Pelestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Annemarie Jacir

Palestina, 1936. Il giovane Yusuf è tra i protagonisti nella rivolta araba contro la trentennale occupazione britannica: in perpetuo movimento tra il villaggio del quale è originario e Gerusalemme, mentre cominciano ad arrivare gli ebrei in fuga dall’Europa e dalle leggi antisemitiche. I conflitti, i personaggi e le loro aspirazioni si intrecciano nella storia del popolo palestinese in una narrazione epica, a cui contribuiscono rari materiali d’archivio.

 
Palestine 36
Palestina/UK/Qatar/Fra/Dan/Norv 2026 (120′)
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    Annemarie Jacir guarda agli avvenimenti attraverso una serie di vicende individuali, utilizzandole come accesso a una Storia molto più grande dei singoli personaggi. Al centro del racconto c’è un giovane palestinese che si muove tra il proprio villaggio e Gerusalemme, ma attorno a lui si sviluppano diverse linee narrative: una giornalista palestinese e suo marito, editore di un giornale, rappresentano una parte dell’élite urbana che si confronta con gli esponenti dell’amministrazione britannica, tra cui Jeremy Irons, nel ruolo dell’Alto Commissario Wauchope. Personaggi con posizioni e motivazioni differenti finiscono così per essere travolti da una situazione che progressivamente sfugge al controllo di tutti. Jacir, nata a Betlemme nel 1974, ha costruito gran parte della propria attività cinematografica intorno alla storia e alla condizione palestinese e la realizzazione di questo film ha richiesto quasi un decennio di lavoro e un’imponente ricerca storica: il risultato è una ricostruzione particolarmente accurata della Palestina degli anni Trenta, dai villaggi alle strade di Gerusalemme, capace di restituire con efficacia la dimensione quotidiana del periodo. Ancora più interessante è l’utilizzo delle immagini d’archivio, restaurate e colorizzate: la regista ha spiegato di aver voluto evitare il tradizionale effetto per cui il passaggio al bianco e nero segnala automaticamente un salto nel passato. Questo materiale rimane così parte integrante della narrazione, con passaggi in alcuni momenti quasi impercettibili tra documento e fiction. Sul piano politico il film assume una posizione molto netta: la componente ebraica rimane sostanzialmente sullo sfondo, mentre l’antagonista principale della popolazione palestinese è il sistema britannico, rappresentato come una struttura coloniale che utilizza la forza militare e la repressione per mantenere il controllo del territorio.

La questione centrale rimane quella della terra: nel film l’immigrazione non viene presentata soltanto come un problema demografico o religioso, né come una contrapposizione ideologica tra due identità nazionali: diventa una questione concreta di proprietà fondiaria e di sopravvivenza del mondo contadino. Un tema che, alla luce degli sviluppi dei decenni successivi e della sua persistente centralità nel conflitto israelo-palestinese, assume oggi una drammatica attualità. Altrettanto significativa è la contrapposizione tra élite urbana e mondo rurale, resa visibile anche dai costumi: il fez dei notabili e la kefiah del resto della popolazione; proprio durante la rivolta la kefiah assume però una crescente funzione politica e identitaria, estendendosi anche agli abitanti delle città e diventando un simbolo di solidarietà tra città e campagna. Jacir non nasconde le profonde divisioni della società palestinese con un’élite urbana divisa tra compromessi e rivolta e una minoranza radicale pronta alla lotta armata e al terrorismo, anche in assenza di un disegno politico complessivo. È una dinamica che il film colloca nel 1936, ma che, nelle sue diverse forme ha continuato a riproporsi anche in seguito, con una popolazione civile spesso chiamata a pagare il prezzo tanto delle scelte di una classe dirigente corrotta e incompetente quanto delle azioni violente di una minoranza…

longtake.it

«Non esiste nessun film sugli anni Trenta. Ma c’è una grande quantità di materiale storico girato in quel periodo. Bacio le mani agli accademici e agli storici che hanno scritto tanto: abbiamo documenti, lettere, memoir, storie di persone che sono sopravvissute a quel periodo; ci sono fotografie e filmati. Gli inglesi erano bravissimi a filmare qualsiasi cosa nelle loro colonie. (…) I protagonisti non sono persone che conosciamo, non sono i leader, i famosi di quegli anni. Sono persone normali colpite da quel particolare momento. E prendono delle decisioni. È un film sulla rivolta. Ma ci dovrebbero essere 50 film di questo tipo, sul ’48, sul ’67, su oggi.» Annemarie Jacir

