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2007

trimestrale - cinema, cultura e altro...

n° 19
Reg.1757 (PD 20/08/01)

pag. 3
 

      Il Bergamo Film Meeting, premiato quest’anno dal pubblico con il record di affluenze, compie 25 anni e consolida la tradizione di un festival ricco e interessante per organizzazione, ospiti e rassegne ma con il carnet dei film in concorso forse non all’altezza se bocciati dal pubblico con una partecipazione piuttosto scarsa. Certo che lo scopo dichiarato (dare spazio a produzioni di registi giovani e/o provenienti da nazioni non propriamente al centro del panorama cinematografico internazionale) viene perseguito sempre con ammirevole dedizione.
Non è un caso se il vincitore è
Vidange Perdue del Belga Geoffrey Enthoven, già al suo terzo lungometraggio e che si avvale di attori ricchi d’esperienza, come Nand Buyl che, nei panni del protagonista (l’ottantenne Lucine che rifiuta di rassegnarsi a una vita piatta e “soffusa”) dà alla tragi-commedia un ritmo frizzante e una profondità che manca a molti dei film concorrenti.
Al secondo e terzo posto un film croato e una coproduzione che coinvolge tutta l’ex Jugoslavia. La rosa camuna d’argento va infatti a
Treseta di razen Zarcovic, che dipinge un piccolo paese insulare della Dalmazia attraverso i suoi abitanti che si avvicendano a fare il “quarto” in una partita di tresette interrotta dalla morte di uno dei vecchi giocatori.
Sul gradino più basso del podio il divertente
Sve dzaba (Tutto Gratis) di Antonio Nuic, forse la più divertente delle pellicole in concorso, anche grazie alla buona prestazione di Rakan Rushaidat che dà al film (surreale racconto di un bar itinerante e totalmente gratuito) una scintilla di vita che riesce a far scorrere velocemente l’ora e mezza in sala.
Scintilla che manca, putroppo, a I said so little dell’Inglese (trapiantata in Italia) Lydzia Englert, che alterna (troppo) lunghi silenzi e momenti di “riflessione” della protagonista (in solitario pianto) a scene che vorrebbero essere di seduzione e innamoramento ma che suonano spesso banali o scontate.
Non molto migliore la pellicola tedesca Sieh zu daß du Land gewinst alla cui storia politicamente corretta e narrativamente melensa (una ragazza di Hannover accoglie con amicizia una ragazza bosniaca da tutti osteggiata e riscopre i valori dell’agricoltura nella fattoria del padre) a cui la regia piatta e quasi didascalica di Kerstin Ahlrichs non aggiunge nulla.
Restano da citare un film svedese (Sista Dagen), due polacchi (Wstyd e Oda do radòsi di) ed uno ceco (Restart), tutti senza particolari attrattive tanto da essere, senza eccezione, abbandonati da larga parte dello (scarso) pubblico a proiezione in corso.
  Ben altro, si è detto, il panorama delle rassegne, a partire da
Ricorda la rabbia, colonna portante di quest’edizione che prende il titolo dall’omonimo libro di Osborne e che guarda al cinema “ribelle” inglese attraverso tutto il dopoguerra, da O Dreamland (1953) di Lyndsay Anderson, “l’atto di fondazione del Free Cinema” al più recente Trainspotting (1996) di Danny Boyle, sugli schermi in questo periodo con Sunshine, passando per un capolavoro come The Ruling Class di Peter Medak (1972), nelle versione integrale (e ovviamente originale-sottotitolata) di 154’; un momento sublime di cinema di denuncia che sa essere ironico e tragico al tempo stesso, a lungo applaudito dal pubblico quale momento mitico di questa edizione, vero apice di una retrospettiva eccellente.
Oltre a questo, il momento più emotivamente coinvolgente (della rassegna e del festival) è stata indubbiamente la proiezione di
Victim (1961) di Basil Dearden in cui uno splendido Dick Bogarde mette a rischio la carriera per difendere la propria dignità di omosessuale e il diritto all’esistenza suo e di altri come lui: una pellicola drammatica e vivissima, con temi ancora attualissimi.
E in tutto il suo iter (27 titoli in tutto)
Ricorda la rabbia ha saputo sempre mostrare agli spettatori entusiasti veri capolavori del cinema d’oltremanica, raramente vedibili in Italia e spesso introvabili, da Billy Liar di John Schlesinger a Saturday Night and Sunday Morning di Karel Reisz, con una spazio anche per un Ken Loach degli inizi, che già nel 1966, in Cathy Come Home, denunciava le difficoltà e il dramma di una famiglia dilaniata dalla mancanza di un alloggio.
Molte ancora le segnalazioni, che meriterebbero certo maggior spazio critico: la visionaria ed enigmatica produzione dei
maestri della cinematografia polacca del Fondo Nino Zucchelli (Skolimowski, Zanussi e Slesicki), i sempre mirabili lavori di Billy Wilder (con Double Indemnity, capolavoro del noir, a far la parte del leone), i divertenti (e numerosi) cortometraggi… La chiusura la merita Jan Sverak (ceco, classe 1965 e già 7 lungometraggi all’attivo tra cui Kolja, 1996, Oscar al miglior film straniero) . La sua stimolante personale e la spigliatezza con cui ha saputo presentarsi al pubblico nell’incontro di rito sono altri motivi di rimpianto per chi non ha potuto essere a Bergamo quest’anno.

Giacomo Leoni