unicamente dall’illuminazione a intermittenza dal rosso del semaforo che una Jaguar XJ8 verde bosco si impone, sembra trattenere il respiro, sospesa in un’attesa che non promette nulla. Il motore vibra, ma la macchina non si muove. Il semaforo scorre i suoi colori scandendo il tempo, mentre l’auto resta immobile, quasi ipnotizzata. Dentro, due uomini dormono: Doriano e Carlobianchi, distrutti da un’altra interminabile notte, che dura ben oltre il confine dell’alba, scandita da bicchieri buttati giù. Eppure, è proprio lì, in quell’incrocio perso nel nulla, che il film trova la sua prima, magnetica promessa. Si apre così il nuovo film di Francesco Sossai Le città di pianura (2025), regista originario di Sedico: il regista, dopo una laurea in Lingue e Letterature Moderne a Roma, ha frequentato la scuola di regia alla Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin (DFFB) e ha diretto il lungometraggio del 2021, Altri cannibali — opera prima, non uscito in sala — e nel 2023 il cortometraggio Il compleanno di Enrico selezionato alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes.

Con Le città di pianura Sossai consolida il suo sguardo e racconta un Veneto autentico, lontano dalle cartoline turistiche. Il film ha debuttato al Festival di Cannes 2025 — nella sezione ufficiale Un Certain Regard — confermando Sossai come voce originale del nuovo cinema italiano. Il film – scritto dallo stesso Sossai insieme ad Adriano Candiago – ha un’impostazione da road movie ambientato nella pianura veneta tra Belluno, Venezia, Padova e Treviso. Ma a ben vedere ci si accorge che la pellicola presenta alcuni dei tratti ben codificati dei film del genere western. Sossai ne condivide vari tratti, reinterpretandoli nella geografia contemporanea della pianura veneta. La pianura veneta come nuova area di frontiera, piatta, notturna e deserta assume la funzione iconografica dei deserti americani: uno spazio silenzioso, a tratti quasi ostile, dove i protagonisti si perdono (nei tanti bar per la ricerca disperata dell’ultima bevuta come in un saloon del Farwest) e si definiscono. I protagonisti come anti-eroi, uomini alla deriva, segnati dalla vita, fuori posto rispetto al mondo che li circonda. Una dialettica che ricorda il selvaggio west, ma tradotta nel linguaggio del Nord-est contemporaneo, demitizzato. Il film fa un ottimo uso della musica diegetica, integrandola con una colonna sonora particolarmente riuscita, capace di accompagnare le immagini. Doriano e Carlobianchi dovrebbero incontrare l’amico Genio il giorno dopo in aeroporto. Proprio questa attesa dà il là al viaggio, insieme al nuovo compagno Giulio, che diventa esplorazione visiva e narrativa dei non-luoghi della pianura veneta.

Lungo il tragitto, la pellicola mette in scena la natura sospesa, anonima e quasi metafisica di questi spazi: stazioni di servizio, viadotti, svincoli e residence si susseguono come tappe di una geografia emotiva e alienante, dove la presenza umana si perde nella vastità di un ambiente che non offre radici né punti di riferimento duraturi. Le strade provinciali, i piazzali industriali vuoti, le stazioni di servizio non sono semplici sfondi: sono luoghi depotenziati, privati di radici, che raccontano più dei personaggi stessi La provincia veneta diventa dunque una frontiera emotiva e sociale: un mondo in cui gli individui non integrano nulla e non si integrano a nulla, ma coesistono fianco a fianco, simili e indifferenti, come se la loro stessa presenza fosse provvisoria. In questo senso la scena in Villa Roberti (a Brugine, in provincia di Padova), in cui il giovane Giulio resta rapito da un affresco a parete, un capriccio con una veduta fantastica che mette insieme elementi reali e immaginari, rappresenta l’idea di un paesaggio veneto idealizzato, oggi deturpato. Sossai coglie questo spaesamento con uno sguardo che evita la denuncia e preferisce la descrizione sensibile ma mai didascalica. I suoi personaggi incarnano perfettamente la condizione dell’individuo nei non-luoghi: sospesi, solitari, incapaci di trasformare lo spazio in relazione.

Il film non si limita a mettere sullo schermo il paesaggio veneto, molti altri sono i temi che vengono raccontati: l’amicizia tra due personaggi ai margini della società, il tentativo di affrontare la vita senza lasciarsi schiacciare dalle aspettative altrui, la scelta di vivere secondo i propri desideri anche quando non coincidono con i modelli canonici, e il delicato processo di formazione di un ragazzo che cerca il proprio posto nel mondo. Nel film emerge con forza anche un marcato scontro generazionale, che richiama alla mente quello iconico de Il sorpasso di Dino Risi (1962).
Le città di pianura si chiude con una scena molto riuscita, dal tono malinconico e dolce, che offre un lieto fine coerente con il percorso emotivo dei protagonisti. Tuttavia è ancora più significativa la sequenza immediatamente precedente, ambientata alle tombe Brion di Altivole, capolavoro architettonico di Carlo Scarpa. L’attenzione di Francesco Sossai verso l’architettura del maestro e la poetica che questo luogo – o meglio, non-luogo (in questo caso il confine è labile) – trasmette è evidente: nelle inquadrature il regista utilizza il “tatami shot”, che contribuisce a rendere lo spazio ancora più contemplativo, rarefatto e intriso di spiritualità.

Riuscita anche la scelta del cast: Filippo Scotti nei panni di Giulio, affiancato da Sergio Romano, che dà vita a un intenso Carlobianchi, e da un Pierpaolo Capovilla sorprendente e di rara intensità nel ruolo di Doriano. Completano il cast Roberto Citran, che presta volto e carisma al Cavalier Fadìga, e Andrea Pennacchi nel ruolo di Genio.

Leonardo Zago – MCmagazine

 

Lascia un commento