Rebuilding – Come l’acqua per il fuoco

Max Walker-Silverman

Dusty (Josh O’Connor), moderno cowboy, vede il suo ranch devastato da un incendio. L’uomo, un riservato allevatore divorziato, viene così trasferito in un campo di roulotte temporaneo insieme ad altri abitanti locali sfollati. Grazie all’ottimismo determinato di sua figlia e a un rinnovato senso di comunità, impara ad accettare l’aiuto degli altri e ad aprirsi alla possibilità di ricominciare.


USA 2025 (95′)
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   “Per centinaia di anni hanno portato l’acqua per creare del verde, ma questo è un deserto”. La saggezza di un anziano delle profondità remote del Colorado sintetizza un’evidente verità troppo spesso nascosta. Quella di un’America che violenta le meraviglie della natura per creare altro, per spingersi oltre, confondendo quella ricerca della felicità rivendicata dai pionieri che scrissero la costituzione con l’inseguimento di un costante benessere materiale (…) Rebuilding è il film più “americano” che vedrete quest’anno, e come tale rappresenta una piccola storia di resistenza contro le derive più recenti di un paese che rivendica ogni frattura e insegue l’individualismo più estremo, rinnegando quel senso autentico di comunità su cui è stato fondato. Un paese che si scopre fragile, come la vita quotidiana di Dusty, soprannome tutto un programma, che suona come “polveroso”, un cowboy schivo che ha perso ogni cosa interpretato da Josh O’Connor. Le pianure del selvaggio west incombono nella quotidianità silente e depressa del protagonista, che cerca senza troppa speranza una seconda opportunità. A proposito di archetipi americani. È l’ultimo erede di una famiglia di cowboy, sente il peso del ranch di famiglia secolare ridotto in cenere, e del fallimento del suo matrimonio.

È divorziato da Ruby, con cui è cresciuto, non è molto empatico e capace di costruire un vero rapporto con la figlia, la piccola Callie Rose (Lily LaTorre). Dinamica complicata ulteriormente della precarietà della roulotte in cui la accoglie insieme agli sfollati. Rebuilding è il secondo film di Max Walker-Silverman, nativo proprio di quell’angolo magnifico e remoto del Colorado, che racconta fin dal titolo la storia di un uomo che ricostruisce la propria vita, e proprio toccando il fondo supera i suoi evidenti limiti contando sull’appoggio degli altri, a attraverso questi riesce anche a sbloccare la sua difficoltà a mostrare affetto per la figlia. Con semplicità e una discrezione totale, tipica di quei luoghi e di quegli abitanti, il film mette in scena un piccolo gruppo di individualità che si ritrova prima famiglia, e poi comunità. Capace di registri sempre diversi, qui O’Connor entra con disinvoltura nei panni dimessi di Dusty, appena incurvato dal peso del suo destino e della famiglia che vorrebbe omaggiare, ridotto a cowboy senza cow, senza vacche ed animali. Una perdita d’identità che gli permette però di ritrovare un ruolo nella sua terra e per la sua vita, in cui ci sia spazio per gli affetti e per l’inseguimento, nel suo stile, di quella felicità messa nero su bianco dagli antenati pionieri che sbarcarono più a nord e a est.

Mauro Donzelli – comingsoon.it

    Resilienza, speranza e solidarietà: sono questi i concetti alla base di Rebuilding, film estremamente americano (nel bene e nel male), con cui il regista indipendente Max Walker-Silverman torna dietro la macchina da presa dopo l’esordio con Love Songs del 2022. Ritratto di una certa America contemporanea, questo neo western prova a raccontare quanto la speranza possa derivare più dagli incontri che dalle scelte governative, più dalla solidarietà che dalla politica economica. È una sorta di coming-of-age, seppur in età adulta, quello che affronta il protagonista durante questo viaggio in cui proverà a ridare un senso al concetto di casa e che ci porterà a riflettere su quello che può emergere da una così grave perdita. Il disegno d’insieme regge alla distanza, grazie al buon ritmo e a un’efficace messinscena… Un prodotto forse imperfetto ma comunque capace di lasciare riflessioni incisive e non banali al termine dei titoli di coda.

longtake.it

    Al pari del Tom Joad cantato da Bruce Springsteen (The Ghost of Tom Joad, 1995), Dusty – il cowboy solitario, remissivo e dolente, nonché protagonista assoluto di Rebuilding, opera seconda di Max Walker-Silverman – ha perso tutto ciò che un uomo per bene dovrebbe possedere: una casa, una famiglia e una scia da inseguire. Per questo non può far altro che sentirsi perduto e inascoltato, se non addirittura ignorato dal suo stesso Paese, che dovrebbe far qualcosa – qualsiasi cosa – pur di aiutare individui come lui, scegliendo però di ignorarli, con la complicità delle banche e forse addirittura del destino stesso: quello più avverso, disperato e privo di qualsiasi possibile speranza (…) Dusty, però, non affronta esclusivamente la perdita della casa, ma anche quella della famiglia, che – a seguito di un precedente divorzio – si è ormai ricostruita. Nonostante la distanza creatasi nel tempo, riuscirà Dusty a essere un buon padre per la piccola e sfuggente Callie Rose? Cosa ne sarà del ranch di famiglia? Se è vero che Springsteen tornava ai profughi e ai pionieri precedentemente narrati da John Steinbeck e Woody Guthrie, Max Walker-Silverman sembra rifarsi alla letteratura di Richard Ford e John Williams, rintracciando immediatamente il peso effettivo della quotidianità, del minimalismo stilistico (oltreché di linguaggio) e, ancora, il realismo crudo del sociale: quello di ieri, eppure in dialogo – fortemente, o ferocemente che dir si voglia – con quello di oggi. Walker-Silverman, infatti, non fa riferimento ad alcun immaginario western preesistente, per quanto il genere rivisiti quegli scenari, volti e toni, collocandosi a metà strada tra cinema documentaristico e cinema di finzione (…)

Il secondo lungometraggio da regista di Max Walker-Silverman – vuoi per una pacatezza ormai rara, vuoi per un minimalismo di forma che tutto dice sul presente, fuorché della necessità di intrattenere e sorprendere (il reale lo fa già di suo, e fin troppo bene) – resta impresso nella memoria e conquista. La parabola gentile di un cowboy rassegnato, che, pur avendo perso tutto, riscopre amore, riscatto e solidità proprio nella privazione. John Prine e Bruce Springsteen hanno cantato qualcosa di simile: suoni che si fanno immagini, reale che si fa cinema e viceversa. Sulla forza del riscatto e della resilienza.

Eugenio Grenna – sentieriselvaggi.it

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