Un padre e suo figlio giungono a un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale. Stanno cercando Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima durante una di queste feste interminabili. Immersi nella musica elettronica e in una libertà selvaggia a loro estranea, diffondono instancabilmente le foto della ragazza. La speranza svanisce, ma i due persistono e seguono un gruppo di raver verso un’ultima festa nel deserto. Mentre si addentrano sempre più nell’immensità ardente, il viaggio li mette di fronte ai propri limiti. Magmatico e angosciante il film d’avventura svela il suo volto più politico…
Spagna/Francia 2025 (114′)
CANNES 78° – Premio della Giuria



Erano anni che nel concorso del Festival di Cannes non faceva la sua apparizione un’opera a suo modo inclassificabile come Sirat, terzo lungometraggio di finzione per il cineasta franco-ispanico (per l’esattezza gallego) Óliver Laxe (…) Il senso di stordimento, la profonda angoscia connessa a uno stato febbrile, quasi isterico, che si prova al termine della visione di questo sabba all’inferno della Terra – e dunque intriso di realtà – ha lasciato sbigottiti, e fatica ad abbandonare la memoria anche a posteriori (…) Laxe aveva già impressionato con Mimosas e O que arde, ma qui si produce in un salto triplo, osa scavalcare montagne invalicabili utilizzando una macchina che a malapena potrebbe reggere una strada vagamente dissestata. Basterebbe l’incipit per accreditare Sirat come un viaggio misterico alle radici stesse del confronto/scontro tra occidente e resto del mondo: le brulle rocce e montagne rossastre del Marocco meridionale sono scosse dal basso sintetico rilanciato da casse acustiche che a loro volta rammentano una piccola montagna. La natura è scossa, forse persino scalfita, dall’invasione di un mondo occidentale “pacifico”, schiere di raver che ballano incessantemente, senza fare distinzione tra notte e giorno, di quando in quando accasciandosi per riposare dove più conviene o capita, il retro di un van o un giaciglio di fortuna a terra. Sono decine, centinaia, tutti europei, che cercano in quel brullo deserto la sintesi del viaggio, l’ipotesi romantica e ancora possibile della Tangeri della memoria beat. Laxe non lesina totali annichilenti e soverchianti, quasi a ribadire che la regia è lì a dominare, e non a essere dominata. Ma c’è un’anomalia che serpeggia tra questa moltitudine di corpi sudanti e danzanti (“non conta la musica, ma il ballo” sentenzierà un po’ più avanti nel racconto uno dei personaggi), e risponde ai nomi di Luis ed Esteban. Il primo è un uomo di mezza età, con un ventre incipiente e lo sguardo melanconico, il secondo un bambino, suo figlio: accompagnati dalla fedele cagnolina Pipa attraversano questa calca umana diffondendo le foto di Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima proprio a un rave. Il dramma atmosferico che si sposa al dramma famigliare di ricerca di una giovane scomparsa? Laxe si diverte a mescolare le carte, e così lo spettatore deve abituarsi all’idea che ogni ipotesi di canone sia destinata a dissolversi in una nuvola, svanendo all’orizzonte…
Raffaele Meale – quinlan.it

Un gruppo di raver attraversa l’Atlante marocchino e il deserto di Agafay in cerca di nuovi raduni, accompagnato da un padre, che assieme a figlio piccolo e il suo cane, cerca di ritrovare l’altra figlia scomparsa. Strada facendo, tra le rocce e la polvere, la tragedia sarà sempre in agguato. Potente on the road, dai suoni martellanti di musica ossessiva e dalle danze tribali liberatorie, nell’ossessione del sole e dei corpi, alcuni mutilati, disossato di ogni narrazione, figurato in un paesaggio dalla bellezza terrificante, il film del galiziano Oliver Laxe è una nichilistica rappresentazione dell’errare, muovendosi continuamente in un terreno minato, non soltanto in modo simbolico, dove l’umanità fa i conti costantemente con la morte. Fortemente divisivo, non semplice da afferrare e accettare, ma impossibile da dimenticare (ci sono almeno due sequenze insostenibili, la prima da choc autentico), nemmeno chiarissimo su ciò che vuole davvero essere (la scena finale sembra rimettere in discussione alcune certezze maturate), ha la forza negli interpreti, reali raver, nella bravura di Sergi López (il padre) e a un paesaggio colto dalla fotografia allucinante di Mauro Herce. Cinema “libero” che corre sempre sul limite dello strapiombo, violento e forsennato.
Adriano De Grandis – ilgazzettino.it

