maggio 2026

periodico di cinema, cultura e altro... ©
 

n° 111
Reg.1757 (PD 20/08/01)

 
 
 

FESTIVAL DI UDINE                                        

 

24 aprile - 2 maggio 2026

  Partecipare al Far East Film Festival è ogni anno di più entrare a far parte di una comunità. Lo percepisce il gruppo degli accreditati, sempre più nutrito e fedele (quest'anno ha superato le duemila unità); lo avverte il pubblico, curioso non solo dei film ma anche di entrare (a sbirciare) in questo mondo di appassionati; lo sente la schiera degli ospiti, che ad ogni proiezione sperimenta l'abbraccio da caldo a caldissimo della platea.
Quest'anno le star presenti sono state davvero molte e sappiamo che l'avere in sala quasi ad ogni proiezione il regista e/o il protagonista del film rende la visione un'esperienza unica. L'apice in questo senso è stata la consegna del Gelso d'oro alla carriera a Koji Yakusho da parte di Wim Wenders prima della proiezione di Perfect Days: in sala si è provata, anche da parte dei più coriacei, un'emozione vera nel vedere sul palco il rapporto speciale tra i due, che aveva i segni di una sincera amicizia. Il secondo premio alla carriera è stato all'insegna della forza e dell'eleganza: in gara con un film non facile, il malese Mother Bhumi, la star cinese Fan Bingbing ha parlato di cinema e resilienza, scivolando come un'opera d'arte sul palco. L'ultimo premio alla carriera è andato al grande maestro hongkonghese Yuen Woo-ping, (sue le coreografie di Matrix e Kill Bill), che ha chiuso il Festival con Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert, un western in cui le lame prendono il posto dei fucili, che ha fatto finalmente godere gli appassionati del genere arti marziali, un po' meno presente del solito.

Nel tempo le opere in gara al Far East sembrano infatti muoversi in una certa direzione: prevalgono i film drammatici o le commedie agro-dolci, mentre horror o noir si contano sulla punta delle dita. Nel contempo la qualità delle pellicole è senz'altro cresciuta: è difficile ormai vedere produzioni al di sotto di un certo livello, ma anche essere sorpresi da qualcosa di completamente fuori norma. Questa tendenza a qualcuno può far piacere, a qualcun altro meno, ma certamente avvicina il pubblico: 70.000 spettatori sono una chiara risposta.
Con queste premesse, era difficile quest'anno fare previsioni; però forse dal calore e la lunghezza degli applausi finali si poteva intuire la vittoria del giapponese Fujiko di Kimura Taichi, che si è aggiudicato il Gelso d'oro come miglior film. La storia è incentrata sulle difficoltà di una madre single negli anni '70: ha colpito nel personaggio di questa ragazza della porta accanto la scoperta progressiva di una determinazione all'indipendenza quasi sconosciuta a se stessa. Il film sa cambiare ritmo al momento giusto e propone situazioni non scontate, ma la credibilità del racconto deve molto anche alla freschezza dell'attrice protagonista, alla sua prima prova.

Fujiko

La ventottesima edizione ha proposto per la prima volta in concorso un documentario, The Seoul Guardians, cronaca di un evento recentissimo della storia della Corea del Sud: nel dicembre del 2024, di fronte alla dichiarazione della legge marziale, l'immediata reazione dei cittadini riuscì a far revocare il decreto, sventando il colpo di stato. La documentazione tesissima di questa giornata particolare da parte di tre registi sul campo ha incollato il pubblico del FEFF, che gli ha assegnato il Gelso d'argento.

The Seoul Guardians

Tra i film fuori concorso un'opera proveniente dal Giappone ha catalizzato l'attenzione dei media sia per la sontuosa messa in scena che per il tema trattato: si tratta di Kokuho - Il Maestro di Kabuki, del regista sudcoreano naturalizzato giapponese Lee Sang-il. Grazie alla distribuzione della Tucker Film, la pellicola è uscita nelle sale italiane in contemporanea al Festival. Sempre nella stessa sezione è stato prezioso poter vedere il documentario di Daniel Raim, The Ozu Diaries, in cui sono le parole stesse del grande regista giapponese, ricavate dai suoi diari, a svelarci aspetti inediti della sua vita (il peso della guerra sino-giapponese) e della sua personalità, a volte scanzonata e giocosa.

Kokuho - Il Maestro di Kabuki

È piuttosto evidente come, in questa edizione, tra i paesi abbia dominato il Giappone, per il numero e la qualità delle opere in concorso; tra le novità, una bella finestra su Singapore e soprattutto la presenza per la prima volta del Vietnam, in gara con ben quattro film. Uno in particolare ha suscitato l'interesse del pubblico, Tunnels: Sun in the Dark, che racconta la guerra del Vietnam dal punto di vista dei guerriglieri nascosti nei tunnel sotterranei: alla pellicola di Bui Tach Chuyen è andato il premio per la migliore sceneggiatura.

Tunnels: Sun in the Dark

Proprio l'approfondimento della cinematografia vietnamita pare sia uno dei propositi per il FEFF 29, senza dimenticare però i trent'anni dal ritorno di Hong Kong alla Cina. Dal punto di vista degli spazi, il successo di questa edizione mostra la necessità di un ampliamento e un'importante novità potrebbe arrivare dall'apertura del Cinema Centrale: significherebbe avere a disposizione nuove sale e un'ulteriore radicamento del Festival nel tessuto cittadino.


Gelso d'Oro
Fujiko
- KIMURA Taichi, Giappone
Gelso d'Argento
The Seoul Guardians - KIM Jong-woo, KIM Shin-wan, CHO Chul-young, Corea del Sud
Gelso Nero (accreditati Black Dragon)
Fujiko -
KIMURA Taichi, Giappone
The Seoul Guardians - KIM Jong-woo, KIM Shin-wan, CHO Chul-young, Corea del Sud

Gelso Bianco
(opera prima)
Unidentified Murder, KWOK Ka-hei, Jack LEE, Hong Kong
Gelso per la miglior Sceneggiatura

Tunnels: Sun in the Dark, BUI THAC Chuyen, Vietnam
Gelso Viola (Mymovies)
5 Centimeters Per Second, OKUYAMA Yoshiyuki, Giappone


 

 
 

Le città di pianura (16 candidature, 8 statuette) è davvero il miglior film italiano di questa stagione cinematografica? Se nei criteri di valutazione entrano il feeling con il pubblico (quasi 350.000 presenze, oltre i 2 milioni di incasso), la spiazzante intrusione di un cinema marginal-provinciale e l'originalità di uno stile asciutto abbinata a uno sguardo “altro” sulle dinamiche esistenziali di questo nostro presente, il premio assegnatogli ai David è certo meritato. Ci si può trovare meno in sintonia sull'accumulo dei riconoscimenti che ha lasciato a mani vuote La Grazia di Sorrentino, ma questa 71ª edizione ha certamente lascito il segno nella stagnazione autoriale made in Italy e la recensione che “finalmente” pubblichiamo testimonia l’apprezzamento anche della nostra redazione. >>

 

in rete dal 25 maggio 2026

 
 

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