Didi, anziana duchessa transilvana trapiantata in un paese del Salento, vive con orgoglio un presente segnato dall’età e da precarietà economica. Quando è costretta ad assumere un’aiutante, entra in casa sua Vita, donna salentina di origini popolari e carattere deciso. All’inizio le divide tutto: abitudini, lingua, politica, l’idea stessa di dignità. Ma nella routine della cura i rituali aristocratici di Didi e la concretezza di Vita smettono di essere ostacoli e diventano terreno di scambio, rispetto e complicità. Così quando Didi deve tornare in Transilvania, sceglie di affrontare il viaggio con Vita e lì, tra le ferite legate alla guerra, sarà proprio la presenza lucida e tenace di Vita a far sì che che Didi riesca a dare un senso ai propri fantasmi e ad aprirsi a un’ultima, inattesa serenità.

Italia/Francia 2026 (125′)



Da La vita in comune a Vita mia, dal racconto di una piccola comunità del Basso Salento, nel film del 2017, a quello familiare, intimo e domestico sì, ma con lo sguardo rivolto altrove, che si allarga verso altri luoghi e storie, e indietro nel tempo. Vita mia, l’ultimo lavoro di Edoardo Winspeare, è la storia di Didi, un’anziana duchessa ungherese arrivata in un paesino del Salento dove vive il suo presente segnato da vecchiaia, malattia e precarietà economica. Malata di Parkinson e costretta ad assumere un’aiutante, Didi accoglie in casa sua Vita, donna salentina di origini popolari e dal carattere tosto. Le abitudini, la lingua, la politica e il comunismo, l’idea stessa di dignità: all’inizio tra le due è tutto divisioni e scontro, poi i rituali aristocratici di Didi e la concretezza di Vita smettono di essere ostacoli e di- ventano terreno di scambio, rispetto, complicità e perfino affetto. Tanto che, quando Didi decide di tornare in Transilvania per una questione di famiglia, sceglie di affrontare il viaggio con Vita. E nel viaggio riemergono i traumi della guerra, della Shoah e tutto il peso della storia.
Si è ispirato alla vita della madre, Winspeare, per il suo film, alle ultime difficili fasi di vita, alle prese con la malattia e con una signora salentina, chiamata “a servizio”, che si è presa cura di lei, in uno scambio reciproco di attenzioni e cura. Protagoniste sullo schermo sono Dominique Sanda, nei panni di Didi, e Celeste Casciaro (moglie del regista), nei panni di Vita. Una storia nata, si diceva, dall’osservazione degli ultimi anni della madre, “in realtà molto più simpatica”, dice ironicamente il regista, “della protagonista del film”. Quel rapporto, l’amicizia tra due donne così diverse, la scoperta della reciproca umanità che fa superare tutti i pregiudizi, uno scambio profondo ed emozionale che, spiega Winspeare, “in un certo senso è una complessa metafora dell’Europa dei conflitti sociali, della ‘educazione mediterranea’, degli odi etnici e razziali, dei totalitarismi e del nazionalismo, nemici delle diversità e delle minoranze, che hanno insanguinato il continente nel corso del XX secolo”. Non manca, ovviamente, il riferimento alle preoccupazioni, alle brutture del presente e al futuro del continente europeo che, comunque, il regista vede con un pizzico di ottimismo. Dal globale al locale, andando nel “piccolo” della storia, lo è invece un po’ meno su quello del Salento, il suo Salento, quello che il regista tricasino iniziò a raccontare 30 anni esatti fa con Pizzicata, poi scandagliato nei film successivi in vari aspetti, sociali e culturali.
quisalento.it

“Il Salento è oggettivamente più brutto di quanto lo era 30 anni fa, il disseccamento degli ulivi è stato ed è un dramma epocale che, paradossalmente, sembra non preoccupare abbastanza l’opinione pubblica; ma non c’è solo quello, ci teniamo a mantenere identità e memoria”, aggiunge, “ma dobbiamo fare i conti con lo spopolamento che sembra davvero inarrestabile. Dobbiamo essere audaci e creativi”, conclude “negli anni ’90, con tutte le pagine buie del periodo, per il Salento c’era quella speranza di un futuro diverso che, oggi, forse, stiamo perdendo”. Edoardo Winspeare

