Marty Mauser è un venditore di scarpe, con una irrefrenabile ossessione per il ping pong, che si muove nella New York degli anni ’50 fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Frenetico e travolgente, Marty Supreme è un’esplosione visiva e narrativa che oscilla fra adrenalina, ironia e tensione emotiva.

USA 2025 (149′)



Che stile che c’è in Marty Supreme! E lo stile al cinema è tutto. Lo stile è l’intrattenimento, è la parte politica, è ciò che veicola il senso stesso del film. Dirigendo questo film Josh Safdie ha dimostrato che era lui quello che dava lo stile ai film fatti insieme al fratello Benny (Good Times, Heaven Knows What e Diamanti Grezzi): uno stile che nasce dalla mirabile unione di come scrive (e fa scrivere) le sceneggiature, come coordina la fotografia, come impone il montaggio e dirige gli attori. E con questo stile, anche storie abituali possono dire cose nuove e uniche. In questo caso si parla di Marty Mauser, un uomo dell’America del 1952, giocatore di ping pong in un’epoca in cui quello sport era poco conosciuto negli Stati Uniti. Lavora in un negozio di scarpe per mettere insieme i soldi necessari a partecipare al grande torneo mondiale. Il suo obiettivo è diventare famoso e ricco, vincere, importare il ping pong in patria e venderne il merchandising. Non ha aspirazioni sportive ma di successo, lo dice chiaramente. Ma al torneo trova un avversario insormontabile, e per tutto il film si batterà contro tutto e tutti per ottenere una rivincita. Sembra una storia di ping pong, questa, ma non lo è (anche se le scene del torneo sono fantastiche). Marty Supreme è un film che si chiede: un uomo da solo, con le sue sole forze, può vincere contro il denaro? In tutta la storia si parla molto più di soldi che di sport: Marty deve scalare la gerarchia del capitalismo, da commesso fino a campione famoso, ma per farlo deve mettere insieme dei soldi in poco tempo. Non è diverso da quanto succedeva a Howard, protagonista di Diamanti grezzi. Lì c’erano le scommesse, qui il ping pong; in entrambi i casi, c’è una svolta da raggiungere e il denaro come ostacolo.
Il tutto è ancora più significativo se calato nell’America degli anni Cinquanta, tutta mito dell’opportunità e dell’ascesa sociale. Il delirio che si abbatte su Marty, e che lui fieramente riesce a cavalcare, è il cuore di questa lotta impari. Quante prove deve affrontare, quanta furia serve per sovvertire l’ordine naturale del capitalismo? Ovviamente è una storia di vincenti come il cinema americano racconta da sempre, ma non è mai stato così evidente che il sistema in cui il denaro muove tutto non è quello che dà le opportunità ma quello che impedisce di raggiungerle (…) E nonostante sia un film con ambizioni commerciali, di grande intrattenimento e con un ritmo indiavolato, Marty Supreme lo racconta come fanno i film di ricerca contemporanei: con un eccesso di trama (…) Questo vortice di eventi è costruito metodicamente: con la colonna sonora, le inquadrature dense, e con la recitazione di Chalamet, bravissimo nel non farsi schiacciare da un film che sembra triturare ogni personaggio, ma anzi in grado di guidare questa orda di trama, sempre un passo avanti. E il simbolo di come lui sia alla testa del tornato e quella camminata molleggiata che ha creato per Marty, è anche grazie a quello swag che abbiamo l’impressione che Marty non sia una vittima degli eventi, ma il motore stesso di quella furia. In questo film, che non è per i deboli di cuore, quasi ogni scena ha due livelli: ciò che viene detto e ciò che succede mentre si parla. A volte sono in armonia, a volte in conflitto aperto (come nella scena della vasca da bagno, l’apice del tornado). Tutto concorre a definire lo sforzo di mantenere il controllo su una vita ambiziosa.
Gabriele Niola – wired.it

Marty Supreme è una delle sorprese della stagione. Il punto di partenza è la vita di Marty Reisman, che nel film diventa Marty Mauser. È stato un fuoriclasse, un predestinato, che ha rivoluzionato il tennistavolo. A incarnarlo è uno Chalamet da Oscar (potrebbe essere l’anno giusto), che si immerge in un ritratto anticonvenzionale, pieno di passione. Sono due ore e mezza trascinanti, che guardano a Lo spaccone, e continuano la linea iniziata con Good Time e proseguita con Diamanti grezzi. Qui c’è la base del loro cinema, lo scavare in profondità e infine la rinascita o il crollo verso gli inferi. Con Marty Supreme si aggiunge un nuovo tassello. Il grande schermo si fa vita. Lo vediamo nei titoli di testa quando, dopo un momento focoso, si assiste alla corsa dello spermatozoo verso la genesi, mentre risuona non a caso Forever Young degli Alphaville (…) Ci si focalizza sulle ombre e sulle luci di una nazione. In Marty Mauser abita l’anima profonda degli Stati Uniti. È l’America del sogno, del western di frontiera, dove tutto si pensa che sia possibile. Ma poi le speranze si spengono, la vittoria diventa complementare alla disfatta. Si parla di noi, dell’oggi. Safdie mette in scena la necessità di trovare nuove guide, di alimentare mondi in cui genio e sregolatezza possano convivere. Ed è qui che la macchina da presa si fa veicolo di un atto politico, di una rivoluzione necessaria. Marty Mauser è allo stesso tempo eroe e reietto, talento e follia. L’omaggio è a Paul Newman, a tutti quei racconti in cui essere il numero uno non basta. Marty Supreme è un’epopea inaspettata, nel titolo si dà spazio a un soprannome che è già una chiave di lettura. Safdie non si concentra sulla realtà (infatti cambiano i nomi dei veri protagonisti), ma su quello che vorremmo raggiungere, sui miti e sulle false leggende. Il film si fa anche riflessione sull’immagine, sulla verità che viene manipolata, sulla filosofia di John Ford che è ormai parte di noi: “Print the Legend!”. Trionfano l’epica, l’impossibile che si può sfiorare, il trofeo che non è un punto di arrivo, ma di partenza. In una corsa senza requie che si specchia nell’inconscio di ciascuno di noi.
Gian Luca Pisacane – cinematografo.it

