Rosso Malpelo
Pasquale Scimeca - Italia 2007 - 1h 30'

   La tragedia di un piccolo minatore siciliano di ieri per raccontare i bambini sfruttati di oggi. E aiutarli, non solo a parole. È il Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca, da oggi al cinema in occasione della Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia, dopo essere stato proiettato in più di 130 scuole italiane. Se da noi infatti le zolfatare sono ormai “parchi minerari”, come quello di Floristella - Grottacalda in cui è stato girato il film, nel resto del mondo ci sono ancora 218 milioni di bambini lavoratori, un milione dei quali secondo l’Unicef continua a sgobbare e morire in miniera. A loro è dedicato Rosso Malpelo, i cui incassi andranno a due comuni del Potosi, impervia regione boliviana, per assicurare cibo, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria in cambio dell’impegno a non mandare minori in miniera. E non si pensi a una operazione semplicemente benefica, Rosso Malpelo è il miglior film di Scimeca dai tempi di Placido Rizzotto, il più convincente e ispirato. Adattando la celebre novella di Verga con la libertà che meritano i capolavori, Scimeca infatti non vuole ritrovare l’Italia di oggi in quella dell’800 (come fa, per restare in Sicilia, Faenza nei Vicerè). Quanto verificare il vecchio assioma per cui al cinema più si è locali più si è universali. Ed ecco la pagina di Verga generare immagini che sposano la durezza della vita di Rosso Malpelo alla violenza del dialetto e all’incanto primitivo dei colori, dei paesaggi, dei corpi di attori spesso non professionisti che danno ai loro personaggi una verità senza tempo. Un uomo che aspetta la morte sepolto in un cunicolo (il sempre eccellente Marcello Mazzarella). Un asino battuto a morte. Una ragazzina scaltra che si lascia palpeggiare lo stretto necessario a riempirsi lo scialle di ogni bendidio. Una zia che tiene in pugno i parenti salmodiando preghiere (una monumentale Lucia Sardo). E rari, inattesi intermezzi comici, a rendere il resto ancora più aspro e struggente. Un film che scardina le vecchie logiche di produzione. Ma anche una sorpresa per lo spettatore.

 Fabio Ferzetti Il Messaggero

   Pasquale Scimeca esce per primo, in occasione della giornata dell' infanzia del 19 novembre, col famoso racconto di Verga che inizia una trilogia siciliana cui sta lavorando Wenders. È un' operazione nobile da parte di un bravo regista che si prende a cuore, devolvendo compensi a giusta causa, i destini dei bambini ancora oggi sfruttati, come il povero Rosso Malpelo nell' 800. Che assiste alla morte del padre per una frana in miniera e farà poi la stessa fine. Intanto noi ci affezioniamo a lui (al volto di un giovane dotato Antonio Ciurca) e all' amichetto, un bambino vittima. Pur dovendo suonare la gran cassa dei sentimenti, Scimeca si tiene lontano dalla retorica e riprendendo i paesaggi solari del suo paese ci racconta una storia ancora e sempre attuale.

Maurizio Porro Il Corriere della Sera

   Militante, si sarebbe detto in passato. Lo spirito dell’impresa di Rosso Malpelo, del regista Pasquale Scimeca e di tutti i partecipanti, è quello di rendere il cinema collegato alla realtà e socialmente utile. Infatti hanno messo i loro proventi a disposizione di un progetto di opere e aiuti (alimentazione, didattica, sanità) a favore della popolazione soprattutto infantile di due centri minerari del Potosì boliviano. Questo, però, senza rinunciare all’autonomia creativa, all’invenzione artistica, alla personalità dell’opera. Nel suo piccolo (produttivo) anche Scimeca ha osato, come il Faenza dei Viceré, laddove Visconti non era arrivato ispirandosi alla novella di Giovanni Verga (ma innestandovi anche suggerimenti provenienti da Capuana e da De Roberto) che racconta le condizioni di vita disumane dell’infanzia sfruttata nelle miniere siciliane di un secolo fa. A sua volta Scimeca racconta, facendo ricorso al nostro e al suo patrimonio culturale, ma senza preoccuparsi troppo se un ragazzino del suo film calza scarpe da ginnastica di oggi, qualcosa che ha cessato di esistere qui (e non da moltissimi anni) ma che continua ad esistere altrove.