Nella religione islamica Al-Sirāt indica il ponte sopra l’Inferno che ogni musulmano deve attraversare dopo la morte, nel Giorno del Giudizio – larga per i meritevoli e strettissima per i peccatori – e che lo condurrà alla vita eterna o alla dannazione. Non è un caso, quindi, che il regista Oliver Laxe, di origini galiziane, cresciuto in Francia per poi convertirsi all’Islam e stabilirsi in Marocco, abbia scelto quest’immagine per costruire la cornice del suo nuovo film, Sirāt appunto (…) Luis è un padre alla ricerca della figlia scomparsa durante un rave in Marocco. Accompagnato dal figlio minore Esteban, decide di aggregarsi a un gruppo di raver (attori non professionisti realmente appartenenti alla comunità) tra le curve a strapiombo delle pendici dell’Atlante e le distese rocciose del deserto di Agafay, in quello che, per buona parte del film, sembra un road movie dai contorni metafisici, destinato però a un’escalation drammatica. Fino alle improvvise, e letterali, esplosioni finali. Al ritmo delle vibrazioni del sound system sotto al quale i raver si riuniscono per ballare musica techno, che fa da sonorizzatore agli apici tragici di tutta la seconda metà del film, Luis e i suoi compagni di viaggio vengono investiti da tempeste di sabbia che sembrano essere generate dalla potenza (mistica?) delle onde sonore, che “spazzano via” i colpevoli – forse proprio della scomparsa della figlia di Luis. La fotografia di Mauro Herce e la pellicola in 16 mm rendono i paesaggi marocchini corporei: si percepisce la sabbia, la polvere, il sudore, l’aria soffocante del deserto, l’arsura e il disorientamento. Il film si trasforma in un miraggio febbrile, sotto l’effetto dell’LSD. E allora può essere che le esplosioni non siano reali, ma allucinazioni, la morte sia solo spirituale, simbolica. Forse annuncia la fine del mondo. Sicuramente l’esaurirsi lento della cultura dei rave.

