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Il bellissimo film di Laura Poitras
Tutta la bellezza e il dolore,
vincitore nel 2022 del Leone d'oro alla 79ma
Mostra del cinema di Venezia, aveva proposto al grande
pubblico un ritratto nello stesso tempo umano, politico
e artistico della grande fotografa americana, Nan Goldin,
soffermandosi in particolare sul suo impegno nella lotta
contro le dipendenze dagli oppiacei prodotti dalle
grandi case farmaceutiche come antidolorifici e la sua
vittoria contro la famiglia Sackler, proprietaria di una
delle case farmaceutiche coinvolte.
La mostra che oggi
si può visitare all'Hangar di Milano è la prima grande
retrospettiva dedicata al
lavoro di Nan Goldin come filmmaker e artista
multimediale. Progettata e inaugurata a Stoccolma nel
2022, dopo Amsterdam e Berlino è approdata a Milano e
costituisce un'occasione unica per approfondire la
conoscenza di una delle più interessanti artiste
multimediali contemporanee, in quanto comprende la
maggior parte di slideshow (proiezioni di
diapositive montate in sequenza) prodotti dalla Goldin
dal 1979 ad oggi. Si tratta di migliaia di immagini, in
cui sono stati catturati momenti di vita privata, di
amici, di eventi di famiglia, esplorando temi che
spaziano dall'infanzia all'identità, dalla violenza alla
dipendenza.

L'allestimento all'interno dello spazio, già di per sé
suggestivo, dell'Hangar Bicocca è stato
progettato dall'artista in collaborazione con
l'architetta Hala Wardé e consiste in otto padiglioni
disposti come in un villaggio, la cui forma, colore,
illuminazione, disposizione interna sono pensati in
relazione al lavoro che contengono. A introdurre il
pubblico all'interno di questo villaggio simbolico è
un'installazione sonora, site specific Bleeding,
realizzata in collaborazione col Soundwalk Collective,
che vuole aggiungere una dimensione sensoriale alla
mostra.
L'interesse della Goldin per la diapositiva deriva dalla
natura stessa del medium, che per l'artista è una forma
cinematografica strettamente collegata alla regia.”I
miei slideshow sono film fatti di immagini fisse”.
Le immagini sono accompagnate da una colonna sonora,
ogni scatto è proiettato per pochi secondi creando così
un certo ritmo narrativo che coinvolge lo spettatore in
un'esperienza immersiva.
Il primo impatto nel primo padiglione trascina
immediatamente il visitatore nel mondo che circondava
l'artista negli anni Settanta Novanta negli ambienti
underground di New York, Berlino, Londra. Opera iconica
di Nan Goldin The Ballad of
Sexual Dependency (1981-2022) comprende
circa 700 ritratti di persone della sua cerchia più
stretta, amici, amanti, immortalati con cruda tenerezza
e grande intimità in stanze d'albergo, bar, locali
notturni, accompagnati da una colonna sonora eclettica
che va da Kurt Weill ai Velvet Underground, a Yoko Ono,
a Lou Reed, il cui brano
“I'll be your mirror / reflect what you are / in case
you don't know” si può considerare il manifesto
della Ballad, una dichiarazione d'amore, l'idea che la
fotografia restituisca l'immagine dell'altro come
possibilità di sopravvivenza.

“Quando fotografo non scelgo le persone che voglio
ritrarre; i miei scatti scaturiscono dalla mia vita.
Nascono dalle relazioni, non dall'osservazione.” La
dimensione performativa dell'opera è fondamentale: nel
momento della proiezione, l'artista non espone
semplicemente la sua vita, la rivive e chi guarda è
coinvolto nello stesso movimento. E infatti dopo
l'immersione in questa e nell'opera successiva
Memory Lost (2019–2021)
lo spettatore ha l'impressione di conoscere più
intimamente l'artista. Idealmente posta dopo
The Ballad, Memory Lost
è incentrata sul lato oscuro della dipendenza da
sostanze, sull'astinenza, sull'AIDS e sulla reticenza
che avvolge questo tema. Sono foto a volte sfocate,
danneggiate o tecnicamente imperfette, in cui spesso
riconosciamo personaggi presenti nel film precedente, ma
ritratti in ambienti claustrofobici, con i fisici
distrutti, che comunicano una sensazione di angoscia e
confinamento. A differenza di Mapplethorpe, dove il
corpo e il desiderio sono sempre mediati da una distanza
estetica, Goldin elimina ogni filtro. Le stanze sporche,
le vite che passano senza ordine o misura mostrano la
realtà nella sua forma impietosa. Lo spettatore non può
“guardare da fuori”, è costretto a confrontarsi con la
morte, presenza quotidiana, vicina, inevitabile.

La terza opera più imtima e autobiografica è quella che,
in una specie di cerchio ideale, chiude la mostra:
Sisters, Saints, Sybils (2004 –
22), dedicata alla sorella maggiore Barbara
Holly, morta suicida a diciotto anni, evento che ha
profondamente segnato e condizionato la vita
dell'artista che allora aveva undici anni. Commissionata
in origine nel 2004 per la Cappella dell'Hopital de la
Salpetrière a Parigi (l'ospedale dove nell'Ottocento
veniva studiata l'isteria femminile), viene qui
riproposta seguendo la configurazione originaria. Con un
altezza di oltre 20 metri lo spazio del cubo rispecchia
le proporzioni e la verticalità della torre parigina. In
piedi su un'alta piattaforma panoramica i visitatori
ammirano l'opera che si sviluppa su tre schermi come un
trittico medievale con la storia di santa Barbara
imprigionata e giustiziata dal padre, la vita di Barbara
Goldin narrata dalla voce dell'artista stessa, e infine
una narrazione in prima persona di vari momenti della
vita dell'artista, l'adolescenza, la dipendenza, i
ricoveri, l'autolesionismo. Alla base dell'installazione
due figure di cera fortemente simboliche: al centro una
giovane donna su un piccolo letto da ospedale viene
tenuta ferma da due mani maschili, accanto, sul lato
sinistro un'altra figura di cera che rappresenta un uomo
(il padre?) si trova in posizione elevata sopra un
supporto.

Dopo Sirens sul
piacere della droga, Fire Leap
sul mondo infantile tanto innocente quanto inquietante e
The other side sul mondo queer
di Boston, si trovano le ultime opere della Goldin Stendhal Syndrome (2024) e
You Never Did Anything Wrong
(2024). Il primo è un montaggio di
ritratti di persone amiche messi a confronto con opere
d'arte del Rinascimento, il secondo è un vero e proprio
film girato in Super 8 e 16 mm, un montaggio poetico di
scene di animali, ispirato al mito secondo cui sono gli
animali stessi a causare le eclissi rubando il sole.

Due opere sicuramente meno impattanti delle precedenti,
ma interessanti per capire l'evoluzione del pensiero
dell'artista e il suo diverso atteggiamento nei
confronti del mondo. Il titolo This Will Not End Well
si può così vedere come la chiave di lettura retroattiva
dell'intera opera, la lucida accettazione
dell'inevitabile, un tentativo di opporsi al crollo pur
sapendo che il crollo è già avvenuto, una dichiarazione
ironica e nel contempo tenera sulla fragilità della
visione e della vita.
Cristina Menegolli
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