Resurrection

In un mondo in cui la maggior parte degli esseri umani non sa più sognare, un “fantasticatore” perde il proprio equilibrio e non riesce più a distinguere l’illusione dalla realtà. Solo una donna riesce ad essergli di aiuto, penetrando nei suoi sogni alla ricerca della verità…


Kuang ye shi dai
Cina/Francia 2025 (160′)
CANNES 78° – Premio speciale della giuria
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    Senza sogni si può vivere in eterno. È quello che hanno scoperto gli uomini, nel mondo di Resurrection. Ma nonostante questo, alcuni preferiscono continuare a sognare, accettando la consunzione, il decadimento, la fine. Del resto, a cosa servirebbe vivere in eterno senza sogni? Questi pochi resistenti sono una specie di fantasmi, mostri, vampiri, che si muovono ai margini di un’umanità immortale eppure inconsapevole. Al punto da aver smarrito anche il linguaggio del cinema. È la cornice da cui parte il film di Bi Gan per compiere un viaggio attraverso i cinque sensi, raccontati in cinque diversi episodi. Che sono altrettanti momenti di una storia del Novecento cinese, dagli albori all’ultima notte del 1999, poco prima della “fine del mondo”. Ma attraversare il secolo, da questa prospettiva, significa ripercorrere la storia del cinema. Dai treni che arrivano in stazione, gli annaffiatori annaffiati, i Nosferatu, fino ai primi accenni del tramonto di un’idea di cinema come visione (e condivisione) collettiva. Ovviamente a Bi Gan non interessa la linearità di uno sviluppo narrativo. Sebbene i singoli episodi di cui si compone Resurrection abbiano una chiarezza e coerenza interna, il modo in cui si connettono tra loro si regge sul filo sottile di un punto di vista soggettivo, estetico, sentimentale, teorico. E ricostruire una storia, così come raccontarla, non è solo questione di date, di movimenti, di punti di svolta e archi narrativi. È soprattutto un percorso tra le pratiche, gli stili, le trasformazioni nelle modalità di produzione e consumo delle immagini.

Perciò ogni segmento di Resurrection risponde a una forma peculiare: dal primo frammento che attraversa tutta la stagione del muto come una specie scatola magica che si apre nella successione delle immagini, fino al “mirabolante” piano sequenza dell’ultimo episodio, un movimento continuo nella notte e tra le strade piovose di una città virata in rosso. Prosecuzione ideale di quel piano sequenza in 3D di Un lungo viaggio nella notte, che tanto aveva esaltato gli sguardi cinefili. È innegabile il fascino dello stile di Bi Gan, che cambia pelle a ogni segmento. A dimostrazione di una padronanza formale, tecnica ed estetica assolutamente matura. Che non diviene pura e semplice prova di forza, sterile esibizione muscolare, nella misura in si cui percepisce l’autentica preoccupazione di rivendicare e preservare tutto il potere magico del mezzo espressivo…

Aldo Spiniello – sentieriselvaggi.it

  L‘ambiziosissimo Bi Gan, talento del cinema cinese divenuto al quarto film già autore riverito a livello mondiale, si cimenta sul tema, lasciando briglia sciolta a una visione ermetica e immaginifica sulle “magnifiche sorti e progressive” del cinematografo, ri-raccontando la storia del cinema attraverso i suoi capolavori. Dopo un incipit sci-fi, ricco di immagini suggestive che rimandano a Lumière, Meliès e Murnau, quando il Fantasticatore prende vita e “produce” cinema, nascono nuove storie e lo stile di Bi – pianosequenza insistiti, indeterminatezza come costante – si adatta volta per volte al racconto noir, al gangster movie e alla romantica storia di vampiri. Anche qui i richiami sono immediatamente percepibili: La signora di Shangai con un duello tra gli specchi, il triad movie dell’Estremo Oriente, Melville e su tutto l’ombra di Stalker di Tarkovskij. Ma Bi non è mai un imitatore: il suo è un sogno che genera sogni e che prova a digerire e risputare un secolo abbondante di cinema in forme nuove, mantenendo un’aura di romanticismo onirico che giustifica l’affermazione di chi vede in lui l’erede di Wong Kar-wai. L’effetto è quello di un paesaggio infinito, di un gioco che potrebbe assumere mille forme e il cui filo logico – nascono e muoiono mille sottotrame criptiche e forse impermeabili a ogni spiegazione – è irriducibile alla linearità della narrazione. Una forma di metacinema…

Emanuele Sacchi – mymovies.it

    Sono tempi selvaggi in effetti quelli che Bi racconta nelle due ore e mezza nelle quali dipana non una storia, ma mille rivoli che vanno a comporre da un lato la storia del cinema, e dall’altro quella della Cina moderna e contemporanea. Una storia di rivoluzioni, in entrambi i sensi, che si parli dell’ingresso di un treno in stazione, di un viaggio sulla Luna o di una artefatta costruzione espressionista. Ama la forma, Bi, sa come maneggiarla e non ha alcun timore reverenziale nel farlo. Ecco dunque che Resurrection trabocca di intuizioni visive, quasi potesse porsi come un compendio degli sviluppi estetici di un’arte che sempre come i vampiri è eternamente giovane, checché se ne dica in giro. Così c’è il segmento muto – i primi venti minuti di film, su per giù –, con tanto di didascalie per racchiudere i passaggi salienti della sceneggiatura, c’è quello dominato dalle avanguardie storiche, c’è il noir, c’è il film che mette a confronto il pensiero moderno con la memoria buddista – ambientato in un tempio dismesso, perfetta location per un’opera soprannaturale d’antan –, c’è il dramma anni Ottanta, e infine c’è il mélo post-Wong Kar-wai, ambientato nel 1999 e dominato da una delle tecniche predilette di Bi, vale a dire il piano sequenza che in questo caso segue una coppia di disperati nell’ultima notte del millennio in attesa che sorga l’alba e si possa “rubare” un cargo per lanciarsi sul fiume in direzione del sole. Come capita sovente in queste occasioni il rischio è che le impressionanti capacità tecniche e di messa in scena di Bi – ogni segmento lascia letteralmente a bocca aperta lo spettatore, perfino il più smaliziato, tale e tanta è la classe, la raffinatezza e la conoscenza del mezzo espressivo mostrata dal trentacinquenne nativo di Kaili, nel Guizhou (terra d’origine del popolo miao, noto anche come hmong) – oscurino il resto del lavoro, arrivando a sfiorare l’accusa di formalismo che durante il maoismo lo avrebbe bloccato in fase di censura. Se così non è il merito va attribuito alla capacità di fondere lo sviluppo del cinema nel Novecento mettendolo a paragone con quello della nazione natia.

Raffaele Meale – quinlan.it

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