2 giorni a New York (2 Days in New York)
Julie Delpy - Germania/Francia/Belize 2012 - 1h 31'


   È davvero un personaggio singolare Julie Delpy. Figlia di due attori di sinistra esponenti dell'avanguardia teatrale, grazie alla sua bellezza diafana e molto francese è stata la musa di registi come Kieslowski e Tavernierfilm successivo in archivio, per poi diventare una specie di ambasciatrice dell'incontro tra il vecchio e il nuovo mondo, del bilinguismo e della contaminazione culturale, coi cinque film che ha diretto e con la trilogia amorosa di Richard Linklaterfilm successivo in archivio. 2 giorni a New York non è così solo il sequel, cinque anni dopo, del suo 2 giorni a Parigi, ma col suo misto di realtà e finzione e la presenza di amici fraterni e membri della sua stessa famiglia (qua il padre, vedovo dopo la recente morte della madre), diventa parte di un'opera più vasta in cui è difficile districare le vicende della sua protagonista Marion, da quelle della Céline di Linklater e della stessa Delpy.
All'inizio del film, la storia della fotografa francese e di Jack, fortemente in crisi in 2 giorni a Parigi, è ormai finita, ma la donna non si perde d'animo e vive col figlio avuto da lui assieme a Mingus, un paziente e spiritoso uomo di colore che ha un programma radiofonico di successo e amandola ne sopporta le isterie e le idiosincrasie, sfogandosi di tanto in tanto col cartonato del suo idolo, Barack Obama. Ma anche questa storia verrà messa a dura prova dalle crescenti tempeste ormonali di lei, incinta senza saperlo, e dall'arrivo dell'eccentrico padre, della sorella esibizionista e un po' ninfomane col suo attuale e fastidioso compagno, Manu, che è anche uno dei suoi ex.
Il grande critico americano Roger Ebert, prima di morire aveva fatto in tempo a recensire questo film che arriva con un paio di anni di ritardo nelle nostre sale. Parlandone in modo lusinghiero, a proposito dell'autrice aveva scritto più o meno che nonostante tutti i registi con cui aveva lavorato, sembrava che l'unico maestro per lei fosse stato
Woody Allen. È un complimento che ci sentiamo di sottoscrivere, perché è indubbia la maestria con cui la Delpy maneggia la comicità fisica, di situazioni e di battute, tipiche della commedia sentimentale newyorkese che ancora oggi porta il marchio ingombrante del regista.
Se dal punto di vista della messinscena – curata e con qualche guizzo creativo - è maturata, da quello del contenuto osa molto, mette un sacco di carne al fuoco e qualche volta entra pericolosamente a gamba tesa. Nonostante questo, riesce quasi sempre a far ridere col suo sguardo indulgente, anche se politicamente scorretto, sulle diverse culture dei suoi mondi di adozione e sull'essere donna, madre, compagna e artista in un momento critico della vita come i quarant'anni. Un po' Céline, un po' Marion e un po' Julie, la sua scatenata protagonista non pretende di essere simpatica ma rivendica il diritto a essere quello che è, e si concede momenti irresistibili come il surreale incontro con l'acquirente della sua anima, il Renaissance Man Vincent Gallo nel ruolo di se stesso, che col suo narcisistico modo di definirsi sembra in realtà descrivere la stessa regista, un'artista che non si accontenta di ricoprire un unico ruolo ma prova a far di tutto e per la quale, da un pezzo a questa parte, il cinema è diventato una sorta di journal intime.
Del cast ci ha convinto soprattutto Chris Rock, sorprendente nel ruolo del povero Mingus, capace di offrire una performance divertente e comica senza mai uscire dalle righe. Per il resto, se Parigi val bene una messa, New York vale bene un (altro) film sulle eterne schermaglie amorose che vanno avanti nonostante i tempi e le stagioni, perché, come diceva il maestro Woody Allen nell'insuperabile Io e Annie, “abbiamo tutti bisogno di uova”.