C’è un momento preciso in cui la Storia smette di essere quella cosa scritta sui libri, quella faccenda polverosa di trattati e confini, e diventa carne. Diventa un tremore della mano. Diventa uno sguardo che si perde nel vuoto, cercando qualcosa che non c’è più, o che forse c’è troppo. È accaduto al Torino: nel buio di una sala cinematografica, mentre fuori il 43° Torino Film Festival pulsava di vita, Edoardo Winspeare ci ha consegnato qualcosa che somiglia terribilmente a una carezza data su una cicatrice ancora aperta. Si chiama Vita Mia, il film. E già nel titolo senti l’urgenza. Senti il possesso e la perdita. Dominique Sanda presta il volto a Didi, ed è un volto che è un paesaggio. Didi è l’Europa. Non quella delle banche o delle direttive. È l’Europa nobile e decaduta, l’Europa che ha ballato nei palazzi mentre il mondo bruciava, l’Europa che ha visto i nazisti entrare dalla porta principale e i comunisti da quella di servizio. È l’Europa che ha cucito abiti per Dior per non morire di fame, tenendo la schiena dritta come una regina in esilio. Ora è in Salento. Naufragata in una luce che non perdona, quella del Sud. E poi c’è Vita. Celeste Casciaro. Lei è la terra. È le mani che lavano, che vestono, che sorreggono. Non la costruisce con la tecnica, la Casciaro: la inventa con l’istinto, con una naturalezza che inganna. Sembra facile, ma è l’opposto. È quella recitazione invisibile che ha il passo leggero della verità. Vita non ha la Storia addosso, ha la cronaca della sopravvivenza quotidiana. Viene da un mondo dove si lotta per il pane, non per lo stemma di famiglia. Dovrebbero odiarsi, queste due. La duchessa e la popolana. Il relitto di un impero e la figlia della fatica. E invece. Accade quel miracolo laico che solo il cinema sa compiere. La malattia di Didi, quel Parkinson che è un terremoto intimo, privato, sgretola le mura. Fa crollare le difese. Didi non può più nascondersi dietro l’orgoglio. Ha bisogno. E Vita c’è. Inizia lì un viaggio che è geografico, certo si va in Ungheria, verso una beatificazione, verso un passato che urla, ma è soprattutto un viaggio immobile. Dentro la coscienza. Winspeare, con una delicatezza che fa quasi male, ci porta a guardare in faccia il mostro. Il mostro della memoria. Perché ricordare non è un atto pacifico. Ricordare è un atto di guerra contro l’oblio. Didi torna nei luoghi del trauma, in quella Mitteleuropa spettrale, e lì capiamo. Capiamo che il vero coraggio non è stato sopravvivere. Sopravvivere è un istinto, una casualità biologica. Il vero coraggio è tornare indietro. È guardare le macerie e dire: io ero qui. E sono ancora qui.

Ma c’è qualcosa di più sottile, di più velenoso che serpeggia tra le immagini. È il senso di colpa di chi ce l’ha fatta. Perché io sì e loro no? È la domanda che Didi si porta dentro come una pietra. E qui il film compie la sua virata filosofica più alta. Non si tratta solo di perdonare la Storia, i carnefici, il tempo che ha rubato la giovinezza e i castelli. Si tratta di perdonare sé stessi. Perdonarsi per essere vivi. Perdonarsi per aver avuto paura. Perdonarsi per essere stati felici, magari un solo istante, mentre tutto crollava.
È Vita, con la sua presenza solida e rassicurante, a insegnare a Didi questa lezione: che la dignità non sta nel blasone, ma nel lasciarsi curare. Nel lasciarsi amare. Le due donne si fondono, quasi. La nobiltà si sporca le mani, il popolo alza lo sguardo. E in questo scambio, l’Europa guarisce. O almeno, smette di sanguinare. Winspeare ha preso la storia di sua madre, l’ha mescolata con i fantasmi di un continente intero e ne ha fatto un poema visivo. Uno spartito di immagini dove la fotografia di Roberta Allegrini non illumina la scena, la scolpisce: una luce assoluta, che sembra sapere tutto dei personaggi prima ancora che parlino. Non c’è retorica. C’è la polvere. C’è la verità di due attrici che non recitano, ma sono. E alla fine, cosa resta? Non serve raccontare l’ultima inquadratura. I film veri non finiscono quando lo schermo diventa nero, iniziano lì. Resta la sensazione di una quiete raggiunta dopo una lunga apnea. Resta il volto di Didi, che non è più una maschera di orgoglio, ma una mappa di sentimenti finalmente pacificati. E resta la lezione silenziosa di Vita: che nessuno si salva da solo e che curare l’altro è il modo più nobile per curare sé stessi. Uscirete dalla sala non con una risposta, ma con un respiro più ampio. Con la certezza che perdonarsi non significa dimenticare il passato, ma smettere di fargli la guerra. E che, nonostante tutto il dolore del Novecento, ci sia ancora spazio, in un vecchio salotto del Sud, per un po’ di tenerezza.
Massimo Righetti – lucisullascenamag.it