Sorry, Baby

Agnes è una giovane docente universitaria ironica, capace e brillante. Quando subisce una molestia da parte di una persona fidata il suo mondo va in pezzi, ma tutto succede improvvisamente e senza clamore, quasi in punta di piedi. Ci vorrebbe tempo, ma la vita va avanti, almeno per tutti gli altri. Solo trovando la forza di elaborare l’accaduto e grazie al solido e sincero supporto dell’amica di sempre Lydie, Agnes potrà trovare la chiave per rinascere.


USA 2025 (103′)
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      Un esordio folgorante quello di Eva Victor che affronta il trauma senza mai spettacolarizzarlo, trasformando la parola, il silenzio e l’ironia in strumenti di sopravvivenza. Un atto di profonda umanità (…) Victor non sbaglia un colpo, realizzando uno script di intensità crescente che, al netto d’un minimalismo strutturale solidissimo e di sottrazione, s’affida con forza al lavoro sui volti – quello della Victor è in graduale mutazione, dapprima maschera di dolore e poi buffa e resiliente (termine inteso qui come ricostruzione e crescita post traumatica) – e, ancora come detto, alla forza salvifica, caotica, talvolta disfunzionale, eppure umanissima della parola. Nel mezzo molta letteratura: le pagine di Nabokov, dunque Lolita, non sono altro che l’indice, o meglio l’origine della narrazione straordinaria sul male ordinario che gli uomini fanno. Amori possibili e ancora gatti e topi, che come detto dalla stessa Agnes: «possono avere la stessa forma dei neonati nell’utero» pur non essendo tali. Forse lo saranno un giorno, o forse non lo saranno mai.

Limitante descrivere Sorry, Baby come fosse unicamente un dramma. C’è di più, molto di più, a partire dal racconto di formazione – Victor comincia dalla fine, per poi scavare nel passato di due giovani donne, che non è mai rimosso né interamente doloroso, tornando poi al futuro e al qui e ora – fino alla commedia, esilarante, nerissima e di sconvolgente attualità. È come se Woody Allen, Joan Didion, John Williams, Elizabeth Strout e David Foster Wallace si fossero riuniti riflettendo sulle conseguenze del trauma e della vita dopo. È davvero possibile ribaltare le logiche del dolore? I corpi restano tali, soffrono, seducono e desiderano e così i cuori, che ancora battono, per quanto soffocati, feriti e confusi. Ciò che conta realmente è scegliere di restare. Tra i migliori film del cinema ultimo statunitense. Una vera e propria rivelazione.

Eugenio Grenna – sentieriselvaggi.it

   …Scritto, diretto, e interpretato da Eva Victor, il film rifiuta deliberatamente la messa in scena dell’evento traumatico per concentrarsi sulle sue conseguenze: non tratta il momento di eccezione, ma l’attrito quotidiano che ne deriva. Il film segue così la giovane docente Agnes (Eva Victor) nel tempo sospeso del dopo, ne osserva la vita ordinaria, e ne osserva l’umorismo secco, apparentemente un alleggerimento, nei fatti una forma minima e necessaria di sopravvivenza. L’approccio di tono, al contempo scelta etica e formale, definisce fin da subito il posizionamento dell’autrice, come una presa di distanza consapevole da qualsiasi tentazione feticista. L’ambiguità strutturale propria dell’opera si annida nel titolo stesso, veicolo di una delle tensioni centrali formulate dalla regista. Sorry, Baby consiste, di fatto, in un’espressione apparentemente dimessa, quasi automatica, ma carica di un’irrisolutezza che il film non scioglie se non nel passaggio conclusivo. La domanda che si trascina, è a chi sia rivolta questa richiesta di scuse, sia una donna inquadrata da uno sguardo forse maschile, forse oggettivante, a una parte fragile del sé, a un bambino reale o simbolico. In modo ordinato, Victor lavora su questo slittamento semantico, iscrivendo il racconto in una riflessione più ampia sull’essere giovani adulti oggi, e in particolare sull’esperienza femminile contemporanea, sospesa tra un’autonomia formalmente acquisita e una vulnerabilità che rimane strutturale (…)

Con grande consapevolezza per un esordio, la regia si distingue per misura e lucidità: nel rifiutare il trauma come identità totalizzante, senza però neutralizzarne l’impatto. Il dolore, in Sorry, Baby, non sospende il tempo, non concede permessi speciali, coesiste con la necessità di continuare a lavorare, amare, progettare, di adattarsi al realismo di un mondo circostante incapace di modificare le proprie pretese…

Beatrice Ganci – ondacinema.it

«Ho voluto iniziare la storia con un’esplosione di amicizia, di gioia, di amore. Questa è la relazione centrale del film. Volevo che il pubblico si innamorasse di queste due persone – di queste due amiche – come persone complete, prima di tornare indietro e vedere cosa è successo. Non volevo che Agnes fosse definita da quell’esperienza drammatica nel suo vissuto. Credo che spesso appiattiamo le persone che hanno vissuto un trauma, le trasformiamo in figure tragiche per proteggerci, per non pensare che potrebbe capitare a noi o a chi amiamo. Io non volevo permettere allo spettatore quella via di fuga.» (Eva Victor)

 

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