La storia del cammello che piange (Die Geschichte vom weinenden Kamel)
Luigi Falorni e Byambasuren Davaa  - Germania/Mongolia 2004 - 1h 27'


sito ufficiale

da La Repubblica (Paolo D'agostini)

     Un gioiello. Non attori ma una vera famiglia - quattro generazioni - di pastori nomadi del Deserto dei Gobi in Mongolia, e le azioni sono quelle della loro vita quotidiana. Ma per ridurre l'approssimazione della definizione "documentario" bisogna quantomeno aggiungere "poetico". La ricchezza di questa famiglia sono i cammelli, la loro elementare economia ruota intorno a questi animali simbolo di tenacia e resistenza. Tra i rituali che si ripetono nella loro vita senza tempo c'è il parto del cammello femmina. Questa volta è particolarmente faticoso, nasce un bel cucciolo bianco ma la madre lo respinge, si rifiuta di nutrirlo. Il piccolo piange in modo straziante, che fare? Vengono inviati in città i due bambini della famiglia. Devono cercare il musicista. Con il suo strumento rudimentale accompagnerà una litania che dovrà servire a commuovere la mamma cammello e salvare la vita al cucciolo. Non sarà facile, ma così sarà. I due giovani registi, una mongola e un italiano che hanno studiato alla scuola di cinema di Monaco, non promuovono un'immagine pittoresca e ipocrita della perduta armonia primordiale: i bambini della famiglia, cresciuti gioiosamente nell'isolamento e giocando con i residui di plastica della "civiltà dei consumi", vorrebbero il gameboy e la tv. E l'avranno alla fine, misureranno l'essere se stessi con la contaminazione, figli di una cultura arcaica ma non chiusa. Bell'esemplare nell'ambito della rinascita del documentario.

da Il Manifesto (Silvana Silvestri)

     Documentario che ha già fatto il giro del mondo dei festival raccogliendo consensi e quasi l'Oscar, La storia del cammello che piange nasce come lavoro di fine corso della scuola di cinema di Monaco, firmata dagli «studenti» Luigi Falorni e Byambasuren Davaa. Gli appassionati dei film del deserto aggiungeranno anche questo al loro elenco, anche se sono abituati a un immaginario più magico. Ma anche qui non manca la favola. Ambientato in Mongolia, paese completamente disastrato dopo la caduta dell'impero per via delle leggi di mercato, e dove per lo più a dorso di cammello i nomadi si sono avviati a eleggere proprio due giorni fa come presidente il comunista Nambariin Enkhbayar, capo del «Partito rivoluzionario del popolo mongolo», il film ci racconta una vicenda serena. Nel deserto dei Gobi una famiglia di pastori nomadi possiede un gran numero di cammelli e di pecore. È l'estate, si susseguono i parti, mentre la vita scorre semplice e organizzata, ognuno attende ai suoi compiti: il nonno racconta le storie e fuma, la nonna cucina, i bisnonni si riposano, i genitori accudiscono figli e animali, i piccoli giocano e i piccolissimi piangono. Il ciclo vitale si riproduce, ma c'è una cammella bizzarra che, la prima volta, ci mette tre giorni a partorire e dopo non ne vuole sapere del piccolo. Così si chiama lo specialista, un musicista che con un rito speciale, accompagnato dal canto femminile, scioglie il dolore dell'animale che, infine placato, accetta di allattare. Tutto torna nell'ordine del bucolico insieme, non fosse che il ragazzino ha scoperto in paese la televisione e infine riuscirà a farsi comprare «le immagini di vetro». Dolcezza, lieve humour, attenzione, agli eventi, come si addice a un lavoro fatto nell'ottica dei narratori come Flaherty, una tradizione di cinema etnografico che torna di moda.

cinélite TORRESINO all'aperto: giugno-agosto 2005