O que arde – Verrà il fuoco

Oliver Laxe

Ambientato tra le verdi e isolate montagne della Galizia, il film segue Ramón, un piromane che, dopo aver scontato la sua pena, ritorna al suo paese. Nessuno lo attende: l’unico legame rimasto è con sua madre, baluardo a difesa del bosco e della fragile armonia della loro vita, minacciata dal possibile ritorno alle vecchie abitudini del figlio. Quando un nuovo incendio divampa, il passato riaffiora e la comunità si chiude nel sospetto, facendo vacillare il confine tra colpa e pregiudizio.


O que arde – Viendra le feu
Spagna 2019 (86′)
CANNES 72°: Un Certain Regard – Premio della Giuria
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   Con O que arde, Oliver Laxe (Sirât) firma firma un film lirico e potente che affonda lo sguardo nella natura e nell’animo umano, restituendo un racconto di straordinaria autenticità, dove il paesaggio diventa corpo vivo e memoria collettiva. Con la sua forza visiva e la presenza magnetica dei suoi interpreti non professionisti, O que arde è un’esperienza cinematografica immersiva e ipnotica, che conferma Oliver Laxe come uno degli autori più radicali e necessari del panorama internazionale.

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   O que arde e Viendra le feu: “quel che brucia” e “verrà il fuoco”. Il presente e il futuro. Il presente nella versione galiziana del titolo, il futuro in quella francese. Come il suo autore, Oliver Laxe, nato in Francia da genitori iberici, il film ha almeno due anime, almeno due tempi. Il presente, politico, di quell’arde, di un fuoco che brucia annualmente porzioni della foresta galiziana perché appiccato accidentalmente o volontariamente, perché i contadini praticano ancora il debbio (la bruciatura periodica dei residui di prati e colture per rigenerare i terreni), perché gli speculatori sperano di indurre una riqualificazione dei terreni o di influenzare il valore economico del legname o perché qualcuno semplicemente protesta contro le autorità amministrative. Quel che brucia è la sostanza del paesaggio, del paese, della cultura di quel paese. Il futuro, dal sapore profetico, assoluto, palingenetico: verrà la devastazione, e la rigenerazione, e avrà il “volto” rovente delle fiamme indomabili che bruciano una foresta di eucalipto. Una foresta che è presentata, nella prima scena, da un moto impressionante di piante abbattute dalla spinta delle macchine (un gesto quindi meccanico, spersonalizzato), sotto la luce violenta dei riflettori notturni. Un moto interrotto dalla presenza, in mezzo ai giovani eucalipti – una pianta che il protagonista, più avanti, descriverà come infestante – di un albero secolare, dal tronco robusto e scavato, che non cede sotto i colpi delle ruspe. Ha un sapore, se non profetico, mitico, questo albero enorme, che troviamo successivamente usato come riparo dalla madre del protagonista.

Al suo terzo lungometraggio, premiato dalla giuria del Certain regard con il Prix du jury, il regista di Mimosas (Grand Prix alla Semaine de la critique nel 2016), torna nella terra dei suoi genitori, dei suoi nonni, una vallata galiziana isolata e, almeno in apparenza, inospitale, lontano da qualsiasi tentazione arcadica, che può ricordare l’Alta Langa, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato o, perlomeno, segue un passo differente. Come lui, torna in valle il suo protagonista, Amador, che ha scontato una pena per aver appiccato un incendio, e che da tutti è visto come un piromane seriale (lui, che nella vita reale è stato una guardia forestale); innanzitutto dai vicini, che cercano di rimettere in piedi una cascina abbandonata per farne un luogo d’accoglienza turistica. Da tutti tranne che dalla madre, l’ottantatreenne Benedicta, che lo accoglie sollevando la testa, senza affettazioni drammatiche, senza slanci, domandandogli «hai fame?», come se fosse sempre stato lì, accanto a lei, nei campi irti e difficili, con le loro mucche e il loro cane. Senza affettazioni e senza slanci, ma con un’idea appunto di tempo fuori dal tempo, fuori dalla cronografia contemporanea: O que arde è comunque anche un melodramma. Un melodramma asciugato all’osso, una storia in cui non sembra possibile alcuna redenzione.

Alessandro Uccelli – cineforum.it

«O que arde nasce dal desiderio di ascoltare la terra e le persone che la abitano, In Galizia il fuoco non è solo una tragedia naturale: è una ferita sociale, un mistero umano. Volevo filmare quel confine fragile tra l’uomo e la natura, tra colpa e redenzione. Oggi, dopo il viaggio di Sirât fino agli Oscar, sento ancora di più che questo film è una radice: è il luogo da cui tutto il mio cinema ha cominciato a bruciare.» Oliver Laxe

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