   Se è vero che è impossibile capire il presente senza conoscere il passato, allora il cinema serve anche a questo: a ricostruire vicende cadute nell’oblio, a ricomporre i pezzi di una storia spezzata, a riconsegnare la memoria negata a chi ha combattuto per un cambiamento. Lo sa bene Annemarie Jacir, donna di cinema tout court – non solo regista e sceneggiatrice ma anche produttrice e programmer, nonché prima palestinese ad aver diretto un lungometraggio, Il sale di questo mare (2008) – che torna a una vicenda di novant’anni fa per inquadrare le questioni contemporanee. È tutto nel titolo, Palestina 36, ovvero il dove e il quando, con un sottotitolo italiano, Quando tutto ebbe inizio, che ci dice pure il cosa. Jacir rievoca la prima insurrezione di massa del popolo palestinese, avvenuta durante il ventennale Mandato britannico in Palestina. Per restituire la situazione incandescente di un momento così cruciale da determinare irreversibilmente gli equilibri della regione, l’autrice incrocia la grande Storia con quella della gente comune. Che trova un simbolo in Yusuf, giovane originario di un paese vicino a Gerusalemme, impiegato come chauffeur di un giornalista connivente con gli occupanti inglesi, innamorato dalla vicina di casa e lontano dalle consuetudini della sua comunità d’appartenenza (i fallāḥīn, i lavoratori della terra). Nelle speranze e nelle preoccupazioni di questo ragazzo c’è il sentimento collettivo di un popolo, minacciato dalla crescente immigrazione sionista proveniente dall’Europa nazista e tollerata dai colonizzatori britannici. Incapaci di gestire gli attriti tra i residenti e i nuovi arrivati, gli occupanti preferirono abbandonare la Palestina al suo destino. Che, nel 1948, ebbe un approdo traumatico nella Nakba, l’esodo forzato della popolazione palestinese (più di 700.000 persone) durante la guerra civile del 1947-48 ad opera principalmente di gruppi prima paramilitari e poi militari sionisti.

Consapevole della complessità di quel passaggio storico, Jacir ha l’intelligenza di narrare la rivolta anticoloniale come un grande romanzo popolare dove le forti coordinate storiche si accordano a una sicura presa emotiva. Un po’ come accadeva in un’altra epopea palestinese, l’altrettanto limpido e preciso Tutto quello che resta di te dove, tuttavia, c’era una maggiore empatia melodrammatica nel tracciare l’affresco familiare. Palestina 36 ha il pregio della passione e il dovere della didattica, non rinuncia alla chiarezza (le paure dei palestinesi per i nuovi arrivi che potrebbero rubare il lavoro) ma anche agli schematismi (il funzionario filoarabo Billy Howle e il commissario Jeremy Irons) e non dimentica mai di far sì che gli esiti del presente riecheggino in ogni scena. edele ai fatti anche quando si prende la libertà di ripensarli senza modificarne il senso (l’attentato all’autobus), Jacir prende di petto il trauma collettivo e fa un’operazione in nome della verità storica, risultato di un lungo lavoro di ricerca (l’utilizzo degli archivi è decisivo), convinta che la memoria sia l’unica resistenza per riscattare una comunità cancellata. Impresa produttiva folle: otto anni per trovare finanziamenti disposti a lavorare con una troupe interamente palestinese (nel cast anche due star come Hiam Abbass e Saleh Bakri), preparativi boicottati, riprese programmate in Palestina e rimandate dopo il 7 ottobre, spostamento in Giordania. Film importante e di grande respiro, che ha sfiorato la candidatura all’Oscar

Lorenzo Ciofani-cinematografo.it

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