novembre 2025

periodico di cinema, cultura e altro... ©
 

n° 107
Reg.1757 (PD 20/08/01)

 
 
 

NAN GOLDIN - THIS WILL NOT END WELL

Milano: Pirelli Hangar Bicocca - 11/10/25–15/02/26

 Il bellissimo film di Laura Poitras Tutta la bellezza e il dolore, vincitore nel 2022 del Leone d'oro alla 79ma Mostra del cinema di Venezia, aveva proposto al grande pubblico un ritratto nello stesso tempo umano, politico e artistico della grande fotografa americana, Nan Goldin, soffermandosi in particolare sul suo impegno nella lotta contro le dipendenze dagli oppiacei prodotti dalle grandi case farmaceutiche come antidolorifici e la sua vittoria contro la famiglia Sackler, proprietaria di una delle case farmaceutiche coinvolte.
La mostra che oggi si può visitare all'Hangar di Milano è la prima grande retrospettiva dedicata al lavoro di Nan Goldin come filmmaker e artista multimediale. Progettata e inaugurata a Stoccolma nel 2022, dopo Amsterdam e Berlino è approdata a Milano e costituisce un'occasione unica per approfondire la conoscenza di una delle più interessanti artiste multimediali contemporanee, in quanto comprende la maggior parte di slideshow (proiezioni di diapositive montate in sequenza) prodotti dalla Goldin dal 1979 ad oggi. Si tratta di migliaia di immagini, in cui sono stati catturati momenti di vita privata, di amici, di eventi di famiglia, esplorando temi che spaziano dall'infanzia all'identità, dalla violenza alla dipendenza.

L'allestimento all'interno dello spazio, già di per sé suggestivo, dell'Hangar Bicocca è stato progettato dall'artista in collaborazione con l'architetta Hala Wardé e consiste in otto padiglioni disposti come in un villaggio, la cui forma, colore, illuminazione, disposizione interna sono pensati in relazione al lavoro che contengono. A introdurre il pubblico all'interno di questo villaggio simbolico è un'installazione sonora, site specific Bleeding, realizzata in collaborazione col Soundwalk Collective, che vuole aggiungere una dimensione sensoriale alla mostra.
L'interesse della Goldin per la diapositiva deriva dalla natura stessa del medium, che per l'artista è una forma cinematografica strettamente collegata alla regia.”I miei slideshow sono film fatti di immagini fisse”. Le immagini sono accompagnate da una colonna sonora, ogni scatto è proiettato per pochi secondi creando così un certo ritmo narrativo che coinvolge lo spettatore in un'esperienza immersiva.
Il primo impatto nel primo padiglione trascina immediatamente il visitatore nel mondo che circondava l'artista negli anni Settanta Novanta negli ambienti underground di New York, Berlino, Londra. Opera iconica di Nan Goldin The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022) comprende circa 700 ritratti di persone della sua cerchia più stretta, amici, amanti, immortalati con cruda tenerezza e grande intimità in stanze d'albergo, bar, locali notturni, accompagnati da una colonna sonora eclettica che va da Kurt Weill ai Velvet Underground, a Yoko Ono, a Lou Reed, il cui brano “I'll be your mirror / reflect what you are / in case you don't know” si può considerare il manifesto della Ballad, una dichiarazione d'amore, l'idea che la fotografia restituisca l'immagine dell'altro come possibilità di sopravvivenza.

“Quando fotografo non scelgo le persone che voglio ritrarre; i miei scatti scaturiscono dalla mia vita. Nascono dalle relazioni, non dall'osservazione.” La dimensione performativa dell'opera è fondamentale: nel momento della proiezione, l'artista non espone semplicemente la sua vita, la rivive e chi guarda è coinvolto nello stesso movimento. E infatti dopo l'immersione in questa e nell'opera successiva Memory Lost (2019–2021) lo spettatore ha l'impressione di conoscere più intimamente l'artista. Idealmente posta dopo The Ballad, Memory Lost è incentrata sul lato oscuro della dipendenza da sostanze, sull'astinenza, sull'AIDS e sulla reticenza che avvolge questo tema. Sono foto a volte sfocate, danneggiate o tecnicamente imperfette, in cui spesso riconosciamo personaggi presenti nel film precedente, ma ritratti in ambienti claustrofobici, con i fisici distrutti, che comunicano una sensazione di angoscia e confinamento. A differenza di Mapplethorpe, dove il corpo e il desiderio sono sempre mediati da una distanza estetica, Goldin elimina ogni filtro. Le stanze sporche, le vite che passano senza ordine o misura mostrano la realtà nella sua forma impietosa. Lo spettatore non può “guardare da fuori”, è costretto a confrontarsi con la morte, presenza quotidiana, vicina, inevitabile.

La terza opera più imtima e autobiografica è quella che, in una specie di cerchio ideale, chiude la mostra: Sisters, Saints, Sybils (2004 – 22), dedicata alla sorella maggiore Barbara Holly, morta suicida a diciotto anni, evento che ha profondamente segnato e condizionato la vita dell'artista che allora aveva undici anni. Commissionata in origine nel 2004 per la Cappella dell'Hopital de la Salpetrière a Parigi (l'ospedale dove nell'Ottocento veniva studiata l'isteria femminile), viene qui riproposta seguendo la configurazione originaria. Con un altezza di oltre 20 metri lo spazio del cubo rispecchia le proporzioni e la verticalità della torre parigina. In piedi su un'alta piattaforma panoramica i visitatori ammirano l'opera che si sviluppa su tre schermi come un trittico medievale con la storia di santa Barbara imprigionata e giustiziata dal padre, la vita di Barbara Goldin narrata dalla voce dell'artista stessa, e infine una narrazione in prima persona di vari momenti della vita dell'artista, l'adolescenza, la dipendenza, i ricoveri, l'autolesionismo. Alla base dell'installazione due figure di cera fortemente simboliche: al centro una giovane donna su un piccolo letto da ospedale viene tenuta ferma da due mani maschili, accanto, sul lato sinistro un'altra figura di cera che rappresenta un uomo (il padre?) si trova in posizione elevata sopra un supporto.

Dopo Sirens sul piacere della droga, Fire Leap sul mondo infantile tanto innocente quanto inquietante e The other side sul mondo queer di Boston, si trovano le ultime opere della Goldin Stendhal Syndrome (2024) e You Never Did Anything Wrong (2024). Il primo è un montaggio di ritratti di persone amiche messi a confronto con opere d'arte del Rinascimento, il secondo è un vero e proprio film girato in Super 8 e 16 mm, un montaggio poetico di scene di animali, ispirato al mito secondo cui sono gli animali stessi a causare le eclissi rubando il sole.

Due opere sicuramente meno impattanti delle precedenti, ma interessanti per capire l'evoluzione del pensiero dell'artista e il suo diverso atteggiamento nei confronti del mondo. Il titolo This Will Not End Well si può così vedere come la chiave di lettura retroattiva dell'intera opera, la lucida accettazione dell'inevitabile, un tentativo di opporsi al crollo pur sapendo che il crollo è già avvenuto, una dichiarazione ironica e nel contempo tenera sulla fragilità della visione e della vita.

Cristina Menegolli

 
 
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