Danie Lacatelli - ComingSoon.it

   Che Julie Delpy decidesse di dare un sequel al suo 2 giorni a Parigi, commedia romantica gradevole e sui generis che segnò, nel 2007, la sua seconda regia, era in fondo prevedibile. Al di là del buon successo ottenuto dal prototipo, il personaggio dell'eccentrica (ma irresistibile) Marion si prestava ad essere sviscerato ulteriormente in nuove storie. Ciò che invece non era ipotizzabile, e rappresenta senz'altro motivo di coraggio per l'attrice/regista, è la scelta del soggetto per questo secondo episodio: via Adam Goldberg e il suo personaggio, storia finita malgrado l'happy ending del film precedente, dentro un mattatore naturale come Chris Rock (qui, comunque, decisamente più misurato del solito) a vestire i panni di Mingus, nuovo compagno dell'apparentemente pacificata Marion. Confermati, invece, gli strampalati familiari della protagonista, il padre Jeannot interpretato dal vero genitore della regista, Albert Delpy, la sorella Rose col volto di Alexia Landeau, il rozzo e vanesio Manu, ex boyfriend (e attuale compagno di Rose) con le fattezze di Alexandre Nahon. Ad ammiccare ai fans del film precedente, anche lo sghembo personaggio della "Fata" col volto di Daniel Brühl, eco-terrorista sempre pronto a fornire buoni consigli. Squadra che vince si cambia, quindi: almeno, in uno dei due ruoli chiave. Il motivo dichiarato: evitare l'effetto Prima dell'alba/Prima del tramonto (il successivo Before Midnight, all'epoca delle riprese, era ancora di là da venire).
Trigger della vicenda, e di tutti i suoi tragicomici risvolti, è la visita del vecchio Jeannot a casa della coppia nella Grande Mela, seguito dalla figlia Rose e dalla presenza, non annunciata, dello sgradevole Manu. Le frizioni tra l'anziano uomo, da poco rimasto vedovo, e il tranquillo Mingus, speaker radiofonico e ammiratore del presidente statunitense Barack Obama, si faranno subito sentire; ancor più, quelle tra Mingus e Manu, nonché tra le due sorelle, a cui basteranno poche ore di vicinanza per risvegliare vecchi attriti. Il precario equilibrio della nuova compagnia finirà per coinvolgere anche i piccoli Lulu e Willow, figli avuti rispettivamente da Marion e Mingus nelle precedenti relazioni; nonché il lavoro della stessa Marion, i cui soggetti fotografici sono stati appena esposti in una galleria locale. L'equilibrio apparentemente raggiunto dalla donna, dopo le disastrose manifestazioni emotive del film precedente, si farà sempre più fragile; sotto i colpi incrociati dell'insofferenza di Mingus agli "estranei", della malcelata invidia di Rose per la sua apparente stabilità sentimentale, della superficialità ottusa di Manu, di una convivenza che sembra sempre più mettere a nudo i limiti (prima nascosti) della sua relazione.
La prima caratteristica che differenzia questo
2 giorni a New York dal suo predecessore è, in effetti, proprio il suo carattere maggiormente "corale": laddove il film del 2007 poneva in primo piano la relazione tra i due protagonisti, minacciata dall'invadenza di parenti ed ex di Marion, qui è un particolare concetto di "famiglia estesa" (e multietnica) a essere sotto la lente di ingrandimento della regista, e a farsi pericolo per la stabilità sentimentale della coppia.
2 giorni a New York si apre e si chiude con un "c'era una volta", con due fiabe raccontate da Marion a un personaggio bambino attraverso il teatro delle marionette. Tuttavia, come avverte la stessa protagonista in una significativa scena, "Nelle favole si dice che 'vissero felici e contenti', ma non si dice il resto della storia per una buona ragione: finiti i draghi da stendere, dopo un finale felice, inizia la vita, che è più dura da gestire di qualsiasi drago". Le risate, sempre presenti e profuse con generosità, coprono un sottofondo amaro, quello di un personaggio che non ha ancora fatto i conti con le