Tullio Kezich critico cinematografico, sceneggiatore, produttore, scrittore e drammaturgo… Un documentario che ripercorre, come una vera e propria “autobiografia”, la sua vita, la sua carriera tra i tanti progetti realizzati, ridando così voce ad una grande personalità del mondo culturale e artistico del nostro paese.

Italia 2021 (60′)



Fu sui sentieri del West che incontrai per la prima volta Tullio Kezich. Non che fossimo tutti e due a passeggio nella Monument Valley. Fu un libro a farmelo conoscere, intitolato, appunto, Il western maggiorenne (stampato nel 1953 da Zigiotti, un piccolo editore di Trieste). Io ero un ragazzino che amava molto il cinema; lui un giovanissimo critico d’assalto, attraversato dall’intelligenza e dalla curiosità (a quei tempi fare un saggio sui “soldati a cavallo” non era cosa scontata, almeno in Italia). Da allora, ho seguito sempre con appassionata fedeltà le recensioni e i saggi di Tullio, sui tanti autorevoli giornali per cui ha collaborato nel corso della sua lunga e brillante carriera (…) Fu solo una ventina d’anni dopo (forse anche di più) che conobbi, non senza un senso di timida riverenza, Kezich a qualche festival, all’uscita di una proiezione e poi a cena con amici: si parlava del cinema, dei giornali (e della vita) con leggera allegria. Tullio era una miniera, raccontava dei suoi registi del cuore e della sua idea di cinema. Fra gli italiani naturalmente il prediletto era Federico Fellini, frequentato con amichevole assiduità e studiato nei minimi dettagli. Gli appunti di Kezich dal set de La dolce vita sono un racconto pieno di avventure (…) Ma il legame era profondo anche con altri maestri del nostro cinema, da Ermanno Olmi a Francesco Rosi, con cui Kezich aveva collaborato per il vibrante Salvatore Giuliano. Narratore e scrittore di teatro, Tullio era stato anche produttore nei primi anni Sessanta, favorendo il varo di alcune importanti opere prime, come Il terrorista (1963) di Gianfranco de Bosio o I basilischi (sempre del ’63) di Lina Wertmüller. Eppure gli affettuosi legami con gli autori non erano diventati “relazioni pericolose” per l’indipendenza del critico, che nel momento del giudizio diceva il suo parere, in serena libertà (…) Delle sere a volte mi divertivo a farlo arrabbiare, discutendo del western appunto. Da amante del periodo classico, Kezich diffidava un pochino degli incendiari del decennio Sessanta, Sam Peckinpah e Sergio Leone. Era all’ultimo bicchiere che lanciavo la provocazione: «Butterei via tutto John Ford, per la passeggiata finale e il massacro sterminatore de Il mucchio selvaggio». Tullio allora scuoteva la testa e non replicava nemmeno. Si limitava a chiamare il cameriere e a chiedere il conto, perché non «si divertiva a parlare di cinema con gli ubriachi»…
Claudio Carabba – drammaturgia.fupress.net