Paolo D’Agostini La Repubblica

    Chi non lotta per liberarsi dalle catene merita quelle catene. Verga non sottoscriverebbe. Ma una sua storia, Rosso Malpelo, insostenibile e profetica, diventa tra le mani del cineasta Pasquale Scimeca da Aliminusa (Placido Rizzotto, La passione di giosué l'ebreo...) più aguzza, rabbiosa e glaciale. Come un pezzo di zolfo sbalzato dalla terra e sbattuto in faccia allo spettatore, con effetti 3d. Già. Non c'è più il distacco verghiano, il popolo non è visto qui come natura estrinseca allo scrittore, spettacolo naturale. Ma soggetto di sacra rappresentazione, statuaria non da museo, ma - lo esigeva Giacometti - da farsi infilare sottoterra, per far comunicare meglio vivi e morti. Già. La zolfatara. La Sicilia di un secolo fa. Faticano come bestie paesani ignoranti e carusi, mentre i padroni spadroneggiano come oggi. Solidarietà di classe? Zero (Verga affoga nel naturalismo provinciale italiano, nelle critiche di Gramsci). Divertimenti? Una giostra all'anno. I ricchi di famiglia? Proteggono solo se ti conformi a neri rituali bigotti. La soggettività desiderante? Sradicata, svolazza come l'amica che imita il polline. Avere un difetto fisico è esiziale: «Roscio! rosciò!» urlano, più cinici di Antonio Rezza. Sopra la miniera, i campi giallo-oro di grano, e sopra il cielo, fitto di stelle: «sono le anime dei morti in purgatorio e i bambini, prima di nascere». Un'atmosfera vitalmente necrofila permea l'orizzonte visuale. Muore il padre del protagonista, subito, incidente sul lavoro (omicidio volontario mai perseguibile). Rischia di morire di percosse Ranocchio, fragile amico di Rosso Malpelo, sbeffeggiato e incattivito protagonista. Muore di frusta anche il suo asino, ora carcassa per cani. Perdono la ragione tanti minatori e mendicanti (Franco Scaldati), figurine eccentriche e spettrali, ma egemoniche, come in un Ciprì e Maresco. Rosso Malpelo, solo nella valle di lacrime tra l'indifferenza di mamma e sorella, sogna la vita del contadino e del cocchiere, ma scaverà sottoterra peggio degli altri, sfogandosi con l'asino (l'animale più raro). Pala e piccone, non falce e cavallo, il neorealismo è irriproducibile, ai giorni nostri.... Orde horror di bambini son scaraventati nei pozzi, dentro buie gallerie dai boati sinistri, carichi fino a stramazzare per terra, alla mercé totale, anche sessuale, di Mastro Misciu («quando la minchia impazzisce, impazzisce»). perché le famiglie non sopravviverebbero senza quei 4 soldi... Avviene nelle favelas, avviene nelle miniere di diamanti africani, avveniva in questo parco minerario di Floristella-Grottacalda. Il testo così, scritto 100 anni fa, diventa la tragedia del nostro tempo, dei 218 milioni di bimbi abbandonati, sfruttati, maltrattati e devastati (1 milione è in miniera). E la world music di Miriam Meghnagi tesse e connette elettronica arcaismi hud urla dolore.

Roberto Silvestri Il Messaggero


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Lo spirito dell’impresa di Rosso Malpelo, del regista e di tutti i partecipanti, è quello di rendere il cinema collegato alla realtà e socialmente utile. Infatti hanno messo i loro proventi a disposizione di un progetto di opere e aiuti (alimentazione, didattica, sanità) a favore della popolazione soprattutto infantile di due centri minerari del Potosì boliviano. Questo, però, senza rinunciare all’autonomia creativa, all’invenzione artistica, alla personalità dell’opera. Rosso Malpelo è il miglior film di Scimeca dai tempi di Placido Rizzotto, il più convincente e ispirato. Adattando la celebre novella di Verga con la libertà che meritano i capolavori, Scimeca infatti non vuole ritrovare l’Italia di oggi in quella dell’800, quanto verificare il vecchio assioma per cui al cinema più si è locali più si è universali. Così la pagina di Verga si rigenerare in immagini che sposano la durezza della vita d Rosso Malpelo alla violenza del dialetto e all’incanto primitivo dei colori, dei paesaggi, dei corpi degli attori.

TORRESINO - novembre-dicembre 2007
PRIMA VISIONE
sabato 1 dicembre (ore 21.30) sarà presente in sala il regista!

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