Quando la Russia invade l’Ucraina, Pavel Talankin, insegnante amatissimo in una scuola elementare russa, viene suo malgrado coinvolto nella macchina della propaganda. Come videomaker della scuola, documenta i cambiamenti intorno a lui (gruppi di bambini militarizzati, leggi repressive, studenti reclutati per la guerra) e diventa un informatore internazionale, prima di essere costretto a una rocambolesca fuga.

Danimarca/Repubblica Ceca 2025 (90′)
OSCAR il miglior documentario



Mr. Nobody Against Putin non osserva la guerra dal campo di battaglia e dal fragore delle bombe, ma da uno spazio apparentemente neutrale: l’aula scolastica. Ed è qui che risiede la sua forza. Girato dal protagonista Pavel Talankin e montato da David Borenstein, svela infatti una verità scomoda e universale: prima di mandare i suoi cittadini al fronte, un Paese li prepara emotivamente e ideologicamente fin dall’infanzia. La guerra, come suggerisce un personaggio del film, si vince soprattutto attraverso l’istruzione. Talankin documenta come, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il sistema scolastico si trasformi in una diretta estensione dell’apparato statale e militare. Quelli che un tempo erano eventi scolastici diventano rituali patriottici; le lezioni, copioni ufficiali; la pedagogia, ubbidienza. La telecamera non denuncia dall’esterno, registra dall’interno. Formalmente, il film si regge sulla tensione tra quotidianità ed elementi sinistri che vi si insinuano inesorabilmente. Borenstein organizza il materiale con un montaggio agile che alterna diari video, filmati istituzionali e momenti di apparente leggerezza, generando una sensazione di progressivo soffocamento. La trasformazione non avviene all’improvviso, ma per accumulo: prima i canti patriottici, poi le esercitazioni militari, infine i lanci di granate trattati come fossero eventi sportivi con tanto di premio per il vincitore della gara. Il percorso emotivo di Talankin è l’altro fulcro del film. Il suo tono inizialmente giocoso e accessibile, quasi ingenuo, viene gradualmente sostituito da paranoia, angoscia e una paura molto reale di essere scoperto. Questa trasformazione non è solo personale, è politica. Il film mostra che l’autoritarismo non si impone solo con la forza, ma anche attraverso l’usura psicologica. Nessuno ordina esplicitamente a Talankin di tradire sé stesso: è il sistema che lo spinge lentamente verso l’autocensura. Un pregio del documentario è la capacità di evitare semplificazioni morali. Talankin non si presenta come un eroe, né il film ne ha bisogno. La sua resistenza è goffa, impulsiva, a tratti contraddittoria, e proprio per questo risulta credibile. Quando sostituisce i simboli pro-guerra della scuola con altri neutri o mette in guardia i bambini dalla falsità del materiale che sono costretti a leggere, il gesto può sembrare minimale, ma in quel contesto acquista un profondo carattere sovversivo. Mentre la maggior parte dei documentari antibellici descrive la devastazione diretta della guerra, questo ne rivela il processo di incubazione. Mostra che i bambini, russi, ucraini o di qualsiasi altro Paese, sono sempre le vittime invisibili dei conflitti: corpi e menti plasmati per un futuro che non hanno scelto. Infatti il film non è un’opera contro uno specifico Paese, anche se la critica al nazionalismo fascista putiniano appare evidente, ma contro una logica globale: quella di preparare i cittadini all’obbedienza piuttosto che al pensiero critico. Basti pensare alla disputa sui programmi scolastici negli Stati Uniti. Il titolo del film, quasi ironico, racchiude tragedia e commedia. Talankin si identifica con Nessuno, come Ulisse, eppure il suo sguardo trasforma l’invisibile in evidenza. E in un’epoca in cui la propaganda è sempre più mascherata da educazione, questo gesto minimalista assume una profonda valenza politica.
Alberto Morsiani – cineforum.it

Ciò che risulta essere più interessante in questo film, realizzato con i materiali registrati dal giovane filmmaker che è riuscito a lasciare la Russia prima di essere prima o poi arrestato, è sicuramente la documentazione di come un regime provi ad insinuarsi a forza nelle coscienze dei meno culturalmente attrezzati, cioè dei più giovani in età scolastica. Ma ce n’è un altro, meno evidente ma altrettanto interessante. “Pasha” Talankin non ci mostra solo il presente finalizzato a una deriva patriottico militarista ma ci parla anche del passato. Ce lo descrive come un tempo relativamente recente in cui in questa scuola di una cittadina di 10.00 abitanti, distante più di 2.500 chilometri dal confine ucraino, si poteva operare con serenità. Putin, e il suo mastino ideologico Medvedev, sono alla guida del Paese da moltissimi anni ma è come se la guerra avesse fatto cadere la maschera di un potere che si rappresentava in una veste soft che consentiva di vivere una vita sostanzialmente e apparentemente tranquilla. Il 22 febbraio rappresenta la svolta che Talankin avverte da subito come portatrice del veleno del nazionalismo più spinto nonché dell’esigenza di un indottrinamento sempre più pervasivo. Con la sua telecamera riesce a mostrarci come gli insegnanti vengano obbligati a leggere ai loro alunni testi dal patriottismo altisonante. Riesce anche a delinearci le caratteristiche di quello fra loro che lo fa non per dovere o per timore ma per intimo convincimento. Mentre la retorica di mese in mese si fa sempre più presente, con addestramenti e bandiere che sfilano Talankin, grazie alla sua funzione di’memoria’ delle attività scolastiche, archivia quotidianamente materiali mentre tenta qualche piccolo gesto sovversivo come sostituire la lettera Z sulla finestre (con il significato di “za pobedu/per la vittoria”) con una X. È grazie ai filmati conservati che ci mostra anche come, quando la guerra entra nelle famiglie con la morte di giovani soldati mandati al fronte, la propaganda non può far tacere il dolore di chi ha perso un congiunto offrendoci così una documentazione che alla propaganda patriottarda non può piacere.
Giancarlo Zappoli – mymovies.it