L'ottavo giorno (Le huitième jour)
di Jaco Van Dormael - Belgio 1996

 

Commossi o indispettiti? L'atteggiamento verso L'ottavo giorno deve per forza ridursi ad una posizione così schematica? Non necessariamente. Anche perché dovendo "classificarlo" non lo definiremmo né un film sull'handicap, né un film sul senso della vita, bensì un film di Jaco Van Dormael, un autore la cui poetica ha una personalità davvero "diversa" nel panorama cinematografico attuale. Chi ha visto il suo esordio, Toto le héros (recuperatelo in cassetta, ne vale la pena), ne riconosce facilmente il tocco in una tematica limpida e coinvolgente, in uno stile surrealmente infantile. George (Pascal Duquenne) è un mongoloide alla ricerca di un'affettività "normale" (confusa tra il ricordo della madre morta, l'impossibilità di un matrimonio con una sua simile, una semplice, sincera amicizia) che incrocia casualmente il destino di Harry (Daniel Auteuil), un uomo in carriera, soddisfatto per immagine sociale, "perduto" sul piano sentimentale, con una moglie che l'ha lasciato e due bambine che lo rifiutano come padre. L'incontro tra i due, il contrasto "etico" delle loro esistenze è soavemente retorico, ma Van Dormael ama fare della retorica il surplus narrativo che anima il suo cinema e così quando George sogna le sue apparizioni hanno la concretezza del reale; la macchina da presa può staccarsi all'improvviso dal contesto per seguire, leggiadra, il volo di una coccinella; e se un motivo musicale fa da colonna sonora alla vicenda, i personaggi cantano guardando in macchina, un topo (!) entra in scena per seguirne la melodia e, lì accanto sul pavimento, le scarpe si muovono, da sole, a ritmo. Certo l'uso come attore di un vero down può essere discutibile (a Cannes comunque il premio è andato proprio alla coppia di interpreti) e talvolta la regia indugia sull'aspetto claunesco dell'handicap, ma ciò che resta non è necessariamente il sentimentalismo solidale o pietistico verso George e compagni, quanto la surreale spontaneità di un mondo "altro" che ci circonda, il dolore della solitudine e la bizzarria destabilizzante dell'anormalità (anche cinematografica); la nostalgia esistenziale, comune a tutti, per un mondo meno arido, dove non ci sia bisogno di aggiungere un ottavo giorno alla creazione per trovare uno spazio ("a metà tra gli angeli e gli uomini") in cui dare senso compiuto all'accettazione del nostro vivere, "sorprese" genetiche incluse.

e.l. La Difesa del Popolo 27/10/96