1959. La nouvelle vague infiamma Parigi e gli esordi dei critici Truffaut e Chabrol raccolgono un plauso unanime. È tempo anche per Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa e realizzare il suo primo lungometraggio: sarà Fino all’ultimo respiro, film-simbolo della corrente, tappa fondamentale della storia del cinema.

Francia 2025 (106′)



Nel 1959 Jean-Luc Godard aveva 29 anni e soffriva per non essere ancora riuscito a esordire al cinema, arte alla quale la sua giovane vita era totalmente consacrata. Godard era, infatti, una delle menti brillanti che avevano dato vita ai Cahiers du Cinéma, rivista di cinema che cambiò le sorti della Settima Arte dando origine, appunto, alla Nouvelle Vague, una nidiata di registi uno più talentuoso dell’altro: da Godard a Truffaut, da Rohmer a Rivette e Chabrol sotto l’ala del padre di tutti, André Bazin. La fascinazione di Richard Linklater (il regista di Prima dell’alba e Boyhood e del bellissimo Bluemoon), per il cinema della Nouvelle Vague è nel suo cinema da sempre, fin dagli esordi (si veda, se si riesce, il secondo film Slacker, 24 ore nella vita di un gruppo di sfaccendati a Austin in Texas. Dunque è per qualcosa di più di una semplice conseguenza del suo stile e delle sue passioni, è forse per dichiararsi prigioniero di un’ossessione che Linklater si è deciso ad affrontare il suo «Moloch»: Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, il capolavoro di un esordiente. Nel farlo non ha sbagliato niente: non ha fatto un noioso documentario con interviste che non avrebbe visto nessuno e che probabilmente non avrebbe avuto quasi nessuno da intervistare (sono, ahimè, tutti morti). Non ha fatto un film di pura celebrazione all’americana. Ha fatto un film suo, ha preso i giovani dei Cahiers du cinéma – scegliendo tutti attori somiglianti ma bravissimi – e li ha messi in un’atmosfera alla Linklater, cioè – mutatis mutandis – alla Godard: con la libertà dei movimenti di macchina, senza orpelli, con una leggerezza e un ritmo che solo la purezza nell’idea di cinema può dare. Quanto è fresco questo Nouvelle Vague, quanto è innamorato di ciò che racconta, quanto quel suo bianco e nero è pieno di sfumature, colori nascosti, ricchezza di sguardi, quanto Aubry Dullin (che interpreta Belmondo) e Zoey Deutch (che interpreta Jean Seberg) seppure senza quel fascino che l’originale imprime nello sguardo dello spettatore, sono credibili nei loro ruoli. Il film diventa così, con un equilibrismo degno delle migliori opere d’arte, qualcosa di nuovo eppure il miglior compendio alla storia di un’impresa irripetibile.
Sara D’Ascenzo – corrieredelveneto.corriere.it
Nello stesso anno in cui ha realizzato un atipico biopic su Lorenz Hart in Bluemoon, il regista americano Richard Linklater prosegue a ragionare sull’atto creativo, mettendo in scena il processo – artistico e produttivo – che ha portato alla nascita di uno dei capolavori assoluti della storia della settima arte e tra i massimi simboli dell’avvento del cinema moderno. È però interessante partire proprio dal titolo poiché, seppur il film si concentri sulla lavorazione di Fino all’ultimo respiro, quello che conta è proprio lo spirito della nouvelle vague, che Linklater racconta con grande rispetto, sincerità e… forse anche con un pizzico di invidia. Viene infatti voglia di tornare a quei momenti, così liberi e creativi, mentre si guarda questo lungometraggio, capace di incuriosire chi non conosce la storia di quel movimento forse irripetibile e di risultare allo stesso tempo una vera e propria goduria per ogni cinefilo che si rispetti. Nonostante la profondità di quanto venga raccontato, quello che colpisce è l’assoluta levità con cui il regista americano ha scelto di trattare questo processo, non come un qualcosa di mistico ma come un procedimento “semplice”, parafrasando un po’ una frase che dice il personaggio di Roberto Rossellini nella pellicola. Più volte in Nouvelle Vague si parla di come il cinema debba essere divertimento e non sofferenza, un atto creativo e costruttivo anche all’interno di una rivoluzione a tutti gli effetti, ed è con questo spirito che Linklater si è approcciato alla materia di partenza, dando vita a un omaggio scintillante a quel momento storico e, naturalmente, alla figura di Jean-Luc Godard. Il regista, nel bene e nel male, come figura attorno a cui ruota l’intera produzione, capace di seguire l’ispirazione del momento, ma anche di fidarsi di chi ha intorno, tra collaboratori e attori. Impressionanti, rimanendo sull’argomento, le scelte di casting del film, vista l’incredibile somiglianza tra le attrici e gli attori scelti da Linklater e i personaggi che sono stati chiamati a interpretare. In un omaggio così tanto raffinato e cinefilo si potevano e si dovevano probabilmente evitare le didascalie finali, ma rimane un dettaglio all’interno di un prodotto che conferma l’incredibile capacità di scrittura del regista americano, abilissimo con la sua penna nel portare lo spettatore direttamente all’interno del processo creativo messo in scena. Una lettera d’amore al cinema, scritta da un regista sempre più maturo e indispensabile.
longtake.it