proprie insicurezze; finendo per nasconderle sotto un'altra relazione che, come la precedente, prescinde dalla conoscenza reale del partner. La mancanza di comunicazione verrà messa a nudo proprio dal clima surriscaldato e destabilizzante portato dai nuovi ospiti; Marion rischierà di perdere non solo Mingus, ma anche sé stessa, dopo aver simbolicamente venduto la sua anima (come un Faust contemporaneo) durante l'esibizione delle sue opere. Non è casuale il suo disperato tentativo di rientrare in possesso di quanto ceduto ad un carismatico Vincent Gallo che qui veste i panni di sé stesso: se è lecito "vendere" qualcosa allo scopo di dimostrarne l'inesistenza, è altrettanto lecito dubitare di quanto si è fatto, quando quella inesistente "merce" sembra essere l'unico legame con un'identità perduta.
Malgrado ciò, un equilibrio (pur sempre precario) si rivelerà infine alla portata della nuova Marion e di Mingus (reduce, quest'ultimo, da un irresistibile dialogo-monologo con la sagoma sorridente di Obama, posta come un totem nel suo studio). Uno sguardo più leggero sulle cose, e la condivisione dell'effimero, sembra essere la banale ma efficace soluzione. Chi ha voluto, presuntuosamente, acquistare l'anima di un'altra persona, finirà per pagarne simpaticamente il contrappasso.
Non bisogna comune farsi, erroneamente, l'idea che questo
2 giorni a New York sia un prodotto malinconico, o addirittura cupo. Si ride ancora, e molto, nonostante il tono forse meno spensierato e lieve del predecessore; il carattere maggiormente corale del film consente alla regista di sfruttare le linee di tensione createsi tra i personaggi, per dar vita a sequenze spesso irresistibili (tra queste, una furiosa lite tra le due sorelle in un locale, dagli esiti disastrosi per il povero Mingus, e un esilarante dialogo tra la protagonista e un presuntuoso critico d'arte). La Delpy riesce, soprattutto, a tenere ottimamente a bada il carattere istrionico di Chris Rock, e la tendenza dello stesso personaggio di Marion ad andare sopra le righe; lasciando libero sfogo all'estro (sempre un po' sboccato) di sé stessa e del compagno solo laddove lo script lo richiede.
Va inoltre sottolineata l'impostazione visiva, ancora una volta, estremamente accattivante del tutto, con sequenze fotografiche che vanno a volte a spezzare la continuità delle immagini: come nel divertente flashback che mostra la vita del vecchio Jeannot, in una breve e serrata serie di scatti, o la gita per le vie di New York, col paesaggio cittadino ripreso e immortalato da una macchina fotografica che qui sembra, per la regista, quasi un ulteriore "occhio" con cui rendere la sua visione della realtà urbana.

Marco Minniti - Movieplayer.it

 





promo

La fotografa Marion vive ora a New York con Mingus, giornalista radiofonico, i loro due figli, nati dalle rispettive relazioni precedenti, e un gatto. In occasione della nuova mostra di Marion, dalla Francia arrivano suo padre Jeannot, che non parla una parola d'inglese, e sua sorella Rose con il fidanzato Manu (l'ex di Marion). L'organizzazione della mostra e le differenze culturali tra Mingus, vero e proprio newyorkese, e gli ospiti francesi renderanno la vita di Marion particolarmente animata... Cinque anni dopo la parentesi ironico-sentimentale parigina, Julie Delpy decide di dare un seguito al quella sua fortunata commedia e sostituito il protagonista maschile sposta l'ambientazione a New York. Il risultato, pur con un fondo di amarezza, è ancora una volta gradevole e divertente e i personaggi acquistano via via una personalità cinematografica di estrosa simpatia. New York vale bene un (altro) film sulle eterne schermaglie amorose che non perdono mordente nonostante i tempi e le stagioni.

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 LUX - gennaio 2014

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