Lascia perdere, Johnny!
Fabrizio Bentivoglio - Italia 2007 - 1h 44'

   Bentivoglio, al debutto da regista, mostra qualità rare nel nostro cinema, sa ricreare un' atmosfera con malinconico cinismo, unisce con un sano divertimento satira e nostalgia, memoria e ironia, con forse involontari omaggi al cinema che fu: metti il seducente finale nella nebbia di Rho o il temporale improvviso, che sono le avvisaglie felliniane. Andando in flash back nel Sud italiano anni 70, l' autore si racconta con tenerezza, pur senza sconti. Inscena le luci del varietà del mondo della canzone arrangiata in provincia con un occhio di riguardo alla biografica esperienza degli Avion Travel. Ogni personaggio, anche piccolo, è essenziale a una tela narrativa che non perde colpi e tiene in dovuto conto i caratteristi. Bentivoglio conosce la materia, si dirige bene e ottiene il meglio da colleghi strepitosamente in parte, da Valeria Golino agli insuperabili Servillo brothers, da Lina Sastri a Ernesto Mahieux fino al deb Merolillo.
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Maurizio Porro Il Corriere della Sera

   Ci sono film che traspongono sanamente in immagini la personalità del proprio autore. Lascia perdere, Johnny!, rispecchia lo spirito e il carattere non di uno, ma di due artefici: Fabrizio Bentivoglio, al suo esordio come regista di lungometraggi, e Domenico Procacci, patron della Fandango, la factory del cinema italiano contemporaneo. Lascia perdere, Johnny! è malinconico, sfumato e understated come Bentivoglio - o almeno come ci immaginiamo che lui sia, dopo averlo visto recitare in tanti film anni '80 e '90 nel ruolo di bello, vago e distratto. Ma Lascia perdere, Johnny! è anche caotico, volutamente kitsch, innamorato più delle atmosfere che della coerenza narrativa come la maggior parte dei film fandango, che hanno dietro non solo il braccio produttivo ma anche la sensibilità di Domenico Procacci. Sia chiaro: non necessariamente Bentivoglio -già famoso per conto suo- si è lasciato guidare dal suo produttore o si è conformato agli standard della factory. Ma di certo c'è una corrispondenza esatta fra il linguaggio stralunato dei due "autori" del film. Bentivoglio aggiunge qualche strizzatina d'occhio a Fellini e a Kusturica, ma bisogna riconoscergli anche una capacità di creare atmosfere languide che sembra nascere proprio dal suo carattere indolente e nostalgico, e che potrebbe diventare una cifra stilistica di tutta rispetto. Quello che fa difetto a Lascia perdere, Johnny! è la storia esile, confusa, trascinata da questa e quella parte a seconda dell'efficacia estetico-emotiva delle scene, tirata come una coperta corta dalla parte del fattore che in quel momento è sullo schermo. E poiché sullo schermo sfilano alcuni dei nostri migliori attori teatrali, da Toni a Peppe Servillo, da Lina Sastri a Ernesto Mahieux, l’istrione di turno tende a mangiarsi la storia, oltre che la scena. Anche noi spettatori veniamo trascinati di qui e di là, come il “Johnny” del titolo, tenero ragazzo di provincia degli anni Settanta che vorrebbe fare il musicista. Fausto girerà per l’Italia alla ricerca di un futuro che, per tutti quelli che incontra, è già dietro alle spalle, e però proprio a loro si ispirerà, con fiducia incosciente. La faccia a-cinematografica dell'esordiente Antimo Merolillo, la cui dolcezza e inesperienza fanno di lui un Fausto perfetto, diventano il simbolo dell'indeterminatezza di tutto il film. Ma il tocco di classe lo dà il vero Fausto - Mesolella, compositore delle splendide e ipnotiche musiche di Lascia perdere, Johnny!, nonché membro degli Avion Travel.

Paola Casella Europa

   Faustino, adolescente casertano del '74, capelli sulle spalle e incongrui doposci pelosi ai piedi, taciturno e osservatore. Ha solo la mamma (Lina Sastri), vuole fare il chitarrista e strimpella nell'arrangiata orchestrina del maestro Falasco che è un bidello ubriacone. C'è pure un manager (Ernesto Mahieux), che ripete sempre "the show must come on". Non si sa perché discende dal nord tal Augusto Riverberi (Bentivoglio) - sintesi affettuosamente ironica tra Reverberi e Martelli, figure molto note nella musica leggera italiana degli anni 60 - che passa per scopritore di talenti ma è solo uno che, al tramonto, cerca di sopravvivere. La sciampista (Valeria Golino) diventa la presentatrice, un altro poveraccio viene nominato crooner con il nome d'arte di Gerry Como (Peppe Servillo), e si parte per una scalcinata tournée. Sarà penosamente fallimentare ma Faustino avrà imparato qualcosa e, senza lasciarsi sopraffare dalla malinconia, continuerà per la sua strada, nessuno gli toglierà il sogno. Sposando la sua insospettata ma intima indole zingaresca con i racconti ascoltati da Fausto Mesolella e dagli altri amici Avion Travel, Bentivoglio diventa regista non senza imperfezioni ma con un film pieno di anima.

Paolo D’Agostini La Repubblica

TORRESINO - dicembre 2007

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