Duplicity
Tony Gilroy – USA 2009 - 2h 09'

  Una storia d'amore in cui sia lui che lei sono spie e non sanno mai dove finisce l'amore e inizia la manipolazione. Un film di spionaggio in cui gli agenti segreti non lottano per sventare attentati o traffici d'uranio, ma usano tutti i mezzi più sofisticati e spregevoli per carpire segreti industriali. Una serie di colpi e contraccolpi a base di intercettazioni, depistaggi, simulazioni, in cui non sappiamo mai chi stia ingannando chi e perché. Anche se la posta in gioco non sono satelliti o armi di distruzione di massa, ma creme antibrufoli, detersivi, cera per i pavimenti; perché ad affrontarsi sono due multinazionali dei cosmetici e dei prodotti per la casa, cosa che rende ancora più derisorio (e inquietante) lo sperpero di mezzi e di sottigliezze psicologiche con cui viene condotta questa guerra invisibile ma violentissima.
Seconda regia di Tony Gilroy,
Duplicity ci ricorda che l'autore dell'impegnato Michael Clayton è soprattutto il brillante sceneggiatore della serie The Bourne Identity e che oggi i generi vivono di scambi, prestiti, contaminazioni. Così in Duplicity, film di spionaggio, commedia romantica, metafora dell'Occidente, tutto è doppio e forse di più.
C'è la sfida fra Julia Roberts e Clive Owen, spie e amanti, complici e rivali, costretti ad amarsi e tradirsi in un vorticare di città e espedienti, ma c'è anche quella a distanza fra i boss rivali, gli strepitosi Tom Wilkinson e Paul Giamatti (da non perdere assolutamente il loro match iniziale al rallentatore, se esistesse l'Oscar per i migliori titoli di testa
Duplicity lo vincerebbe a occhi chiusi anche perché ci vorrà tutto il film per capire perché due signori in giacca e cravatta si azzuffano come teppisti di fronte al loro staff e ai loro jet personali).
Ma ci sono anche dialoghi che si ripetono misteriosamente parola per parola a distanza di anni e chilometri, scene viste due volte da due punti di vista diversi cambiando radicalmente senso. Più un arsenale di trovate di sceneggiatura e finezze di regia (Gilroy sa a memoria
Hitchcock, guardate come filma gli incontri nelle strade di New York o di Roma) che rendono Duplicity irresistibile e tutt'altro che fatuo.
Perché mentre Owen e la Roberts si amano e si ingannano, si inseguono e si usano, si desiderano e si mettono alla prova, noi in platea iniziamo a pensare che in fondo ogni coppia funziona più o meno così. E che questa parodia della guerra fredda è un'immagine idealizzata ma abbastanza calzante della nostra società opulenta e delle esistenze poco eroiche ma molto complicate dell'immensa middle class planetaria. Esaltata da due interpreti perfetti (magnifica la Roberts, tutta less is more), a loro volta messi in valore da un casting che ironicamente li circonda di comprimari quasi sempre bruttini, dunque, almeno sullo schermo, condannati a vivere per procura.

Fabio Ferzetti - Il Messaggero

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Una storia d'amore in cui sia lui che lei sono spie e non sanno mai dove finisce l'amore e inizia la manipolazione. Un film di spionaggio in cui gli agenti segreti non lottano per sventare attentati, ma usano mezzi sofisticati e spregevoli per carpire segreti industriali. Una serie di colpi e contraccolpi a base di intercettazioni, depistaggi, simulazioni, in cui non sappiamo mai chi stia ingannando chi e perché... Un testo denso e sfaccettato quello scritto e diretto da Gilroy: ci sono dialoghi che si ripetono misteriosamente (parola per parola) a distanza di anni e chilometri, scene viste due volte da due punti di vista diversi cambiando radicalmente senso. Più un arsenale di trovate di sceneggiatura e finezze di regia che rendono Duplicity irresistibile e tutt'altro che fatuo.

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