Viene in mente Alejandro Jodorowsky e la sua psicomagia: la passeggiata del padre nel campo minato è un atto di espiazione psicomagico. Laxe gioca con la sincreticità dei suoi riferimenti, dal cinema mainstream che passa da Mad Max e Monolith, alla filosofia sufista, dalla riflessione politica fino alla ricerca sonora. Ne deriva un film pulsante che nasconde però un’anima mortifera e spietata, che celebra la ritualità tribale connessa all’ambiente circostante e agli stati di trance collettiva, ma capace di cambiare faccia nel giro di un’inquadratura e trasformarsi in un percorso di redenzione di gruppo, di viaggio sacrificale. E allora, anche le redini della narrazione si sciolgono sotto le ondate di sabbia al ritmo dei bassi. L’unica cosa che resta in piedi dopo la devastazione sono le casse, che si ergono come monoliti in mezzo al deserto, unico segno del passaggio degli uomini sulla terra, al cui interno conservano e riproducono il mistero del mondo.
Chiara Zuccari – sentieriselvaggi.it
C’è un momento, in Sirāt, in cui il suono smette di accompagnare e comincia a guidare. Non più colonna sonora, ma colonna vertebrale. Il film pulsa. Respira. Si fa carne e vibrazione. E allora capisci che quello che stai guardando non è un film. È una danza. È un rito. È un richiamo. Laxe – il visionario pellegrino del cinema europeo, cresciuto nel vento di Galizia e poi rigenerato tra dune, piste sabbiose, zikir e polvere – ha fatto il suo film più grande. E anche il più intimo. Sirāt, prodotto dai fratelli Almodóvar, è un attraversamento. Il titolo lo dice, senza sconti: il sirāt al-mustaqīm è il ponte finale, quello che ogni anima deve percorrere alla fine dei giorni. Più sottile di un capello, più affilato di una spada. Si passa o si precipita. Ma qui, in questo deserto che non è un luogo ma uno stato, il ponte non è dopo la vita: è la vita stessa (…) Sergi López – volto che ci ricorda che siamo ancora nel mondo – è l’ultima ancora che ci lega al reale. Ma poi si dissolve anche lui, come tutti. Come tutto. I personaggi si smaterializzano nel paesaggio, si fanno polvere, eco, traccia. La narrazione si sfibra. L’immagine non spiega, non mostra. Chiama.
Come un muezzin interiore. Laxe, convertito all’Islam e devoto alla sapienza sufi, non mette in scena la religione. La compone, la incarna. Sirāt è un film mistico, ma non parla del divino. Lo fa vibrare, come un tamburo. La musica – techno, rave, industriale, firmata Kangding Ray – si mescola ai canti spirituali come in un dhikr impazzito. Come nelle cerimonie dei dervisci rotanti, non c’è più distinzione tra il ritmo e il corpo. Tutto gira. Tutto sale. Tutto brucia. Ecco il miracolo: il rave, in Laxe, è il nuovo zikir. La trance psichedelica è una preghiera. L’abbandono dei sensi è l’unico modo per riacquisirli. In questo, Sirāt è un film sufi senza mai citarlo. Ma la struttura è quella del viaggio iniziatico, dell’estinzione dell’io (fanā’) per fondersi con il tutto. È l’estasi come metodo di conoscenza. Come insegnava Ibn ‘Arabi, «il vero viaggio non è cercare nuovi paesaggi, ma nuovi occhi». E questo film ci costringe a cambiare pupilla, pelle, battito. Si pensa a Tarkovskij, certo, ma anche a Gaspar Noé, a Jodorowsky, al primo Herzog lisergico. E forse ancora di più a Maya Deren, la sacerdotessa della trance cinematografica. Laxe è vicino a loro non per estetica, ma per fede. Una fede nella potenza scatenante dell’immagine, nel potere esoterico della forma. E se l’immagine è il corpo del film, il suono è la sua anima. La techno qui non è colonna sonora modaiola, ma metodo spirituale. Come nel trancecore degli Infected Mushroom o nelle composizioni sacro-industriali di Arvo Pärt remixato da un dio minore della notte, la musica non è decorativa, ma operativa. Ci lavora dentro. Ci trasforma. È il battito cardiaco del divino che non si vede, ma si sente. A un’ora e ventisei, tutto esplode. Letteralmente. Ma non è uno spettacolo. È una rivelazione. Come il big bang dell’anima. Una deflagrazione sensoriale e mistica. Il tempo si ferma. Lo spazio si liquefa. E ci ritroviamo sospesi su quella linea sottile tra luce e buio, tra il Paradiso e l’inferno, che è il Sirāt. E capiamo che il deserto, con la sua nudità, è solo un modo per vedere di più. Come il buio nei mistici medievali. Come il silenzio dei monaci. Come la trance dei visionari.

Laxe ha girato Sirāt come un rabdomante in cerca d’acqua sacra. E l’ha trovata. Nel vuoto, nella vertigine, nel rumore. Il suo cinema non è fatto per piacere. È fatto per mutare. Per bruciare e lasciare segni. Non linee, non trame. Cicatrici. Chi ama il cinema addomesticato, la trama ben scritta, la catarsi garantita, fugga. Ma chi è pronto a perdere la vista per vederci davvero, chi cerca il sacro in un battito di subwoofer, chi crede che Dio possa manifestarsi anche in un rave sul bordo dell’abisso… Sirāt lo aspetta. Come il ponte. Come la fiamma. Come una voce che chiama da lontano – e che forse è la nostra.
Gianluca Arnone – cinematografo.it






