Dopo aver perso il marito, la giovane Yumiko decide di risposarsi e di trasferirsi con suo figlio Yuichi e la nuova famiglia in un piccolo villaggio sul mare. Qui sembra trovare la serenità, ma i ricordi e le domande del passato tornano a galla e chiedono una risposta. Un viaggio lieve e delicato tra la perdita e la rinascita.

幻の光?, Maboroshi no hikari
Giappone 1995 (110′)
VENEZIA 52° – Osella d’oro per la miglior regia



Ispirato a un romanzo breve di Teru Miyamoto, il film segna l’esordio nel cinema di fiction di Hirokazu Kore-Eda, già autore nei primi anni Novanta di apprezzati documentari televisivi fra cui Eiga ga jidai o utsusutoki – Hou Hsiao-hsien to Edward Yang (1993) sui due padri del nuovo cinema taiwanese. Utilizzando esclusivamente luci basse e naturali e prediligendo campi medi e inquadrature fisse (una composizione formale precisa e rigorosa che a molti ha ricordato l’intima compostezza del cinema di Ozu), il regista giapponese dirige un dramma sospeso fra sogno e realtà, in cui riflette con tono malinconico sulla natura effimera di ogni cosa (il titolo nipponico si può tradurre liberamente come “luce illusoria”). Siamo solo in apparenza lontani dalla limpida concretezza dei successivi Nessuno lo sa (2004) e Still Walking (2008), ma i temi prediletti del regista, dal lutto alla memoria, dalla famiglia alla distanza, sono già tutti qui. Tra le numerose domande che rimangono irrisolte si fa strada una sola certezza, la morte è un problema esclusivamente dei vivi: è così che la scomparsa di Tadanobu Asano dopo appena venti minuti dall’inizio della pellicola si rivela un puro artificio narrativo che dà modo a Kore-Eda di arrestare la narrazione e indagare lo struggimento di “quelli destinati a restare”. Rimanendo a distanza dai suoi personaggi — ma solo per inquadrarne meglio il dolore — il regista li immerge in atmosfere rarefatte e scenari suggestivi, riuscendo infine nell’impresa di catturare un vero e proprio miraggio.
longtake.it

…Nella sezione finale di Maborosi il regista nipponico attiva un confronto invisibile, ma tragicamente doloroso, tra la sua protagonista e l’orizzonte, verso cui la donna getta costantemente il suo sguardo: come se in quei luoghi lontani dove il cielo si ricongiunge metaforicamente con il mare, si nascondesse la chiave per interpretare – o quanto meno afferrare – le verità di una tragedia a cui non sembra possibile attribuire una connotazione logica né una vera ragione. Almeno non da un punto di vista solamente razionale. E alla luce di una simile incomunicabilità tra lo spettro emozionale di Yumiko e lo sfuggente ambiente esterno in cui appare inghiottita, Kore-eda dà vita ad una narrazione profondamente elegiaca, dove la visione del lutto, filtrata da momenti di bellezza lancinante, assume una forma così evocativa e disorientante che fa quasi male per quanto è illogicamente vera e sincera. E che ci racconta, senza mistificazioni o iperboli, quanto sia necessario a volte guardare oltre i bagliori dell’anima. Per rifugiarsi dietro le sue oscure ombre.
Daniele D’Orsi – sentieriselvaggi.it

«Circa cinque anni fa, per uno dei miei documentari, ho intervistato una donna il cui marito si era suicidato. Attraverso questa intervista, ho sviluppato un profondo interesse per il modo in cui le persone affrontano la perdita di una persona cara, per come elaborano il dolore e il lutto. Anche il racconto di Teru Miyamoto era basato su questo tema del lutto. Ho letto il racconto a vent’anni e mi è piaciuto. È stato il mio interesse per la morte e il dolore, nato da quel documentario, insieme al mio amore per il racconto originale, a spingermi a realizzare il film. (…) Il mio obiettivo non era quello di mostrare il cambiamento emotivo di Yumiko attraverso la narrazione, né di spiegare i suoi sentimenti attraverso primi piani. Ho costruito ogni scena di questo film non con lo scopo di raccontare la sua storia, ma per invitare il pubblico a percepire la luce, il suono e l’oscurità percepite da Yumiko. Volevo rappresentare il cambiamento interiore attraverso le variazioni di luce e ombra che la circondavano. L’illuminazione e la composizione delle inquadrature non erano intese a raccontare la storia, ma a evocare il paesaggio interiore di Yumiko.» Hirokazu Kore’eda