Ogni cosa è illuminata (Everything Is Illuminated)
Liev Schreiber - USA 2005 - 1h 42'


sito ufficiale

da Corriere della Sera (Maurizio Porro)

     Il titolo del bel libro-caso autobiografico di Safran Foer e del commovente film di Schreiber dice che dobbiamo essere illuminati dal passato, ritrovare le radici e lo spirito di appartenenza, morale e materiale: l'importanza della Memoria, la collezione degli oggetti e degli affetti. E' così che un giovane americano miope e imbranato parte per Odessa alla ricerca di un paesino scomparso della misteriosa donna che in guerra salvò la vita al nonno ebreo. Ricerca-iniziazione ai segreti dell'amicizia e maturazione, viaggiando con una speculare strana coppia nonno-nipote ucraina. Il film parte con brio alla Kusturica, stupisce, si fa struggente ricordo del male e del bene, omaggia la Madre terra, mixa allegria e tristezza, con due ragazzi fantastici, l'ex hobbit Elijah Wood e Eugene Hutz, irresistibile musico punk.

da L'Unità (Alberto Crespi)

     Un giovane americano, collezionista compulsivo di oggetti che conserva in bustine di plastica, si reca ad Odessa alla ricerca delle terre dove è nato e vissuto suo nonno prima di emigrare in America. È ebreo. Si chiama Jonathan Safran Foer. Se vi sembra un nome già sentito, avete ragione. È il giovanissimo, ma già famoso scrittore di Ogni cosa è illuminata pubblicato da Guanda. Un libro fortemente autobiografico dal quale Liev Schreiber, attore (The Manchurian Candidate) all'esordio nella regia, ha tratto un film doppiamente autobiografico: perché quella è la storia della famiglia di Foer, ma anche la sua; anche i parenti di Schreiber sono ebrei arrivati in America dall'Ucraina. Il risultato è un'emozione multipla: regista e scrittore condividono la propria immersione nel passato con gli attori, perché anche gli interpreti russi dei personaggi che Foer incontra in Ucraina sono esuli, cittadini americani che tornano nell'ex URSS natìa. Pur ricostruita in Repubblica Ceca, l'Ucraina di Ogni cosa è illuminata è un territorio fiabesco, la culla dell'umanità in tutte le sue grandezze e tutte le sue crudeltà. Il film è bellissimo, inizia come una commedia sullo "scontro culturale" e termina come una riflessione tragica sul passato. Foer è interpretato da Elijah Wood, il Frodo Baggins del Signore degli anelli, che dopo Sin City (dove era un killer psicopatico) continua a costruirsi un'identità di attore dopo lo strepitoso successo del kolossal di Peter Jackson.

da Film Tv (Fabrizio Liberti)

     Tradurre un successo letterario in un film è operazione ardua e da affrontare con le cautele del caso, ancor più quando ci si trova dinanzi a testi “fortunati” ma dallo stile molto personale e dalla scrittura talvolta ardita. Il romanzo del giovane scrittore americano Jonathan Safran Foer da questo punto di vista è emblematico e il suo racconto è di quelli che si amano o si respingono, senza compromessi, e molti aspiranti lettori sono stati allontanati dopo poche pagine. Il primo pregio di Liev Schreiber, attore di buona fama alla sua prima esperienza di regia, è proprio quello di tradurre senza tradire il senso profondo e le migliori immagini del libro, in un ordito scorrevole che pare un diario di viaggio alla Chatwin, attraente, affascinante e che mescola con sapienza sorriso e commozione. Il diario racconta la ricerca delle radici europee di un giovane ebreo americano. Catalogatore ossessivo e vegetariano, Jonathan riceve dalla nonna in punto di morte una foto del nonno, scomparso anni prima, ritratto prima della guerra in Ucraina con una donna misteriosa nel villaggio di Trachimbrod. Il ragazzo si affida per la sua ricerca a un’improbabile agenzia turistica e a bordo di una scassata Trabant con il giovane rockettaro dinoccolato Alex, il nonno di lui e il cane Sammy Davis jr jr, troverà le risposte alle sue domande in uno sperduto fazzoletto di terra ucraina e molte ne porrà allo spettatore. Il film infatti è un delizioso viaggio nelle problematiche del mondo di oggi, come ad esempio il confronto tra culture diverse, quasi inconciliabili. Poi c’è il contrasto tra la velocità del quotidiano e la piacevole lentezza di un film che lavora negli affascinanti anfratti proposti dalla dicotomia ricordo/oblio, compreso tra la naturale tendenza dell’essere umano a dimenticare e la necessità di ricordare la propria storia. Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato” e Trachimbrod, il luogo fantastico o cancellato dalla storia degli uomini, diventa finalmente reale, a incarnare l’essenza di quella grande tragedia del mondo che fu l’Olocausto. Se risulta quasi pacifica la bravura dell’attore” Schreiber nell’aver assemblato un cast perfetto che mescola star, attori semisconosciuti e esordienti, non così è per le qualità della regia, semplice e lineare ma ogni tanto capace di regalare immagini di grande forza, come quel “muro del ricordo” che l’ossessivo Jonathan costruisce con i suoi reperti.


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Un giovane americano miope e imbranato parte per Odessa alla ricerca di un paesino scomparso della misteriosa donna che in guerra salvò la vita al nonno ebreo: ricerca-iniziazione ai segreti dell'amicizia e maturazione, viaggiando con una speculare strana coppia nonno-nipote ucraina. Il film parte con brio alla Kusturica, stupisce, si fa struggente ricordo del male e del bene, omaggia la Madre terra, mixa allegria e tristezza... Occorre essere illuminati dal passato, ritrovarne le radici e, con esuberanza materiale e riflessione morale, il profondo spirito di appartenenza!

TORRESINO - dicembre 2005
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